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BASTIAN CONTRARIO: I CONTI NON TORNANO

Sono mesi che sollevo il dubbio, su questa rubrica, su come faccia Red Bull a sviluppare così tanto, senza sforare il tetto di spesa. Prestazioni in crescendo in cui hanno mostrato capacità di adattamento della RB18 su ogni pista e in ogni condizione, eppure i conti non tornano, non sono mai tornati. Perché al netto delle puttanate rosse in pista, dei problemi dell’affidabilità e per ultimo la DT039, la Red Bull sembrava non accusare nulla. Anzi, l’inizio del mondiale per loro è stato disastroso, considerando il doppio ritiro per ambo i piloti. Ferrari sembrava aver già preso il volo, in quanto aveva fatto bene i compiti a casa. Invece così non è stato.

Alla fine il bubbone è scoppiato. L’intero sistema F1, durante il weekend del GP di Singapore, è stato sconvolto (si fa per dire, visto che si scopre l’acqua calda in quanto tutto questo, almeno nell’ambiente, si sapeva già da agosto) dal “budget cap gate” da parte della Aston Martin e, soprattutto, della Red Bull. In uno sport quando il protagonista non è più la relativa disciplina, bensì l’aspetto regolamentare e le furbate che vengono messe in atto per eccellere in quella stessa disciplina, beh allora quello sport è morente. Ed è proprio a quello che stiamo assistendo con la F1 attuale e lo sforamento del budget cap è solamente la ciliegina sulla torta di un sistema malato che ci ostiniamo a seguire ancora.  Se tutto va bene mercoledì, quando questa rubrica verrà pubblicata, dovrebbe uscire il verdetto della FIA in merito alla furbata fatta dalle due scuderie inglesi… sempre loro, i bidonisti. Sono arrabbiato, deluso, nauseato dalle continue ingiustizie ed angherie che dobbiamo subire, dove ad essere mortificati siamo noi appassionati e la nostra intelligenza. Non mi illudo minimamente che la Federazione usi il pugno di ferro a riguardo delle due squadre (anche se parliamoci chiaro, di Aston Martin ci frega poco!). Come potremo continuare a vedere un GP ora, sapendo che la squadra di Milton Keynes ha barato sugli sviluppi? Per quanto la Federazione si affannerà a cercare di salvare capra e cavoli, ormai tutto è venuto alla luce.

Ovvio che i conti non tornano dunque. Binotto, ai microfoni, è stato molto chiaro: ammesso che lo sforamento del budget sia stato entro il 5%, questo comunque equivale ad almeno mezzo secondo di vantaggio sulla diretta concorrenza. Il dramma è che si parla di uno sforamento maggiore, così grosso che va ad abbracciare addirittura tre anni: lo scorso, questo e addirittura il prossimo. Dati alla mano, tralasciando il 2021 che nel bene o nel male è passato, è evidente come la Red Bull sia progredita, dandosi persino la zappa sui piedi, pubblicizzando addirittura un nuovo telaio. Wolff lo disse le settimane fa: “come fanno a farlo? Con questi limiti noi non possiamo permettercelo”. Come si fa a non mettere in discussione una intera squadra ed il suo pilota di punta allora? Il pilota certo, guai a toccare lui e tutti gli altri: il livello comunicativo è divenuto tale che ormai i piloti sono intoccabili e guai a criticarli; è un continuo giustificarli. Ebbene, le cose non stanno così: Verstappen è un indubbio fenomeno e su questo non si discute eppure se sta vincendo praticamente ad ogni GP è solo perché è indubbiamente bravo? Se Red Bull non avesse dopato finanziariamente la sua RB18, con continui e riuscitissimi sviluppi, l’olandese sarebbe riuscito a fare tutto quello che ha fatto? Il dubbio purtroppo è lecito, perché i conti non tornano. Ad inizio mondiale, l’olandese ha dovuto sudare per recuperare i punti persi e sebbene Ferrari gli abbia dato una mano in questo, Max se la giocava alla pari. Da agosto la Red Bull ha letteralmente mostrato un altro passo, tanto ripeto, da non accusare minimante la DT039. La dimostrazione di ciò che dico l’abbiamo vista proprio ieri. Sergio Perez, di sicuro non è un chiodo al volante (questo glielo devo), eppure stiamo parlando di un pilota (specie quando hanno indirizzato gli sviluppi solo da un lato del box) che mediamente  prendeva sette decimi al giro dal compagno e di sicuro non è all’altezza di un Charles LeClerc. Domenica sera, in quel delirio di GP, il monegasco non ha mai avuto la possibilità di avvicinarsi a tal punto da poter sferrare uno dei suoi attacchi. Certo, Charles il GP lo ha perso in partenza (che per inciso il suo spunto è stato buono, ha solo avuto la sfiga di trovare lo sporco… sul lato pulito della pista!) eppure considerando quello che abbiamo visto domenica, sarebbe riuscito a contenere la RB18 del messicano (il quale faceva letteralmente quello che voleva, qualunque fossero “le scarpe” che indossasse), caso mai fosse riuscito a partire bene? All’improvviso Perez è divenuto un campione? Vi prego. A dire il vero, non oso immaginare cosa sarebbe successo se al suo posto ci fosse stato il compagno.

