Città del Messico. 2350 (diconsi duemilatrecentocinquanta) metri sopra il livello del mare, dove l’aria si fa rarefatta e il respiro si accorcia, dove il sangue fatica a raggiungere il cervello e forse, proprio per questo, si vedono più cose di quante non ce ne siano nella realtà. È l’altitudine estrema che gioca strani scherzi alla percezione, o è piuttosto la consapevolezza della caducità della vita che qui, in questa metropoli sospesa tra cielo e terra, si fa più acuta? La velocità ci emoziona, ci rapisce, ma al contempo ci ricorda quanto tutto sia effimero, fugace come il rombo di un motore che svanisce nel nulla…
… come il primo posto di Piastri nel mondiale.
Tanto ci lascia, il circuito Hermanos Rodríguez. Il quale circuito, lo confesso, non mi affascina più di tanto. Il mini-snake che prepara all’antica Peraltada promette emozioni che poi vengono immediatamente diluite nello scenografico quanto insignificante, dal punto di vista sportivo, stadio realizzato qualche anno fa nelle curve finali. Un’occasione mancata, una concessione allo spettacolo che sacrifica la sostanza sull’altare dell’apparenza. Ma tant’è, viviamo in un’epoca di compromessi per la quale il colpo d’occhio di vetture di Formula 1 che caracollano inebetite a 60 km/h in mezzo a festanti ali di pubblico vende di più di una tiratissima curva a 250 km/h in cui ogni istante è quel nulla che separa il coraggio e la precisione del pilota da un suo fatale errore di valutazione.
Pazienza.
Quest’anno, diversamente dalle edizioni passate, grazie agli sviluppi sulle monoposto operati da tutte le squadre, la curva 4 non ha offerto possibilità di sorpasso, costringendoci a riporre le nostre speranze di qualche duello all’ultimo sangue nel lungo rettilineo d’arrivo. Ma nemmeno quello ci ha aiutato granché: il DRS, come ben noto, funziona male nell’aria rarefatta dell’altipiano un tempo governato dal vendicativo sovrano azteco Montezuma, e le vetture di testa non riuscivano a creare quella differenza di velocità necessaria per un attacco decisivo. Eppure, nonostante tutto, a parte la volata solitaria di Norris – un monologo con un che di poetico nella sua leopardiana solitudine – abbiamo assistito a un Gran Premio piuttosto emozionante, ricco di sfaccettature interessanti da valutare, di storie minori che si intrecciavano con la narrazione principale.
Ma è tempo di abbandonare le divagazioni filosofiche e di addentrarci nell’analisi dei protagonisti di questa domenica messicana.
NORRIS voto 10 e lode e… era ora!
Landino il Dominatore non suona bene come Conan Il Barbaro ma è certo che il film mandato in onda da teleMontezuma non può trovare altra descrizione. Un dominio forse un po’ inaspettato, considerando l’abbrivio che Max si portava dietro dalle gare precedenti, come un’onda lunga che sembrava destinata a travolgere tutto. Eppure il buon Lando ha saputo trovare un assetto eccellente, ha messo insieme tutto quanto serviva per portare a casa il più perfetto dei weekend. Il suo dominio non è mai stato messo in discussione, dalla pole position magistrale alla gara condotta con una sicurezza che pareva quella di un campione navigato, non certo quella di un pilota più volte criticato proprio per il “braccino” che ha mostrato ogniqualvolta gli si chiedeva di imporsi.
In qualifica ha firmato un giro eccezionale, un capolavoro di precisione e velocità che ha lasciato tutti gli altri a guardare. In gara, la partenza è stata perfetta, il primo stint gestito con sapienza e leggerezza, il secondo con la dovuta costanza di rendimento senza mai strafare, senza rischi e senza errori. Nessun momento di debolezza, nessuna sbavatura, solo una dimostrazione di forza che ha zittito tutti.
La contemporanea (mezza-)defaillance di Piastri lo proietta in testa alla classifica mondiale il che lo pone nuovamente nella posizione che fino a ieri lo ha sempre visto protagonista deludente. Sarà in grado di ripetersi?
LECLERC voto 9 e sospirone finale!
Eccellente! Questo podio nasce dalla radice di una strepitosa qualifica, dove Charles ha estratto dalla sua SF-25 il famoso “potenziale”. Il secondo posto in griglia era un punto di partenza solido, ma non bastava. Serviva qualcosa di più, serviva quella pervicacia, quella determinazione feroce che contraddistingue i grandi piloti nei momenti decisivi.
