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AMORE PER LA PISTA – SUGO – PUNTATA 2

A nord del Giappone, nella Prefettura di Miyagi, sorge un tempio del Motociclismo.  Costruito nel 1975 e di proprietà della Yamaha è una delle pietre miliari del Motociclismo Mondiale.

Un layout leggendario, fatto di salite e discese da fare venire la pelle d’oca soltanto guardando gli on-board. Il layout delle moto presenta una variante in piena 110R (settore azzurro foto) nel bel mezzo del curvone finale a destra che porta sul traguardo. Una salita ripidissima da fare col gas spalancato per poi staccare per la “1st corner”. Il primo settore è un saliscendi tortuoso che porta in cima alla Hi-Point corner (settore rosso), poi si imbocca la Rainbow e ci si butta in picchiata verso la staccata della Horseback Corner 👇

Sugo è quel tracciato talmente mitologico che se vi dicessi che “Doohan ci ha vinto in sella ad una Yamaha” non mi credereste. Ebbene sì. Michael Doohan ottenne la sua prima vittoria di rilievo, nel Mondiale SBK in Gara 2 del GP del Giappone nel lontano 1988, in sella ad una Yamaha FZR750 (foto in basso). Il resto è storia.

Doohan in sella alla Yamaha FZR750, Sugo 1988.

Il circuito Giapponese ha ospitato il Mondiale SBK dal 1988 al 2003, con gare dal finale mozzafiato che tenevano incollati alla TV gli appassionati. A distanza di 20 anni riguardare quelle gare è pura poesia. Da lacrime agli occhi fu Gara 2 del 1999 con Yanagawa, Ryō e Kitagawa darsi battaglia fino all’ultima curva. Godetevi lo spettacolo 👇

L’ultima gara Mondiale fu disputata nel 2003 e vide la doppietta della motocicletta col numero 💯 guidata da Neil Hogdson, quella 999 che monopolizzò il Mondiale.

Appuntamento con l’All Japan Road Race Championship, sperando (difficile) di rivedere il Mondiale un giorno o l’altro…

 

ancky

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AMORE PER LA PISTA – RIJEKA – PUNTATA 1

Dici Rijeka ed il cuore di migliaia di appassionati si riempie di gioia. Dici Rijeka e sicuramente troverai qualcuno che girerà il capo chiedendoti “Hai detto Rijeka!?”

Qualcuno può pensare sia una parolaccia slava, in realtà è come dire ad un Militare “Attenti”, ad un sacerdote una bestemmia, ad un vegano “Bistecca”. Rijeka evoca ricordi leggendari per chi ha vissuto gli anni dei GP, ricordi altrettanto belli per i più giovani che si recavano in circuito per le prove libere.

Si perché Rijeka è gettonatissima tra gli “amatori”, quelli che si infilano nei furgoni e si sparano 600 km per una pistata fra amici. Il viaggio in autostrada, la caciara aspettando l’alba e poi l’inizio del divertimento. Naturalmente il più lento a fine giornata pagherà da bere.

Dal 1978 al 1990 si è disputato il GP della Jugoslavia nel Motomondiale. Oggi Rijeka ospita le tappe del Campionato Nazionale e dell’Alpe Adria. Costruita nel 1978 per garantire gli standard di sicurezza FIM in sostituzione dell’ “Abbazia” ha da subito attirato l’attenzione degli appassionati.

Oggi è una sorta di “Santuario” degli amatori. Pista “Old Style” di 4168 metri e 15 curve, 8 a sinistra e 7 a destra. Due tornantoni molto larghi ed una serie di “S” in cui se sbagli l’ingresso della prima curva mandi a farfalle tutte le altre. Un rettilineo fantastico in cui i migliori staccano a 280 km/h 😳 spostandosi tutto a sinistra per infilarsi in curva 1 ed impostare la 2. Roba da brividi 👇

Nel 2021 si svolgerà anche una tappa del “National Trophy”, il mitico Campionato organizzato dal Moto Club Spoleto dal 2007, valido per il nuovo “International Trophy”

Nell’albo d’oro dell’Automotodrom Grobnik spiccano le doppiette di Spencer, Gardner e Lawson. Il Pilota più vincente è Jorge Martinez con 4 vittorie (3 in 80 ed 1 in 125) che nel 1988 vinse addirittura due gare di fila, prima nella classe 80 e poi nella 125.

Indimenticabile nel 1978 la doppia vittoria, prima in 250 e poi in 350 di Gregg “The Great”  Hansford, quel matto Australiano è stato uno dei Piloti più talentuosi e formidabili di sempre, che ha abbandonato troppo presto il Motomondiale (ne riparleremo…)

Appuntamento il 22 Agosto per il “nostro” National e se non l’avete già fatto…provatela di persona in sella alla vostra moto.

Saluti Francky

 

(Immagine in evidenza di promoracing)

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MAX BIAGGI IS BACK – RECORD DEL MONDO CON VOXAN

In sella Voxan Wattman elettrica, ha battuto (udite udite) 11 record mondiali all’aeroporto di Châteauroux, in Francia raggiungendo la velocità massima (nel record più atteso) di 408 km/h.

