Il campionato del mondo di Formula 1 1982 fu segnato tanto da terribili tragedie, quanto dallo spettacolo in pista, con gare incerte, undici diversi vincitori in sedici appuntamenti e il titolo assegnato in occasione della prova finale a Keke Rosberg, che portò per l’ultima volta sul tetto del mondo il motore Ford Cosworth, in una stagione dove si imposero con prepotenza i motori Turbo, destinati a dominare la scena negli anni a venire.
La ricerca di propulsori sovralimentati non fu l’unica novità tecnica, in quanto anche un mondo cinico come quello della Formula 1 non poté chiudere gli occhi di fronte alle tragedie avvenute in pista e di conseguenza la serie di gravi incidenti, uniti alla morte del giovane e sfortunato Paletti oltre a quella di uno dei piloti più rappresentativi, Gilles Villeneuve, portò ad un repentino cambio delle norme, situazione analoga a quella che si sarebbe verificata purtroppo anche dodici anni più tardi. Il 13 ottobre 1982 venne pianificata una consistente modifica del regolamento tecnico che vietò il fondo piatto e le minigonne, portando il peso minimo delle monoposto a 540 Kg con portata del serbatoio a 250 kg e autorizzazione del rifornimento in corsa; le decisioni della Federazione furono appoggiate dai piloti e costrinsero i team a modificare le vetture già progettate per la stagione 1983, superando tra l’altro il Patto della Concordia che aveva congelato il regolamento tecnico fino al 31 dicembre 1984. La risposta delle case costruttrici non si fece attendere e fu discussa il 3 novembre, giorno in cui si giunse ad una mediazione, posticipando il debutto iridato al 13 marzo in Brasile con conseguente spostamento del Gran Premio del Sudafrica a fine stagione, una scelta che non rese comunque vita facile ai team, tanto che in occasione della prova inaugurale l’unica vettura completamente nuova fu la Brabham Bt52, seguita a ruota dalla Renault Re40, mentre il resto dei partenti iniziò la stagione con le vetture dell’anno precedente adattate alle nuove regole, portando in pista i nuovi modelli successivamente nel corso del campionato.
La prima prova iridata confermò il potenziale delle vetture turbo e sul velocissimo tracciato di Jacarepagua il campione in carica Rosberg fu autore di un piccolo miracolo, conquistando la pole position davanti a sette vetture sovralimentate, mentre il secondo aspirato in griglia fu Lauda, distaccato di un secondo e mezzo in un’anonima quinta fila. Nel corso del Gran Premio Rosberg testò personalmente la pericolosità dei rifornimenti, uscendo di corsa dalla vettura incendiata durante la sosta, poi ripartì spinto dai meccanici e venne squalificato, vedendo quindi annullato il suo secondo posto al traguardo, mentre Piquet vinse agevolmente una corsa dove i principali rivali nella corsa al titolo furono messi fuori gioco da vari problemi tecnici.
I motori aspirati, penalizzati nei circuiti più veloci, avrebbero potuto alzare la voce nei tracciati cittadini di Long Beach, Montecarlo e Detroit, dove le vetture turbo, di cui molte in fase di studio e non ancora perfettamente affidabili e bilanciate, avrebbero patito tra muretti, brevi rettilinei e continue accelerazioni. Il primo di questi appuntamenti fu quello di Long Beach, seconda prova in calendario, in un circuito già “ritoccato” in seguito al drammatico incidente di Regazzoni del 1980 e ora modificato in modo più radicale nel tentativo di limitare i forti saliscendi e rendere più sicuro l’ingresso ai box, anche se il nuovo layout risultò nei fatti più veloce e potenzialmente più pericoloso. Tra i concorrenti spinti dal Ford Cosworth vi era la Mclaren, ancora in attesa del Tag-Porsche che avrebbe debuttato a stagione in corso, ma le due vetture di Watson e Lauda non incisero in prova, trovandosi rispettivamente in ventiduesima e ventitreesima posizione a quattro secondi dalla pole di Tambay, il quale rifilò otto decimi al compagno di squadra Arnoux, anche lui in prima fila, mentre la seconda fu monopolizzata dalle Williams di Rosberg e Laffite.
Le vetture partirono dunque per il giro di ricognizione con prima fila tutta Ferrari e seconda fila Williams, poi a seguire De Angelis (Lotus), Warwick (Toleman), Alboreto (Tyrrell), Prost (Renault), Sullivan (Tyrrell), Jarier (Ligier), Patrese (Brabham), Jones (Arrows, unica presenza stagionale), Mansell (Lotus), Giacomelli (Toleman), Cheever (Renault), Surer (Arrows), Cecotto e Guerrero (Theodore), De Cesaris (Alfa Romeo), Piquet (Brabham), Baldi (Alfa Romeo), Watson e Lauda (Mclaren), Winkelhock (Ats), Salazar (Ram) e Boesel (Ligier), mentre i sue alfieri dell’Osella, Corrado Fabi e Piercarlo Ghinzani, dovettero seguire la gara da spettatori, avendo mancato la qualificazione. Le prime fasi di gara videro come protagonista, nel bene e nel male, uno scatenato Rosberg, il quale partito dalla seconda fila, cercò subito di prendere il comando infilandosi tra le due Ferrari toccando quella di Arnoux, mentre nel corso del primo giro tentò un sorpasso impossibile su Tambay compiendo uno spettacolare 360° fortunatamente senza conseguenze. Il gruppo procedeva compatto tra i muretti di Long Beach e non mancarono i sorpassi: nel corso del secondo giro Patrese infilò Sullivan, che poco dopo cedette il passo anche alle Renault di Cheever e Prost, poi quest’ultimo iniziò a patire problemi tecnici che lo traghettarono nelle retrovie, così come Arnoux, costretto ad una sosta d’emergenza causa un inatteso degrado degli pneumatici.