E Charles non si è tirato indietro. La partenza non è stata delle migliori – lo scatto ha lasciato a desiderare – ma il monegasco ha saputo difendere la posizione con una durezza e sagacia: l’avrà calcolata prima quel taglio in sicurezza della chicane? Non saprei ma nemmeno mi sento di escluderlo del tutto. Nel primo stint, con le gomme rosse, ha mostrato un ritmo ottimo che gli ha permesso di costruire un buon vantaggio sugli inseguitori che ha capitalizzato alla grande fino all’ottimo risultato finale. Il secondo stint, con le gialle, non è stato eccezionale – va detto – ma comunque abbastanza per tenere la posizione, anche grazie alla semi-misteriosa VSC dell’ultimo giro che ha congelato la situazione proprio quando Verstappen stava per sferrare l’attacco finale.
Avrebbe resistito Charles all’assalto di Max? È una domanda che rimarrà sospesa nell’aria rarefatta di Città del Messico, senza risposta. Ma poco importa: il podio è arrivato, meritato, sudato, conquistato con classe e tenacia. C’è da domandarsi da dove derivi questa inaspettata competitività della SF-25 anche se il sospetto che l’assetto particolare dovuto all’altura, per una volta, abbia favorito quel poco di buono che questa vettura possiede. (ma è comunque insufficiente per puntare alla vittoria).
VERSTAPPEN voto 8
L’olandese appare un po’ più in difficoltà rispetto ai Gran Premi precedenti, eppure, anche in una giornata non perfetta, Max riesce a essere straordinario.
La partenza è buona, ma poi accade l’imponderabile: si ritrova sostanzialmente buttato fuori pista e lì, nel verde, come un novello Colin McRae che rema con incredibile sicurezza in un mare d’erba più liscio di un prato di Windsor dal quale qualunque altro pilota in griglia non sarebbe mai uscito, ecco che temiamo che la sua rincorsa mondiale possa subire il più banale degli stop. Ma Max non è un pilota qualunque. Con una calma quasi soprannaturale, riporta la vettura in pista senza perdere posizioni cruciali, dimostrando ancora una volta che con un volante tra le mani costui può fare davvero quel che vuole.
Dopo questa “prova speciale” a dir il vero non è che il buon Max brilli granché. La Red Bull sembra non trovare il giusto bilanciamento, il ritmo non è quello devastante a cui ci ha abituato nelle ultime gare e, soprattutto, scivola da ogni parte come soprattutto con quell’anteriore che pure dovrebbe essere puntatissimo, stando alle sue ormai leggendarie preferenze di assetto. Le gomme rosse del secondo stint probabilmente risolvono il problema dello scivolamento quanto basta perché il nostro eroe metta in atto una delle sue solite magie: trenta giri con un ritmo racchiuso in un delta di appena mezzo secondo, una costanza di guida che ha dello… schumacheristico! E inaspettatamente, giro dopo giro, si ritrova alle spalle di Leclerc proprio in vista dell’ultimo giro, pronto a sferrare l’attacco finale.
La VSC gli spegne gli ardori, congela la gara, nega al pubblico lo spettacolo dell’ultima battaglia. L’avrebbe passato? Oppure il buon Charles avrebbe saputo fare anche lui qualche magia e avrebbe resistito? Sono domande destinate a rimanere senza risposta, sospese in quel limbo delle possibilità non realizzate che tanto affascina gli appassionati di questo sport.
Poco male, comunque: il podio è salvo e, cosa ancora più importante, il distacco dalla testa della classifica mondiale diminuisce ancora. Il mondiale è più vivo che mai, e Max non ha alcuna intenzione di arrendersi.
BEARMAN voto 10 e gran pacche sulle spalle
Wow! Che gara! Il giovane britannico confeziona una prestazione che lascia letteralmente a bocca aperta, una di quelle giornate che segnano la carriera di un pilota. Bearman gestisce alla grandissima il caos della partenza, con quella lucidità che solo i grandi talenti possiedono anche in situazioni di pressione estrema. Ma non si limita a godersi qualche giro di gloria ai piani alti, come avrebbe potuto legittimamente fare un pilota della sua esperienza.