MAX BIAGGI È TORNATO. È UN RITORNO MONDIALE. 

Ve lo ricordate quel ragazzino (41 anni) che regalò l’ultimo Mondiale SBK all’Italia, vincendo su moto Italiana ⁉️ Proprio lui. Colui il quale in sella alla RSV4 di Noale, con il numero 2 sulla carena, si riprese l’iride Mondiale. È sempre lo stesso che, a quasi 44 anni, si prese la briga di salire sul podio a Sepang dopo anni di inattività.

Il Corsaro è tornato.

Max Biaggi questo fine settimana salirà a bordo delle motociclette elettriche Voxan ed insieme tenteranno di battere qualcosa come 12 record Mondiali, sulla pista dell’aeroporto di Châteauroux in Francia. La sfida vedrà il sei volte campione del mondo di motociclismo e l’azienda monegasca celebrare il 20 ° anniversario dell’avventura elettrica del Gruppo Venturi.

Biaggi e la Voxan coprirànno tre distanze, ¼ di miglio, 1 miglio ed 1 Km sia con partenza da fermo che con partenza lanciata. Il record Mondiale per il miglio è attualmente detenuto da Jim Hoogerhyde e dei suoi 327,608 km/h, ottenuti nel 2013 in sella ad una Lightning SB220. Max proverà a batterlo in sella alle moto da 367 CV di potenza.

Biaggi tenterà l’assalto al record con tre moto. Il semi-streamliner non aerodinamico (in foto a sinistra) la versione più leggera del semi-streamliner Wattman (al centro ed usato in caso di vento laterale); il semi-streamliner completamente aerodinamico (a destra). Su tutti campeggia il famoso “3”, storico numero utilizzato durante la carriera da Max.

Questo fine settimana, se la pista è asciutta e il vento laterale è debole, potremo battere diversi record. Max Biaggi

Non ci resta che aspettare questo fine settimana per conoscere l’esito di questa sfida, l’ennesima del Corsaro.

#StayTuned

 

Foto Voxan Motors.

 

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RACING SHOULDN’T JUST BE FOR RICH IDIOTS. RACING SHOULD BE FOR ALL IDIOTS

Abbandoniamo il paludato mondo dell’automobilismo professionale. Se il motorsport è fatto prima di tutto passione, allora niente è più serio della 24h di Lemons, un campionato americano che fa dell’ingegnerizzazione del cazzeggio la raison d’etre.

[COURTESY OF HIPS.HEARTSTAPPS.COM]

La corsa è aperta a tutti quelli che hanno una regolare patente di guida. La regola principale però è che la macchina deve essere costata al massimo 500 dollari, manodopera e modifiche comprese. Se è costata di più il Giudice dispensa giri di penalizzazione, il cosiddetto “Bullshit Factor” – ovvero potete benissimo arrivare con una Pagani Zonda, ma sappiate che 629 giri sono tosti da recuperare.

[COURTESY OF MURILEEMARTIN.COM]

Per correre basta iscriversi, avere la macchina e la patente normale; tenete presente che comunque si tratta di una corsa dove è vietato provocare incidenti o sportellate (“divieto di lamiera contro lamiera”) pena la squalifica immediata – similmente, se vi capottate venite squalificati perché non siete degni di partecipare alla corsa – quindi non sono richieste abilità da driver professionista.

[COURTESY OF CHAMBERMASTER.BLOB.CORE.WINDOWS.NET]

Le uniche cose obbligatorie sono i dispositivi di sicurezza mentre il resto è a piacere, volante, motore e ruote incluse. E’ permesso inoltre comprare una macchina per più di 500 dollari e vendere parti del mezzo così da arrivare di nuovo alla soglia limite. Come da nome, le gare durano un numero di ore a doppia cifra, ma se siete pigri potete stare in gara anche solo 12 ore, oppure svegliarvi alla mattina della domenica tardi e incominciare a correre solo allora. Di solito per ogni stagione c’è solo una gara da 24h.

[COURTESY OF SANDIEGOREADER.COM]

L’idea che anima la competizione comunque è arrivare con la macchina più strampalata, in ogni direzione: vecchie macchine con un drago sul tetto, auto trasformate in casse da morto, van rigirati su un fianco in grado di correre etc… 

Del resto alla fine della gara non è detto che chi taglia per primo il traguardo sia il vero vincitore visto che il premio più ambito è l'”Index of Effluency”, che il Giudice assegna alla macchina che ha performato meglio in relazione alle sue possibilità (e nessuno si sognerebbe mai di contestare il Giudice). Of course, il più delle volte la gara finisce con un party gigantesco e birra a fiumi. Una volta si terminava con la “People’s curse”, una votazione popolare per eleggere una macchina da distruggere (un invito a non fare i bastardi in pista), norma poi espunta vista la crescente dedizione con cui gli equipaggi costruivano le macchine.