I primi continuavano a viaggiare a strettissimo contatto, con Tambay sempre in testa davanti alle Williams di Rosberg e Laffite, in forte pressing sul ferrarista e seguiti da Alboreto, Cheever, Patrese e Jarier. La bagarre per le prime posizioni favorì i colpi di scena: Cheever perse contatto con il gruppo dopo essere rientrato ai box con i meccanici Renault ancora impegnati con la vettura del compagno di squadra, mentre Jarier tentò un sorpasso ardito su Alboreto mettendolo fuori gioco, anche se a stravolgere realmente l’esito della corsa fu di nuovo Rosberg; il finlandese attaccò Tambay nel corso del ventiseiesimo giro causando il ritiro dell’avversario, poi proseguì e in prossimità del tornantino finale toccò la Williams del compagno di squadra e fu colpito a sua volta da Jarier, con conseguente ritiro dei due piloti e passaggio in testa di Laffite, seguito da Patrese, Surer e dalle sorprendenti Mclaren di Lauda e Watson, entrambi abilissimi a sfruttare le disavventure altrui per portarsi in zona punti dopo essere partiti dal fondo dello schieramento.
La coppia Mclaren proseguì in simbiosi la propria marcia ed entrambi i piloti infilarono Surer, poi Watson ruppe gli indugi e passò Lauda in staccata al termine della Shoreline Drive; bastarono una manciata di giri e i due, sempre vicinissimi tra loro, superarono anche Patrese e infine Laffite, in crisi con gli pneumatici, arrivando clamorosamente al comando della corsa. Ad animare un Gran Premio destinato ad entrare nella storia ci pensò anche René Arnoux, autore di una grande rimonta in seguito al cambio gomme: raggiunto Cheever, lo seguì fino a quando quest’ultimo si incollò alla Williams di Laffite per poi passare entrambi. Nelle fasi finali la corsa perse Cheever e Patrese per problemi tecnici, mentre Lauda fu vittima dei crampi e si limitò ad amministrare un ottimo secondo posto rinunciando ad attaccare il compagno di squadra Watson, che vinse la sua quinta ed ultima gara in Formula 1, primo ed unico nella storia a conquistare il gradino più alto del podio partendo dalla ventiduesima posizione, impresa resa ancora più incredibile dal piazzamento di Lauda, ventitreesimo in griglia e secondo al traguardo.
Il podio del Gran Premio fu completato da Arnoux, ultimo a pieni giri, mentre in zona punti si classificarono anche (a un giro) Laffite, Surer e Cecotto, primo venezuelano a punti in un Gran Premio iridato; a seguire (a due giri) Boesel, Sullivan e Alboreto, poi (a tre giri) Prost, Mansell, Patrese e Cheever, questi ultimi ritirati ma classificati avendo coperto un numero di giri sufficiente. Lauda passò in testa al mondiale con 10 punti, contro i 9 di Watson e Piquet, poi come previsto presero il largo le vetture Turbo e la lotta per il titolo vide come protagonisti Piquet, Prost e Arnoux; le Mclaren vissero invece una stagione di transizione e, dopo aver mancato entrambe la qualificazione a Montecarlo, raccolsero poche soddisfazioni, con due podi di Watson a Detroit e Zandvoort, pista dove Lauda, che nel resto del campionato raccolse due soli punti, portò al debutto il propulsore sovralimentato Tag-Porsche destinato a riportare le vetture biancorosse al vertice.
L’impresa di Long Beach fu l’ultima perla nella storia del trentasettenne John Watson, il quale, nonostante le convincenti stagioni alla corte di Ron Dennis, dovette lasciare il posto al promettente Alain Prost, per poi tornare un’ultima volta al volante due anni più tardi, quando corse a Brands Hatch in sostituzione di Lauda portando al traguardo in settima posizione la Mclaren numero 1, ultimo a correre con quel numero senza essere campione del mondo in carica. La carriera del pilota inglese si concluse con 154 presenze, 5 vittorie, 2 pole position, 5 giri più veloci e 20 podi, oltre alla soddisfazione di essersi confrontato a testa alta con due piloti del calibro di Prost e Lauda.
Se questo racconto non vi è bastato, a voi una sintesi della gara.
La scalata della montagna, la corsa che parte all’alba, la 12 Ore di Bathurst!
Mount Panorama è un circuito di fama mondiale situato a Bathurst, nel Nuovo Galles del Sud. Conosciuto come la casa dell’ Australian Racing, il circuito è diventato famoso grazie all’annuale Bathurst 1000 che fu tenuto per la prima volta nel 1963.
Il Bathurst 1000 è ora uno dei più grandi eventi sportivi dell’Australia, attraendo oltre 200.000 persone nei suoi quattro giorni. La pista di Mount Panorama è una strada pubblica per la maggior parte dell’anno e come tale si applicano regole stradali regolari (limite di velocità di 60 km / h). C’è un dislivello impressionante di 174 metri dal punto più basso (Pit Straight) fino allo Skyline.
Lunghezza del circuito: 6.213 km
Lunghezza del Conrod Striaght = 1.916 km
Lunghezza del Mountain Straight = 1.111 km
Probabilmente molti hanno familiarizzato con il circuito australiano in Real Racing 3, un saliscendi mozzafiato fra muretti a bordo pista e lunghissimi rettilinei. La fluidità, la sinuosità e il ritmo di questo serpentone d’asfalto ti prende e non stanca mai….si potrebbe guardare un’onboard per ore e ore.