Lo squallido teatrino dell’assegnazione dei secondi di penalità (anche questo ho ripetuto più volte e proprio con il messicano sempre come protagonista… che senso ha punire dopo, visto che un pilota in quel caso si può fare i conti e gestire quindi la gara? Cosa che è avvenuta puntualmente tra l’altro!) è stata solo la solita routine di una direzione gara inadeguata e totalmente asservita alla squadra più forte di turno. Ad essere sinceri, ammesso che avessero comminato dieci secondi a Perez, sarebbe stato comunque un modo squallido di vincere, dato che la festa della premiazione era già stata consumata. A Perez va il merito di aver saputo sfruttare il mezzo che aveva… con buona pace delle decisioni postume della Federazione. Federazione sempre più nella bufera e questo è già il secondo GP di fila che commette queste enormità. Questo thriller per loro è stata una sana distrazione, perché per tre ore non si è parlato del budget cap gate.

Intanto mercoledì incombe e la Federazione una decisione dovrà necessariamente prenderla. Per il suo bene sarebbe stato meglio che nulla fosse uscito fuori e che i panni sporchi si fossero lavati in famiglia, come si suol dire. Per loro sarebbe stato ideale, in questo modo avrebbero conservato il candore delle loro camicie bianche. Ed infatti, per il proprio bene, la Federazione farebbe bene ad insabbiare tutto, comunicando ufficialmente che è stato tutto un grosso errore e che i conti tornano perfettamente, perché la FIA come si muove farà danni. La sua priorità naturalmente sarà quella di salvare la propria immagine di credibilità eppure sarà difficile, se non impossibile, perché i conti non tornano: se verrà certificato che Red Bull ha rubato (perché questo è un furto bello e buono e basta che abbia sforato anche di un solo milione affinché sia considerato tale) questa dovrà essere punita. Una “semplice” multa andrà a minare seriamente la credibilità della stessa Federazione. Se ci andrà giù pesante con la mano (cosa sacrosanta, visto che a detta di Binotto, anche pochi milioni in più di spesa equivalgono ad un bel vantaggio cronometrico), allora si metterà di traverso a chi paga i conti al circo. Conoscendo il sistema come gira e funziona, posso solo immaginare come finirà. Non dimentichiamo che, con i mille chilometri di test segreti, fu AMG stessa (tramite Ross Brawn… lo stesso che ora è nella stessa FIA!) a “suggerire” la pena da scontare. In tutto questo teatro, in seguito Ferrari come si muoverà? Quali saranno le sue decisioni? Con quale spirito ci si affaccerà al 2023, soprattutto se Red Bull (cosa molto plausibile), non verrà punita e conserverà l’enorme vantaggio che ha già accumulato proprio per l’anno prossimo?

No signore e signori, in un modo o nell’altro i conti non tornano.

 

Vito Quaranta

MIT’S CORNER: LE NON PAGELLE DI SINGAPORE

Mi piace questa idea delle NON-PAGELLE post gp

Così posso sbizzarrirmi nel fissare nero su bianco le impressioni che la visione del Gp, rigorosamente in diretta, mi ha dato prescindendo il più possibile dai condizionamenti delle chiacchiere successive.

Peccato che qui le chiacchiere già precedevano il gp, come tutti ben sapete, e la dietrologia da Nobel che lo ha contornato sembrava una slot machine di Las Vegas in preda a deliri d’onnipotenza.

Fino a esiti certi su Budget Cap RBR mi astengo dall’intervenire sulle polemiche. E vado al GP.