No, Oliver confeziona una gara straordinaria soprattutto per ritmo. Chiedere a Mercedes per conferma: il giovane inglese ha mostrato velocità di punta e costanza di rendimento che hanno messo in seria difficoltà piloti ben più esperti e con vetture teoricamente superiori compreso il buon Max, almeno nella prima parte di gara. Il quarto posto finale è il giusto premio per una prestazione maiuscola, ma la sensazione è che oggi Bearman avrebbe potuto ambire anche a qualcosa di più con un pizzico di fortuna in più.
La crescita esponenziale del britannico è sotto gli occhi di tutti. Gara dopo gara sta dimostrando di avere il talento, la determinazione e la maturità per competere ai massimi livelli. E se non fosse per il contrattone di Hamilton…
PIASTRI voto 5 ½
Delude ancora una volta. L’ex leader del mondiale sembra aver smarrito quella sicurezza, quella capacità di estrarre il massimo dalla vettura che lo aveva contraddistinto nella prima parte della stagione. A parte l’ottimo sorpasso su Russell – un lampo in un weekend altrimenti opaco – non è sufficiente per uscire dall’Hermanos Rodriguez contenti.
A differenza delle ultime gare, però, a me è sembrato che stavolta sia stato più un problema legato al circuito che una questione psicologica. Si vedeva che la sua macchina scivolava da tutte le parti – tipico di questo circuito e di questa altitudine – cosa che, evidentemente, il buon Oscar non è riuscito a gestire in nessuna circostanza. Mi è parso che, soprattutto in qualifica, abbia insistito su traiettorie non ottimali e sicuramente leggermente diverse da quelle di Norris, in particolare nel lungo tratto guidato tra la curva 4 e la 13, all’ingresso dello stadio. Inoltre, ha sempre “sbagliato” l’ingresso in rettilineo, nel senso che non riusciva a far lavorare il posteriore abbastanza, perdendo metri fondamentali per provare sorpassi.
Ha comunque tenuto duro e ha potuto approfittare da par suo dell’errore strategico di Mercedes proprio nei suoi confronti, agguantando un quinto posto che, per come sembravano essersi messe le cose, vale comunque punti preziosi. Ma perde la testa del mondiale, e questa è una notizia che fa rumore. Se c’è un qualche fattore psicologico – leggasi: braccino – che ne sta condizionando il rendimento da qualche Gran Premio a questa parte, sarà meglio che lo metta da parte. E in fretta.
ANTONELLI voto 8
Ottimo weekend per il nostro giovane alfiere, che continua a incrementare il livello della sua performance. Kimi ha mostrato velocità e maturità, rimanendo sempre in lizza per posizioni importanti. Purtroppo è stato azzoppato dall’insulsa mossa dello swap a metà gara – di cui parleremo tra poco – e non è riuscito probabilmente a muoversi nel migliore dei modi.
Difficile dire cosa sarebbe riuscito a fare contro l’eccezionale Bearman di oggi, dopo l’ultimo cambio gomme, ma certamente se la sarebbe giocata meglio di Russell. La sensazione è che Antonelli avesse il passo per almeno tenere testa al britannico della Haas, se non addirittura per batterlo. Ma gli ordini di scuderia hanno spento sul nascere ogni velleità.
Il sesto posto finale è comunque un risultato più che dignitoso, che conferma il trend positivo del giovane italiano che già ad Austin aveva mostrato un rendimento in gara migliore di quello di Russell
RUSSELL voto 5
Dopo che per diversi GP ne avevo cantato le lodi ecco che Giorgino mi delude per la seconda volta consecutiva. Inutile dire che più di tutti rimane impressa nella mente la malposta arroganza nel chiedere lo swap su Antonelli – esitata in una figuraccia in diretta mondiale, prima negata e poi, incredibilmente, accordatagli dal team – e che ha finito per fare il gioco di Piastri più che quello di Mercedes.
Facciamo un passo indietro. A metà gara, Russell si ritrova dietro ad Antonelli e chiede via radio di essere lasciato passare perché “più veloce” e certamente capace di sopravanzare Bearman. Il team inizialmente dice no, giustamente. Ma George insiste, con un tono che rasentava la petulanza, ben lontana dall’aplomb british che gli conosciamo, e alla fine ottiene ciò che vuole. Il problema è che poi non solo non riesce ad attaccare Bearman ma addirittura se ne distacca. Nel dopogara è tutto un lamentarsi che o si fa subito lo swap oppure mai e bla bla bla. Mah!