Nel corso degli ultimi anni questa gara ha acquisito un richiamo sempre maggiore, soprattutto da quando è stata aperta alle auto di classe GT3. Infatti ogni edizione i numeri delle GT3 iscritte sono sempre maggiori, tanto che dall’anno scorso la gara è stata inserita come prima tappa dell’Intercontinental GT Challenge, ideato dalla SRO di Ratel, e comprendente gare come la 24 Ore di Spa, la 10 Ore di Suzuka e la 8 Ore di Laguna Seca. Grazie al crescente prestigio della gara, negli ultimi anni molte case ufficiali inviano supporto tecnico ai team locali e prestano i loro piloti ufficiali per creare degli equipaggi PRO in grado di lottare per la vittoria. Audi, Porsche, Mercedes e BMW mettono in campo numerose auto supportate ufficialmente, almeno un paio a testa; mentre c’è chi come Bentley che corre con il team ufficiale M-Sport. Ci sono Ferrari e Lamborghini portate in gara da team locali o le Aston Martin schierate dal team R-Motorsport.
Ci sono tutti gli ingredienti per vedere una grande maratona in terra australe.
ENTRY LIST
#2 – Audi Sport Team Valvoline – Mies, Haase, Winkelhock – Audi R8 LMS
La grande classica dell’endurance oltreoceano compie i suoi 50 anni di validità per il campionato IMSA con un’edizione che si preannuncia memorabile. Le 47 vetture iscritte rappresentano un piccolo passo indietro rispetto agli ultimi anni, ma la qualità dei team sembra più alta che mai. Per il 2019 il campionato IMSA ha deciso di splittare in due classi separate Dpi e LMP2, andando a velocizzare i prototipi DP e limitando le P2. Questa mossa ha portato molti team che in precedenza avevano portato in pista le LMP2 a non partecipare più o ad acquistare delle vetture DPi, con il risultato di vedere quest’anno poche P2 iscritte, che di fatto non possono lottare più per la vittoria assoluta. L’altra grande novità della stagione è rappresentata dalla monofornitura Michelin a tutte le classi, in seguito a molti anni di equipaggiamento per la sola classe GTLM. Quindi la casa francese prende il posto della Continental, di cui molti si lamentavano soprattutto per la qualità delle gomme da bagnato, visto che nel 2015 una Porsche 991 RSR gommata Michelin riuscì a vincere la Petit Le Mans (10 ore) assoluta, funestata da una pioggia battente. I risultati prestazionali delle nuove gomme Michelin si sono visti già al Roar, dove in tutte le classi si è girato nettamente più forte…pure il LMP2 che in teoria doveva essere rallentata.
DPi
Nella classe regina si sfideranno ben 11 vetture, di cui 6 Cadillac-Dallara, 2 Mazda Joest, 2 Acura Penske e una Nissan portata in gara dal team Core. I favoriti per la vittoria sono i 2 equipaggi dell’Action Express, capaci uno di vincere la Rolex 24 lo scorso anno, l’altro di vincere il campionato IMSA; perciò i riflettori sono puntati verso di loro. Ma a far scalpore è la line-up formidabile messa in campo dal WTR con i titolari R.Taylor e Van der Zande affiancati da piloti del calibro di Kobayashi e soprattutto Alonso. Lo spagnolo, dopo aver saggiato la gara nel 2018 con la United Autosport, stavolta ha voluto cercare una vettura e un team competitivo per lottare veramente per la vittoria, e il primo impatto con la nuova macchina è sembrato ottimo. Le altre 3 Cadillac sono gestite da team di più basso profilo, come il Juncos Racing e il JDC-Miller, che l’anno passato correva con le Oreca LMP2, dove correrà anche Rubens Barrichello fra gli altri.
Chi ha sorpreso tutti al Roar è la Mazda, che si è confermata su tempi per ora inavvicinabili dagli altri, tanto che il record sul giro a Daytona di quasi 30 anni fa è stato già non ufficialmente battuto. Le due RTP-24 hanno lasciato gli inseguitori più vicini a oltre mezzo secondo, ma questo risultato non ha comunque influenzato l’IMSA in una revisione del BOP, chissà gli altri se non hanno dato tutto. In ogni caso la velocità c’è, i piloti anche visto che potrà contare su driver di livello mondiale come Jarvis, Tincknell, Bernhard, Pla….Quello che preoccupa rimane l’affidabilità e la solidità, vedremo se il Joest Racing avrà saputo mettere in pista una macchine veloce ed affidabile.
Grandissima attesa c’è anche per le due Acura del team Penske, che ormai hanno maturato la giusta esperienza e devono sicuramente lottare per la vittoria fino alla fine. La line-up rimane la stessa e quindi tornano gli ex Indycar Montoya e Castroneves. In più le 2 vetture porteranno in gara una livrea storica per l’Acura, infatti riprende quella usata nel 1993.
Il team CORE ha deciso di vendere la sua Oreca LMP2 e acquistare dall’ESM una delle Nissan DPi, cercando di portare avanti il progetto della Nismo. Al Roar la vettura ha mostrato un buon passo, in linea con gli altri prototipi, ma anche qui l’affidabilità è sempre stato un tallone d’Achille.
LMP2
In LMP2 ci sono solo una manciata di vetture che possono sperare al massimo in una posizione finale in top5, fra i team c’è il Dragonspeed con due Oreca, fra i cui piloti c’è anche Pastor Maldonado.
GTLM
In GTLM come sempre ci sarà la gara più avvincente e feroce, con 9 vetture e ben 4 team ufficiali a darsi battaglia. La Corvette ritorna con le sue C7R (forse per l’ultimo anno) e stessi equipaggi che hanno portato al titolo nella stagione passata. Al Roar ha conquistato la posizione ai box grazie ad un bel gioco di scie fra le due vetture. Il team di Doug Fehan forse non avrà la macchina più veloce, ma di sicuro ha una montagna d’esperienza che lo rende il team complessivamente migliore del campionato.