La pioggia non era una novità del week end sicché ci si attendeva che le squadre avessero programmato un set up, se non ideale per le condizioni, almeno che tenesse conto dell’eventualità la quale peraltro, in quel luogo e in questo periodo, non è a bassa probabilità (per quanto, se non erro, c’è stata una volta sola in passato). Ci si aspettava dunque una gara spettacolare (con o senza le virgolette lo decidete voi). 

E lo è stata.

Rispetto ad altre volte ho avuto il privilegio di guardare il gp a casa di una persona a me cara e che gode di un rango a me decisamente superiore: può pigiare il tasto verde del telecomando! (oh magari si può fare pure su nowtv ma non mi pare)

Così mi sono sbizzarrito per gran parte della gara a guardare i camera car in diretta. 

L’esperienza, onestamente nuova per me, è stata a due facce: da un lato, camera car così prolungati ti fanno capire ancora meglio lo stile di guida del pilota, oltre ovviamente alle impressionanti difficoltà cui si trova a dover far fronte, ma dall’altro lato ti toglie un po’ di visione d’insieme il che si riflette su tutti i ragionamenti strategici che, da buon divanista olimpico, mi piace fare durante il gp. Ma tant’è.

 

Perez – che dire? Meglio di così non si può. Il nostro ha avuto lo spunto giusto all’inizio ed ha corso tanto tanto ma tanto bene. Devo ammettere di aver particolarmente apprezzato la sua gara proprio per il tipo di contesto. Terreno difficile, prima posizione più o meno inattesa, il cagnaccio che aveva dietro che non lo mollava di un metro, VSC e SC a gogo e il compare che non solo era molto indietro ma partiva pure malissimo lasciandogli di fatto sulle spalle la responsabilità del risultato del team. C’erano quindi tutte le condizioni in cui, come si usa dire, “aveva tutto da perdere”. E il nostro anziché farsi prendere dal panico piazza una gara perfetta. Non sbaglia praticamente mai, non si fa innervosire e quando gli dicono che deve mettere i famigerati 5 sec non si pregare e fa uno step-up di performance. Quest’ultimo tratto di gara me lo sono palleggiato tra lui e Leclerc e ho potuto notare con quanta sicurezza ha guidato Perez anche quando in cui gli è stato richiesto di spingere di più. Nonostante la ricerca di performance continuava a guidare su rotaie (in senso quasi letterale: la striscia asciutta che si era creata la seguiva pedissequamente) senza prendersi rischi eccessivi il che mi fa pensare che ne avesse ancora. Onestamente incomprensibile il comportamento sulla seconda SC, non aveva nessuna necessità di staccarsi con così tanto anticipo e con così tanto margine visto che mancavano ancora parecchie curve, compreso il budello tra la 16 e la 21, al traguardo. All’inizio pensavo che la sua idea fosse scattare con molto anticipo per prendere il ritmo, cosa che sembrava aver fatto ma poi ha rallentato di nuovo. Mah. Comunque non è colpa sua se i commissari hanno deciso la penalità a bocce ferme.

 

Leclerc – gara eccellente anche la sua. La partenza a fasi alterne non è del tutto colpa sua. Ho notato che anche Hamilton si è impantanato perdendo posizioni. Probabilmente una pozza o qualcosa del genere l’ha fregato. Certo che ci si aspetta che il poleman goda di un certo vantaggio ma tant’è: evidentemente non è il suo anno. Ad ogni modo, lui e Perez fanno subito il vuoto. La differenza è che mentre Perez guidava con una certa sicurezza il buon Charles aveva il suo bel daffare a tenere in pista la rossa. Il che rende per certi versi straordinaria la sua prestazione di ieri. Le varie mosse sotto VSC e SC  non l’hanno penalizzato (me lo dico da solo: touché!). La sua guida all’inseguimento di Perez dopo l’ultima SC è stata entusiasmante per il fatto che si vedeva che tirava quanto più poteva e il controllo che ha messo in mostra è da annali (i tempi sul giro fatti in quella fase lo dimostrano). Tuttavia ho anche notato che non riusciva a venire a capo delle strette curve 3 e 13 ed anche la 20 e la 21 le azzeccava a giri alterni (quantomeno confrontato con Perez) – segno che Perez non l’avrebbe mai passato (salvo errori). In una di queste curve ha fatto un piccolo errore e da quel mmento in avanti ha visto Perez allontanarsi sempre più senza poter fare più di quanto stava già facendo. Penalità a Perez o meno, un applauso per come ha guidato non glie lo leva nessuno.