[COURTESY OF HIPS.HEARTSTAPPS.COM]

Esempio dotato di valore generale: un signore con una vecchia Renault Espace su cui era stato montato di F1 di una Williams (del quale mi pare che ci siano solo tre esemplari al mondo e uno è nel museo della Renault); aveva solo il piccolissimo problema che ogni tre giri si doveva fermare per almeno mezz’ora per farlo raffreddare altrimenti andava a fuoco tutto. Naturalmente il tizio non ha fatto niente per modificarla e ogni 3 o 4 giri, si fermava ai box per una mezz’oretta – innaffiando l’attesa con corpose bevute con tutti quelli che erano nei paraggi.

Ultima annotazione sul nome: oltre all’ovvia presa in giro della classica francese, “lemon” in americano è lo slang per catorcio.

[COURTESY OF MURILEEMARTIN.COM]

Riflessione semiseria finale: è la classica cretinata americana (inglesi e tedeschi fanno comunque cose simili), però forse risponde ai nostri quesiti in merito alla scomparsa dei piloti italiani. La generazione dei Giacomelli, Alboreto, Patrese proveniva anche da esperienze economiche ma formative come la Formula Monza, Formula Italia o trofeo Alfa Sud. Adesso al di fuori delle categorie classiche (e costosissime) di kart, F3 e F4 mi vengono in mente solo cose come campionati come il Ferrari Challenge o il Lamborghini Super Trofeo. Non strettamente la macchine che gli italiani si possono permettere per imparare a guidare in pista.

[Immagine di copertina tratta da RacingJunk.com]

Lorenzo Giammarini a.k.a. LG Montoya

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“RAPIREMO NIKI LAUDA”: IL NUOVO ROMANZO DI CARLO CAVICCHI

In questo periodo di intensa attività motoristica post-lockdown, si impone una parentesi per presentare un libro il cui titolo e autore hanno molto a che fare con il nostro blog del Ring, e con gli appassionati che vi scrivono e che lo leggono.

E’ infatti appena uscito il secondo romanzo di Carlo Cavicchi, direttore di Autosprint dal 1984 al 1999, e, successivamente, di Quattroruote. Il libro si intitola “Rapiremo Niki Lauda”, ed è edito da Minerva.

Chi scrive ha avuto l’onore e il piacere di intervistare l’autore in occasione di una presentazione organizzata dal Centro di Lettura “L’isola del Tesoro” di Trebbo di Reno, biblioteca gestita unicamente da volontari e molto apprezzata dagli abitanti della frazione di Castel Maggiore, a pochi passi da  Bologna.

“Due storie che diventano una sola in un’amalgama che è come la Nutella sul pane”. Così Cavicchi definisce il suo nuovo romanzo. E la similitudine non potrebbe essere più azzeccata, perchè la storia parte dalla Bologna degli anni 60, una città che raggiunse, in quel periodo di boom economico post-bellico, uno splendore che si esaurirà con gli anni di piombo, per arrivare al mondo della Formula 1 di metà anni 70, e, in particolare, in quel 1976 che vide l’epica battaglia fra Lauda e Hunt. E questi due mondi, quello bolognese e quello delle corse, vengono raccontati dall’autore con una dovizia di particolari e una precisione possibile solo per chi li ha conosciuti molto bene entrambi.

Il protagonista della storia è un giovane rampante che riesce a risollevarsi dopo una brutta vicenda in cui è stato coinvolto, e che, una volta ritornato in vetta, accetterà di essere coinvolto in un piano criminoso dal ritorno economico potenzialmente molto elevato, quello di rapire il campione austriaco, per la liberazione del quale non sarebbe certamente mancato qualcuno disposto a tirare fuori fior di quattrini.

E’ ovvia la curiosità di sapere come sia nata l’idea di un romanzo incentrato su una simile vicenda, di cui Niki è l’inconsapevole protagonista. Ebbene, si tratta di una storia che all’epoca si raccontava a Bologna negli ambienti giornalistici. Forse qualcuno aveva veramente in programma di rapire Lauda, e Cavicchi nel suo romanzo si è immaginato, e ha descritto nei dettagli e in modo coinvolgente, come avrebbe potuto svolgersi quel piano.

Ne è nata una trama che si legge tutto d’un fiato, e il cui finale sorprenderà il lettore. Perchè, se si può facilmente immaginare che il piano sia destinato a fallire, non si può dire altrettanto di ciò che succederà dopo.

Gli appassionati di motori troveranno in questo libro tanti episodi e aneddoti della Formula 1 dell’epoca, descritti con gli occhi di un meccanico della Good Year complice suo malgrado del piano criminoso. Tuttavia, Cavicchi ha tenuto a precisare che il romanzo non è scritto solo per loro, ma, soprattutto, per chi ama il genere giallo. E, aggiungiamo noi, per chi ama le trame coinvolgenti dove i protagonisti e i luoghi diventano reali nella mente del lettore, per quanto bene sono descritti.

La redazione del blog del Ring ringrazia Carlo Cavicchi per la grande disponibilità e il Centro di Lettura “L’Isola del Tesoro” per averci coinvolto in questa iniziativa.

Per informazioni:

Il nostro redattore Pier Alberto intervista Carlo Cavicchi (foto by Fabio Grandi)

 

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