Probabilmente sarà l’ultima volta anche per le famigerate Ford GT (si parla di un programma DPi per il 2020), che nei test sono state sornione senza dare troppo nell’occhio, pronte a mostrare il potenziale solo in gara. Le vetture di Ganassi vestiranno delle livree celebrative con la Castrol come main sponsor, sempre in occasione dei 50 anni della gara. Anche qui i piloti rimangono sostanzialmente gli stessi.
La Porsche dovrebbe anch’essa schierare le 911 RSR con delle livree celebrative, come già successo a Le Mans e a Road Atlanta. Qui la novità nel roster dei piloti è il giovane Jaminet (debuttante già alla Petit Le Mans), che evidentemente è considerato più maturo di Sven Muller e Matteo Cairoli, gli altri due Junior della casa. La 911 RSR non ha ancora vinto a Daytona, e le livree old-style hanno portato molto bene producendo 2 doppiette…chissà.
La Ferrari si presenta con la 488 del team Risi e un quartetto di piloti ufficiali impegnati nel WEC, fra cui Pierguidi e Rigon. Come sempre è cruciale tenersi fuori dai guai fino alle ultime ore di gara e poi dare il tutto per tutto, ed è quello che devono fare avendo solo una vettura.
In casa BMW la curiosità è tutta rivolta ad Alex Zanardi e a come si evolverà la sua storica avventura. Realisticamente, visti i tempi leggermente inferiori e tutte le difficoltà del caso, è molto difficile che la vettura di Zanardi possa essere veramente in lizza per la vittoria nelle fasi finali di gara, però Alex è una persona che ha dimostrato a tutti cose impossibili, che nessuno credeva potesse essere compiute. Per cui noi tutti facciamo il tifo per lui e riconosciamo il suo coraggio nel volersi cimentare in una categoria così competitiva. Se avete visto il suo giro on-board capirete tutte le difficoltà che a gestire tutti i comandi con le sole mani. Per quanto riguarda la M8 GTE, l’anno scorso era al debutto assoluto, e infatti è stata dura, si per prestazione, che per problemi tecnici. Quest’anno arriva molto meglio con un anno di rodaggio e belle prestazione alle spalle….è nella mischia.
GTD
La categoria GTD è come spesso accade la più nutrita e varia di bellissime gran turismo destinate a programmi clienti. A darsi battaglia ci saranno oltre 20 vetture divise fra marchi del calibro di Ferrari, Porsche, Lamborghini, Audi, Mercedes, BMW, Acura e Lexus. Stabilire il favorito in questa classe è ovviamente molto difficile, di sicuro la Lamborghini vorrà difendere il successo ottenuto l’anno passato, mentre al Roar di inizio mese sono sembrate molto forti le Mercedes AMG GT3 e le Acura NSX del team MSR. Questa classe ha beneficiato molto dell’arrivo delle Michelin, visto che i tempi fatti registrare sono già molto migliori dello scorso anno, avvicinando in qualche caso il ritmo delle più performanti GTLM. Sicuramente, data la grande quantità di equipaggi validi, sarà una gara decisa negli ultimi giri. Vedremo che la spunterà!
Bene ragazzi, dopo questa carrellata per familiarizzare con le classi in pista, non ci resta che passare un bel week-end all’insegna del Motorsport, vista anche l’assenza di F1 e MotoGP.
Informazioni indispensabili per seguire la gara sono orari, sito IMSA.tv, live timing e entry list/spotter guide che trovate qui sotto.
La stagione 1988 del mondiale di Formula 1 mandò in pensione i motori sovralimentati protagonisti dell’ultimo decennio e, come preannunciato già dal 1986, tutte le scuderie si prepararono a competere utilizzando motori aspirati con cilindrata fino a 3500 cm³ e numero di cilindri massimo pari a 12, senza alcun limite di consumo. Il V12 fu adottato dalla Ferrari e dalla Lamborghini, che spinse le Lola Larrousse senza particolare fortuna, penalizzata dalla scarsa affidabilità e dai mezzi risicati del team; molte scuderie, tra cui la Benetton, scelsero un convenzionale propulsore Ford ad otto cilindri, soluzione su cui puntarono anche Judd, fornitrice per quattro scuderie, e Yamaha, partner della modesta Zakspeed, qualificatasi in due sole occasioni. Honda e Renault introdussero invece un inedito dieci cilindri nel tentativo di trovare una via di mezzo tra i vantaggi in termini di peso e dimensioni dei V8 e la maggiore potenza dei V12, considerando il minor spazio disponibile per il motore a causa dell’arretramento degli abitacoli indicato dal regolamento. Le grandi novità del nuovo mondiale non si esaurirono con i motori: dopo due stagioni di monopolio Goodyear tornò infatti in Formula 1 la Pirelli, scelta da Brabham, Coloni, Eurobrun, Dallara, Osella, Zakspeed e Minardi, e proprio grazie all’ottima tenuta degli pneumatici la scuderia faentina vide le proprie prestazioni incrementare notevolmente nel finale di stagione, al punto che Martini si trovò in testa all’Estoril, facendo capolino più volte nei quartieri alti durante le ultime gare.