 

Sainz – a differenza del teammate il buon Carlos ha guidato tutta la gara tenendosi fuori dai pericoli. Dal camera car era piuttosto evidente: là dove Leclerc era continuamente a correggere Carlos invece sembrava su rotaie. Ma ciò non deve ingannare: andava più piano tant’è che si prendeva quasi 1 sec al giro. Visto che la pista non si asciugava e il numero di VSC e SC che ci sono state l’idea era anche giusta: va a sapere che davanti si stendono. Solo che non si sono stesi. Che l’andar “piano” fosse una sua scelta per stare in pista oppure che meglio di così non sapeva fare alla fine è arrivato comunque terzo. Bravo lui.

 

Norris – ho guardato anche lui in camera car, soprattutto nella prima metà gara. Onestamente mi ha un po’ deluso. Nel senso, un po’ paradossale, che si vedeva che quando toccava il limite ne sembrava più spaventato che “informato”. Ho notato che mentre Leclerc correggeva con maestria cercando il limite il buon Lando invece talvolta si ritrovava al limite e le correzioni erano un correre ai ripari. Per carità, aveva una rapidità e riflessi eccezionali ma mi ha dato un’impressione diversa da Leclerc (e Verstappen). Aiutato dal muretto si è comunque portato a casa, insieme al teammate, punti importantissimi.

 

Ricciardo – il simpatico Daniel non ha mai amato la pioggia e qui si è visto alla grande. Solo un muretto bravissimo (o fortunato: fate voi) lo ha condotto in quinta posizione. Ho visto anche i suoi camera car ma se Lando mi ha un po’ deluso come guida immaginatevi lui…

 

Stroll – il figlio di papà non sarà mai un favorito degli appassionati ma non si potrà dire che con l’asfalto bagnato non sappia il fatto suo. Tutti o quasi i suoi maggiori risultati sin qui ottenuti sono stati in condizioni simili. E anche a Singapore ha detto il suo. Peccato non aver visto i suoi camera car (mannaggia!) e non saprei dire come guidava. Sarebbe stata un’occasione d’oro per confrontarlo con i pesi massimi su questo terreno.

 

Verstappen – eh… Boh. Si può dire pietoso di un campione come lui? Evidentemente, la cappella epocale fatta dal team in Q l’ha condizionato in modo assai pesante. Una partenza pietosa. Qualche giro alla grandissima (pur con il “passi pure” di Gasly) da par suo e poi pietosamente accodato al buon Fernando senza neanche provare una manovra delle sue. Il successivo tentativo su Norris ci stava ma non ha visto tutto come fa di solito e la conseguente spiattellata ne ha condizionato il risultato finale. Bene ma non benissimo nemmeno nella riconrsa finale ma va detto che ormai non aveva tanto da chiedere alla gara. In generale mi è parso ansioso oltremisura, segno che anche il talento più luminoso può trovarsi in affanno quando gli vanno storte un po’ di cose.  Va detto però che al camera car mi ha dato l’impressione di guidare allo stesso modo di Leclerc: come Charles anche Max guidava sapendo cosa aspettarsi. Le correzioni che faceva erano sicure, toste, cercate. Il pietoso che mi sono permesso all’inizio non è quindi nel modo di guidare che ha avuto nel gp quanto nella gestione della gara. Non a caso il risultato, per i suoi standard e capacità, è il peggiore dell’anno.

 

Vettel  – finalmente si è visto qualche sprazzo del BVZS (cit. con S al posto di M per gli appassionati di fumetti). Gran partenza, ottima gestione. Bravo a tenersi lontano dai guai e senza essere arrendevole nelle lotte in cui si è trovato suo malgrado. Ho guardato un paio di suoi giri in camera car quando era in lotta con Verstappen a metà gara ma non ne ho ricavato un’impressione giudicabile. Ad ogni modo, visto l’andazzo di AM, gran risultato anche per lui. L’unico neo è che Stroll gli è arrivato davanti il che, pur considerando l’attenuante che Stroll è buono solo sul bagnato, non ci fa esultare del tutto.

 

Hamilton – luci e ombre. (Partenza viziata da qualche pozza?). Luci: la macchina non stava dritta neanche se fosse stato al simulatore quindi la sua performance è stata rilevantissima. Ombre: l’errore in cui danneggia l’ala. Luci: la resistenza contro Verstappen nonostante l’ala danneggiata. Ombre: il finale tutto sommato incolore. Che non fosse più Hammer ormai l’avevamo capito. Peccato: in una gara come questa sarebbe stato il terzo incomodo ideale.