Ma il vero danno lo fa alla strategia complessiva di Mercedes che pure, negli anni d’oro, sapeva bene come imporsi ai piloti, compreso un certo eptacampeao. Se in quel momento della gara avessero lasciato Antonelli davanti, Piastri non sarebbe mai passato perché in rettilineo entrava male e non ne avrebbe avuto abbastanza per superare, a maggior ragione se si trovava dietro un trenino DRS. Invece, con lo swap, si è aperta una voragine nella quale l’australiano si è infilato, rovinando di fatto la gara di entrambe le Mercedes.
Una mossa dettata dall’ego più che dalla strategia, e che è costata cara alla squadra. Russell deve fare un serio esame di coscienza e capire che in una squadra si vince e si perde insieme, non inseguendo chimere: il nuovo contratto gli avrà dato alla testa? Mezzo punto in più per la curiosa quanto divertente comparsata in tribuna durante le FP1 con tanto di maschera nel riuscito tentativo di non farsi riconoscere dal pubblico.
HAMILTON voto 6 ½ – – e basta lamentarsi!
Lewis è parso assai pimpante sia in qualifica che a inizio gara, mostrando lampi della sua antica classe. Vi dirò di più: in qualifica, per come stava guidando, mi aspettavo che ne avesse persino più di Leclerc, e forse ne aveva davvero, ma non è riuscito ad eseguire quel giro perfetto che avrebbe potuto portarlo in prima fila. E già questo dovrebbe far riflettere.
Anche in gara pare assai ben messo, con l’ottima partenza e un ritmo iniziale che gli avrebbe permesso di lottare per posizioni importanti. Ma la penalità subita evidentemente gli spegne il sentimento, lo demoralizza, e dopo averla scontata bada solo a portare a casa la vettura senza correre rischi inutili. Un atteggiamento pragmatico ma che lascia l’amaro in bocca agli appassionati che speravano di vederlo finalmente lottare per il podio fino alla fine.
Da un lato ci sarebbe di che essere soddisfatti per via della performance mostrata, segno che Lewis potrebbe avere ancora qualcosa da dare. Ma proprio per questo – e per l’ennesima volta in questa stagione – il senso di delusione che accompagna il risultato finale è ancora più forte.
OCON voto 7 sulla fiducia
Onestamente non ho visto granché della sua gara. Prendo nota che finalmente torna nei punti, cosa che non accadeva da diverse gare, e che insieme allo straordinario exploit di Bearman consente ad Haas di guadagnare un importantissima posizione nel costruttori.
Ma prendo nota anche che, per l’ennesima volta, si prende le piste dal giovane compagno di squadra Bearman, confermando un trend negativo che ormai non può più essere ignorato. Il confronto interno è impietoso e Ocon deve trovare una scossa se non vuole vedere la sua reputazione ulteriormente compromessa.
BORTOLETO voto 6 1/2
Un altro ritorno a punti per il giovane brasiliano. Bene così. Dopo alcune gare anonime, vedere Bortoleto di nuovo in zona punti è sicuramente un segnale positivo. La sua gara non è stata particolarmente brillante, ma ha fatto quello che doveva fare: non commettere errori, gestire la situazione e portare a casa un buon risultato che porta fiducia in vista della sua gara di casa.
NOTE DI MERITO
Lawson merita una menzione speciale perché non è morto dallo spavento nel trovarsi commissari in mezzo alla strada. L’episodio è stato a dir poco surreale e potenzialmente pericolosissimo. Si può supporre – con un pizzico di ironia – che il neozelandese si sia ritirato dalla gara più per la necessità di correre urgentemente alla toilette che per un presunto problema tecnico, che ne dite?!
NOTE DI DEMERITO
Sainz pasticcia per il secondo Gran Premio consecutivo, ancora in una gara in cui avrebbe potuto dire la sua. Suvvia Carlos! Proprio quando sembra che stai tornando ai livelli consueti ci molli così? Sul più bello?
I freni di Alonso hanno ceduto: curioso che sia capitato proprio a lui che tradizionalmente porta assetti leggermente più sottosterzanti e che a quest’altitudine avrebbero dovuto stressare un po’ meno l’impianto frenante. Non oso fare riferimento ai suoi 44 anni ma solo perché spero che a Interlagos smentisca ogni possibile insinuazione su quanto l’età lo stia (finalmente?!) influenzando.
Ci vediamo in Brasile!




Devi effettuare l'accesso per postare un commento.