Il numero di team e piloti iscritti rese necessaria l’organizzazione delle prequalifiche, ovvero una sessione di un’ora da disputarsi il venerdì mattina dalle otto alle nove, dove tredici piloti sarebbero stati costretti a dare tutto per superare la tagliola ed approdare alle qualifiche ufficiali, durante le quali altri quattro sarebbero stati esclusi per portare in griglia i 26 piloti ammessi su un totale di 39; per i piccoli team si sarebbe rivelata un’impresa, per alcuni piloti un miraggio: Suzuki, Foitek, Larrauri, Bertaggia, Winkelhock e Dalmas limitarono la propria partecipazione al mondiale al solo turno del venerdi mattina. La stagione partì purtroppo con un dramma: durante una sessione di test a Jacarepagua in vista della prima gara, Philippe Streiff uscì di pista con la sua Ags e riportò gravi danni alla colonna vertebrale rimanendo paralizzato; dotato di una grande forza d’animo, ebbe modo di adoperarsi attivamente fino a diventare consigliere tecnico per i diritti delle persone diversamente abili sotto la supervisione del Ministero della Sanità francese. Proprio sul circuito brasiliano partì il campionato del mondo, con grande curiosità per un particolare introdotto dalla Ferrari, che portò in pista la rivoluzionaria 640 F1, soprannominata “papera” per la particolare forma del muso, dotata di un cambio semiautomatico sequenziale con innesti direttamente sul volante, soluzione al debutto assoluto in Formula 1. Per tentare di riportare in alto i colori del Cavallino era stato ingaggiato il tecnico John Barnard, il quale mostrò grande sicurezza nel nuovo progetto, al punto di disegnare l’abitacolo della vettura senza spazio per un eventuale ritorno alla leva manuale, anche se lo sviluppo del nuovo sistema si rivelò particolarmente laborioso, tanto che per lo studio sui motori venne utilizzata una vettura del 1987 modificata per l’esecuzione dei test.
Le prove a Rio de Janeiro fecero le prime vittime illustri, tra i quali Johansson, alla guida di una Onyx ancora acerba, i nostri Caffi e Ghinzani, oltre ad Arnoux, al volante di una Ligier sempre più in crisi; la pole position venne invece conquistata dall’idolo di casa Ayrton Senna, capace di rifilare otto decimi a Patrese (in prima fila per la prima volta dal 1983) e oltre un secondo al compagno di squadra Prost, in terza fila con Mansell e preceduto dall’altra Ferrari di Berger e dalla Williams di Boutsen. Pronti, partenza, via: e subito la prima sorpresa! Patrese e Berger partirono benissimo affiancando Senna, ma solo la vettura dell’italiano passò indenne la prima curva, mentre per i due piloti di Ferrari e McLaren la corsa durò lo spazio del primo rettilineo, con l’austriaco subito fermo e il brasiliano costretto per lungo tempo ai box; Boutsen, uscito di scena dopo pochi giri per la rottura del motore, perse addirittura lo specchietto destro a causa di un pezzo schizzato dalla vettura di Senna. La situazione di gara a quel punto vedeva Mansell e Prost all’inseguimento dell’ottimo Patrese, successivamente “vittima” di una strategia non molto azzeccata della Williams, che attese troppo tempo per il primo cambio gomme, permettendo ai due contendenti, già fermatisi per la prima sosta, di raggiungere e superare il padovano, ormai sensibilmente più lento a causa degli pneumatici usurati. Mansell stava imprimendo un ritmo infernale alla corsa, ma iniziò a patire problemi con il nuovo cambio semi-automatico, arrivando addirittura alla sostituzione del volante con i relativi innesti durante la seconda sosta ai box, poi tornò in pista e si lanciò all’inseguimento di Prost, che superò dopo pochi giri, mentre il francese, consapevole che il suo principale antagonista era ormai fuori gioco, evitò rischi inutili ragionando come di consueto in ottica campionato. Alcune tornate prima si erano vissuti istanti di paura per Eddie Cheever, costretto a guidare una Arrows dall’abitacolo strettissimo (caso non troppo isolato all’epoca) e svenuto per il caldo e la stanchezza una volta uscito dalla vettura in seguito ad una collisione con Schneider; fortunatamente per “l’americano di Roma” nessuna conseguenza.
Riccardo Patrese, fino a quel momento grande protagonista, dopo uno spettacolare sorpasso su Gugelmin fu costretto a rallentare, accostando mestamente per noie all’alternatore e congelando di fatto le posizioni dei primi, con Mansell in vantaggio di alcuni secondi su un Prost sempre più tranquillo in seconda posizione, mentre ai box Ferrari la tensione era altissima per le incognite sull’affidabilità della nuova monoposto di Maranello; fortunatamente tutto funzionò perfettamente fino al traguardo, dove per primo transitò proprio Mansell, l’ultimo pilota scelto da Enzo Ferrari in persona, protagonista di un debutto memorabile sul Cavallino Rampante. Secondo fu Prost e terzo Gugelmin, profeta in Patria e a podio per l’unica volta in carriera, mentre a sorpresa si classificò quarto Johnny Herbert, giunto eroicamente al traguardo nonostante fosse ancora claudicante e in fase di recupero dal grave incidente avvenuto durante una gara di Formula 3000 nel corso della stagione precedente; quinta la Arrows di Warwick e sesta l’altra Benetton di Nannini, seguiti nell’ordine e fuori dalla zona punti da Palmer, Nakajima, Grouillard, Alboreto, Senna e Alliot. Fu la prima vittoria per una vettura dotata di cambio semi-automatico, sistema che aveva già stuzzicato la fantasia dei tecnici Ferrari molti anni addietro: pare che alla fine degli anni Settanta l’ing. Forghieri avesse tentato di applicare un’idea del Drake montando quel particolare cambio su una 312 T3, poi il progetto venne messo in stand by e, dopo un nuovo testo su una F186, riproposto in modo deciso con l’arrivo di John Barnard, partendo da lunghe sessioni di test con Roberto Moreno fino al debutto vincente di Rio De Janeiro. L’intuizione si dimostrò vincente: Ayrton Senna ad Adelaide nel 1991 siglò l’ultima pole position per il cambio ad H, che rimase in dotazione per pochi anni tra i piccoli team, prima di lasciare definitivamente spazio al semi-automatico, nel pieno di un’era in cui lo sviluppo tecnologico riuscì a coniugarsi perfettamente con lo spettacolo in pista, come dimostrato dallo splendido campionato del mondo di Formula 1 1989.
Mister Brown
APPROFONDIMENTI VIDEO
Sintesi ampia e fasi salienti della corsa
Un giro a bordo della Williams di Riccardo Patrese Commento di Michele Alboreto
Gilles Joseph
Henri Villeneuve was born in 1950, in Quebec and, after starting his
competitive career in snowmobiles, rose to stardom after a couple of seasons in
Formula Ford, and then winning both the US and Canadian Formula Atlantic
championships in 1976. Villeneuve had beaten James Hunt and other GP drivers in
a Canadian Formula Atlantic race and Hunt pointed him out to McLaren. Hunt told
the McLaren management about them with the words “That kid is a genius! He can really drive!“. Even back in
those days it was rare for a driver to point out the skills of an OTHER driver.
Prompting Teddy Mayer to give Villeneuve a call, and arrange a meeting.
In the end it was decided to give Villeneuve a seat in an outdated M23 for the ’77 British GP, which would be their third car alongside the new M26’s driven by Hunt and Mass. On that Thursday Villeneuve drove an F1 for the very first time. During practice he changed nothing on the car, each time he came in to the pits he told the mechanics how great the car was and if he could have another go, to learn more.
In the
meantime journalists and photographers would pop-in at the McLaren garage and
tell them of the times the saw the new guy go off track or spin the car. Naming
every corner on the Silverstone track! So when Villeneuve came back in to the
pits Alastair Caldwell, who was McLaren’s team manager and head mechanic at the
time, asked him if he had troubles with the car, since people told him he spun
at every corner. To which Gilles replied: “I’m
just finding out how fast I can go round the corners. You can’t tell how fast
you’re going unless you lose control of the car.”
After a while
he spun the car less and less, even ending up the pre-qualification session in
p1. During the actual qualification session he ended up in ninth place, one
place in front of Jochen Mass, the no.2 McLaren driver, in a newer M26.
Eventually he would finish the race in 11th place, after a pit-stop for a
faulty oil temperature gauge. Gilles Villeneuve was 29 when he was offered
test driver role (and a five-race deal for the end of the ’78 season) with
McLaren after the 1977 British GP.
But right
before that he was invited to Maranello where apparently Enzo was reminded of
the great Tazio Nuvolari, and Gilles had received a similar offer, after a test
session at Fiorano. He had been lapping the track in a 312T2 for half an hour,
when he returned to the pits. In just 20 laps he had worn out a complete set of
brake pads. Pads that should comfortably last a whole race…
So when he
told McLaren about it Mayer said that he should call Ferrari’s bluff and ask
them for a full drive or nothing. Enzo promptly signed him up, from the
last two races of 1977. Leaving Caldwell to be furious with Mayer, for not only
throwing away a rough diamond but also negotiating his deal! Apart from that
one-off McLaren drive Villeneuve only drove for Ferrari throughout his
tragically shortened career.
Villeneuve,
talking about those early snowmobile days said: “Every winter, you would reckon on three or four big spills, being
thrown on to the ice at 100 miles per hour. Those things used to slide a lot,
which taught me a great deal about control. And the visibility was terrible!
Unless you were leading, you could see nothing, with all the snow blowing
about. Good for the reactions — and it stopped me having any worries about
racing in the rain.” Maybe he should have worried a little more, but he was
certainly fearless.
John Blunsden
wrote in The Times: “Anyone seeking a
future World Champion need look no further than this quietly assured young
man.”
Enzo Ferrai
said: “When they presented me with this
‘piccolo Canadese’, this minuscule bundle of nerves, I immediately recognised in him the
physique of Nuvolari and said to myself, let’s give him a try.”
Villeneuve
replaced Niki Lauda, who left Ferrari two races before the end of the ’77
season after some disgruntlement (but not before winning his second title), but
had a sad start to his career in the final event in Japan where he banged
wheels with Ronnie Peterson’s Tyrrell, took off… and landed on a group of
spectators, who were in a prohibited area. One spectator and a marshal were
killed, and ten people were injured. An investigation decided not to
apportion any blame.
Villeneuve’s
first full F1 season (1978) began with an eighth place in Argentina (plus
fastest lap), followed by four retirements, the fourth at Long Beach, where
Villeneuve had qualified second, and led for much of the race, until colliding
with a back-marker and retiring. After that he would end up taking a fourth
place at Monaco. After a string of further disappointments Villeneuve gained
his first podium in Austria and then winning the final race in Canada – still
the only Canadian to have won ‘at home’. However his teammate, Carlos
Reutemann, won four times, to finish third in the Championship – there was more
to come from Villeneuve.
At Monza the
tifosi were overjoyed to see Villeneuve take his second front-row start of the
year, and he also finished second in the race, but he and Andretti jumped the
start and were penalised one minute, leaving them sixth and seventh. There were
many incidents in the race, which was red-flagged as a result of Peterson’s
crash, and it was about to be restarted, three hours late, when Jody
Scheckter’s Wolf lost a lap on the formation lap, and flattened the guard-rail.
A deputation of drivers examined the area, and asked for adjustments, and a
much shortened race started at 6 PM, four hours late.
Mario
Andretti: “I was on pole, and Gilles
was next to me on the front row. He jumped the start and I reacted to it, so I
jumped it too. We both knew early on we’d been penalised a minute, but still we
fought the whole race like we were going for the win. I followed him until about
six laps from the end. I could see him work really hard in that Ferrari. And I
was waiting for the mistake, but the mistake never came… So I made my move at
Ascari, just went in there full on the limit, and he gave me the room I needed.
That showed he was thinking, and had a lot of respect. And I had great respect
for him because of that.”
While
Reutemann took the vacant seat at Lotus for the ’79 season, Villeneuve was
joined by Scheckter. It was Ferrari’s year, at least until Alan Jones’ Williams
came good in the second half and won four out of five races. The record shows
Scheckter took the Championship with Villeneuve second, four points down: they
each had three victories, and three second places. Villeneuve had an additional
second place that had to be dropped, while Scheckter had four fourth places,
two of which were dropped. [NB: at that time only the best 4 results from the
first 7 races, and the best 4 results from the last 8 races counted towards the
Drivers’ Championship] Both drivers had one pole position but Villeneuve was
the only one to score fastest laps – six of them.
After the
first five races Villeneuve led by 20:16 but he failed to score in the next two
and Scheckter pulled ahead. At the half-way point Villeneuve trailed 20:30, and
failed to regain the lead. It would be twenty-one years before another Ferrari
driver would be Champion…
In the French GP there was the titanic battle between Villeneuve and
Arnoux which Villeneuve won. He commented afterwards, “I tell you, that was really fun! I thought for sure we were going to
get on our heads, you know, because when you start interlocking wheels it’s
very easy for one car to climb over another.”
The Dutch GP
provided another Villeneuve classic: a slow puncture collapsed his left rear
tyre and put him off the track but he limped back to the pits on three wheels,
losing the damaged wheel on the way. He completed the lap on just two wheels –
one was gone, and the opposite one was in the air… Villeneuve insisted the team
replace the missing wheel, and it apparently took a while to assure him the
suspension damage was beyond repair. Reaction at the time was mixed: either an
act of the ultimate competitor not wanting to give up… or an irresponsible,
emotional decision.
In Italy
Villeneuve could have gone on to win the Championship by beating Scheckter… but
allegedly chose to finish second, less than a second behind, ending his own
championship challenge. Although Scheckter was ahead in the Championship
Villeneuve was still in contention. He qualified fifth to Scheckter’s third and
ran right behind Scheckter’s gearbox throughout the race… Was he on team orders
to let Scheckter win if Scheckter was ahead, was he being a gentleman, or was
Scheckter simply the faster man on this occasion. At no time during the race
was Villeneuve seen trying to pull alongside, or even pulling out of the
slipstream to take a look.
His behaviour
throughout was of the dutiful No.2 driver, reminiscent of Moss to Fangio,
Peterson to Andretti, and many others… and yet Gilles Villeneuve was nobody’s
stooge. Did he run so consistently close to demonstrate he could have taken the
lead? Whatever, it was extremely uncharacteristic for a man who was never slow
to put his car’s nose ahead… and keep it there… to apparently accept second
best on this occasion. During the year, when they both finished without a
problem, Villeneuve beat Scheckter 6:4.
I have no
desire to denigrate Scheckter’s Championship – I just find Villeneuve’s
behaviour unusual. Unless it was a Ferrari decision…
In his last ever interview Villeneuve would use this to explain his feud with Pironi, after the
’82 Imola GP: “When I was behind
Scheckter, in South Africa in ’79, I only passed him when he was in the pits.
When I was in Monza, and it was my last chance to win a race, and the
Championship was at stake (’79), I stayed behind Jody without trying to pass
him. When I was at Monaco, before the gearbox broke, Jody was in front of me,
going slowly. Because he had a huge lead, and I never tried to pass him. That was
the Ferrari rule!”
Funnily
enough Scheckter would comment about that Monza win:“As much as I trusted Gilles – I was looking in my mirors more than
usual. On the last lap I slowed right down in one section, then just went as
fast as I could for insurance… I would have been surprised if he had tried
anything but I always look out for surprises.”
In Canada
Villeneuve qualified second, between the two all-conquering Williams cars,
while Scheckter languished in ninth. Villeneuve jumped into the lead and held off
Jones for fifty laps before having to give best to Williams, though he held on
to second from a really hard-pushing Regazzoni.
Finally to
Watkins Glen. The record book shows Villeneuve won, in wet conditions, but he
was 48 seconds ahead of Arnoux… after Jones had crashed, from an ill-fitted
wheel. But there’s a lot more to that story:
The rain was
so heavy for the Friday practice session and only a few cars ventured forth.
Villeneuve was fastest, 11(!) seconds ahead of Scheckter. Yes, you read that
right. Eleven seconds! Scheckter would later recalled: “I scared myself rigid that day. I thought I had to be quickest. Then I
saw Gilles’s time and — I still don’t really understand how it was possible.
Eleven seconds!”
Twenty
minutes before the race started it was raining again. Villeneuve jumped ahead
and after two laps was five seconds ahead but, as the track began to dry, Jones
closed in and went ahead on lap 31. Villeneuve pitted for slicks but, when
Jones did the same, one wheel wasn’t properly fitted, and he was soon out of
the race, leaving Villeneuve almost a full lap ahead of Scheckter, who later
lost a tyre. Villeneuve cruised home, with fading oil- pressure, 48 secs. ahead
of Arnoux.
1979 turned
out to be Villeneuve’s best year – he would not even get close to winning a
championship again.
Ferrari
mechanic Scaramelli: “The Villeneuve
era was wonderful, and it peaked in 1979. That year the T4 engine would only
break if you dropped it off the back of the truck. And Gilles was fantastic. We
were accustomed to Lauda and Reutemann, who respected the machinery. Gilles gave
us a lot more work, but he also completely re-awakened our enthusiasm! After
each race, if you worked his car, you could see that he thoroughly wrung his
car’s neck. The limiter on his accelerator pedal would always be pushed a
little further down…”
Now came a
dreadful year for Ferrari, 1980 – not a single win, no pole position, no
fastest lap, no podium even… and finishing 10th in the Constructors
Championship with just eight points – how the mighty can fall. It wasn’t just
the Williams cars who took over; Ligier, Brabham and Renault all won two or
three races each. Even the Fittipaldi team scored two podium finishes, to place
eighth with, sandwiched in the middle, the also once-mighty McLaren team, whose
drivers, Watson and Prost, only amassed eleven points between them… In the
Drivers Championship Villeneuve finished fourteenth, with defending champion
Scheckter in nineteenth
With several
very bad accidents to Regazzoni and Jean-Pierre Jabouille, and the loss of
Patrick Depailler, 1980 was a dreadful year for more than just Ferrari.
Scheckter
decided to call it a day in 1981 and Villeneuve was joined by newcomer; Pironi,
to drive Ferrari’s first turbo car which had considerable power and
straight-line speed, but turbo-lag and handling problems prevented a challenge
for the Constructors Championship, eventually finishing fifth. Nevertheless
Villeneuve scored an amazing victory at the slow Monaco circuit and, at Jarama,
he held back five faster cars who were able to close up on the corners before
Villeneuve roared away on the straights. He also took pole position and fastest
lap at Imola.
In Monaco
Villeneuve finished forty seconds ahead of Jones, who was fifty seconds ahead
of Lafitte, the only other drivers on the lead lap but, in Spain, only 1.24
seconds covered 1st-5th places – the second closest finish in F1 history. It
was also Villeneuve’s last victory, and is often held up as a tactical
masterpiece. He only qualified seventh but at the start he jumped to third at
the first corner, and was second at the end of the first lap…
Jones was in
full control, until he spun off on lap 14, and Lafitte, Watson, Reutemann, and
de Angelis closed up on Villeneuve, and all five were packed like a 215kph tin
of sardines, to the line. [Some F1 purists childishly denigrate ovals but check
the 2013 Indy Lights race at Indianapolis – a four-abreast finish, with 0.0026
secs. between them.]
Midseason
Ferrari acquired the services of Harvey Postlethwaite to pen the 1982 car (with
a young Adrian Newey in the drawing office), who said: “That car…had literally one quarter of the downforce than, say Williams
or Brabham. It had a power advantage over the Cosworths for sure, but it also
had massive throttle lag at that time. In terms of sheer ability I think Gilles
was on a different plane to the other drivers. To win those races, the 1981 GPs
at Monaco and Jarama — on tight circuits — was quite out of this world. I know
how bad that car was.”
In the
penultimate race at Ile Notre Dame, which would be renamed, Circuit Gilles
Villeneuve, the following year, Gilles drove with a seriously damaged front
wing for much of the race, probably obscuring much of his forward vision, and
in heavy rain… But I expect he thought it was nothing compared to his
snowmobile days. Nevertheless he should have been black-flagged but after
several frightening laps the wing became disconnected, and Ferrari left him to
decide. I say this because the wing could have easily caused a death if it had
hit anyone when it let go, and even the debris could have had severe repercussions.
As with the missing wheel in 1979, Villeneuve drove without apparent concern
for what could have happened behind him.
Ferrari
mechanic Corradini: “Another
legendary race. Gilles was charging in the wet with his front wing bent upwards
and compromising his visibility. But for him it made no difference. He was on
his way to the podium. I was terrified that Forghieri was going to stop him.
Call him in to change his nose. I was Pironi’s mechanic, but I was a fan of
Gilles. So what I did, crazy as it may seem, was to grab the board with ‘Box’
written on it and hide it. At that point Forghieri could say what he wanted:
the signal, the order for Gilles to surrender, couldn’t been shown by
anyone!”
1982: Now came disaster, with which I have already dealt with in the
Pironi article. I don’t enjoy writing of tragedies, and the loss of Villeneuve
in a practice accident was, and still is, a tragedy. Many people have attempted
to ‘explain’ the incident – most have a highly subjective opinion. All we know
for certain is that Villeneuve came across another, slower- moving, car, both
drivers took evasive action, but failed to avoid a collision, and the Ferrari
took off. Villeneuve, still strapped to his seat, was thrown from the
disintegrating vehicle and died in hospital that evening.
Gilles
Villeneuve was especially noted for his exuberance, even devil-may-care
approach to racing. Certainly he so often put his car where a lesser man (i.e.
almost all other drivers) would not have dared, and his impeccable car control
enabled him to pull it off. But.. in his final performance even Villeneuve’s
skill proved insufficient to get himself out of trouble.
Niki Lauda
said of him: “He was the craziest devil I
ever came across in Formula 1… The fact that, for all this, he was a sensitive
and lovable character rather than an out-and-out hell-raiser made him such a
unique human being. Gilles was the perfect racing driver, I think. In any car
he was quick. He didn’t drive for points, but to win races. I liked him even
more than I admired him. He was the best -and the fastest- racing driver in the
world!”
Professor Sid
Watkins once said about Villeneuve that what an inch was for Gilles was like a
yard for anyone else. He was that precise.
Chris Amon: “People always talk about Senna, who
obviously had brilliant races too. But Senna had the advantage of being in top
rate equipment for some of those races. Gilles most exceptional races were driven in uncompetitive cars.”
Rene Arnoux: “At Watkins Glen one time, I asked him
-the corner before the pits, I take a small lift there, do you? He said he also
lifted a little there, but in final qualification he would try it flat out. So
just before the end of the session I came to this corner and there was his car.
Completely destroyed in the wall. But he was OK. So when I got back to the pits
I asked him if this bend could be taken flat out? ‘No, Rene’ he said, ‘I tried,
but it is not possible.’ But he had decided that it could be done so he tried
it… And that was Gilles Villeneuve for me.”
In the end Villeneuve would only score six wins (from 67 starts), two
pole positions and a further 13 podiums. Plus eight fastest laps. But he
created this immortal legend. I’m a massive Villeneuve fan, and perhaps I
romanticise his story a bit too much. If you ever go to an F1 race and you come
across a guy with a massive Villeneuve tattoo on his right arm come say ‘Hi’ to
me, hahaha.
Phil Bruznic
Life is racing, all the rest is waiting
Caricamento commenti...
Devi effettuare l'accesso per postare un commento.
Devi effettuare l'accesso per postare un commento.