 

Gasly – onestamente a parte il “prego passi pure” dato a Verstappen non l’ho mai “visto” il che mi farebbe concludere per un “anonimo”. 

 

Note di merito: 

Alonso: be’, che ve lo dico a fare? Avete visto che paura aveva Max ad attaccarlo? Manco ci ha provato. E non ci ha provato perché il buon Fernando non glie ne ha dato occasione! Di tutto si può dire del nostro eroe tranne che non sappia cosa fare quand’è in pista. Peccato il problema: la sensazione è che, ceteris paribus, al 4 posto alla fine ci si sarebbe trovato lui e non Norris.

 

Magnussen.  In gp come questo dimostra solidità, coraggio e grande capacità di gestione – peccato solo che gli manchi la velocità altrimenti sarebbe un pilota da tenere in seria considerazione quantomeno come seconda guida in un top team. 

 

Note di demerito: 

 

Russell: male in Q, male in gara, ok l’azzardo vista la posizione ma proprio non stava in pista. C’è da dire che la Mercedes l’ho vista in grandissima difficoltà il che attenua un poco le sue colpe. 

 

Ocon: prima del problema al motore stava prendendo le piste da Alonso. E in gp come questo non dovrebbe accadere.

 

Latifi:  riprendo l’espressione idiomatica usata prima con Alonso: che ve lo dico a fare? Solo che qui va intesa in senso negativo. Quand’è che scade il suo contratto?

 

Tsunoda: tutto sommato bene in Q e pure in gara finché è rimasto in pista ma l’incidente poteva e doveva evitarlo. Quest’anno sta andando decisamente meglio rispetto allo scorso anno ma ha ancora tanto pane da mangiare.

 

Albon: come Tsunoda con la differenza che non ha fatto il suo solito in Q. Non c’è nulla da fare: in gare come questa, dove puoi cercare di bilanciare prestazione e sicurezza per cercare risultati normalmente non alla tua portata l’ultima cosa che devi fare è mettere la macchina a muro. Male.

 

Ingiudicabili: Mick e Zhou. La loro gara danneggiata da altri piloti (Russell e il sempiterno Latifi).

 

E Bottas? Dov’era Bottas?

C’era anche lui?

 

Metrodoro il Teorematico

BASTIAN CONTRARIO: LA CADUTA DEGLI DEI

Un curioso, quanto inutile sondaggio sul social twitter, di un bidonista inglese (per chi non è avvezzo alla storia della F1, sappia che apostrofo in codesto modo “le persone più competenti della F1”, come le definisce un noto telecronista urlatore seriale, perché, in antico tempo, gli inglesi per rientrare nel limite del peso zavorravano le monoposto letteralmente con bidoni pieni d’acqua!), mi ha dato uno spunto di riflessione su quello che sia la F1 attualmente e, soprattutto, su cosa siano divenuti ora i campioni della “vecchia guardia”. Il sondaggio chiedeva semplicemente se Verstappen fosse riuscito a vincere lo stesso il mondiale qualora sulla sua monoposto ci fosse stato LeClerc e naturalmente lui fosse stato in Ferrari. Al di là del risultato (ha vinto la logica: Charles su Red Bull campione naturalmente), era palese il tentativo del suddetto bidonista di esaltare il nuovo deus ex machina del momento e cioè il futuro bicampione Max Verstappen. Già perché dovete sapere che l’anglo austro (tra Toto e proprietà Red Bull gliela dobbiamo la citazione agli austriaci) tedesca F1 è sempre alla ricerca dell’idolo da adorare e con la caduta degli dei, a cui nemmeno l’epta campione Hamilton si può sottrarre, ha trovato immediatamente il suo rimpiazzo, proprio come il campione inglese ha rimpiazzato il suo omologo tedesco che ora è in Aston Martin.

Prima in F1 la caduta degli dei era un fatto inevitabile, fisiologico… naturale. Oggi giorno è una situazione quasi programmata. Verstappen (lui si che è il vero predestinato), sin da quando ha fatto ingresso nel circus (o circo?), è stato pubblicizzato senza mai nascondere la propensione del sistema F1 verso l’olandese. Pilota di indubbio talento e valore, determinato come pochi ed allevato a pane e motori sin dalla tenera età, irrompe nei circuiti di F1 già a diciassette anni. Ciò che ha sempre cozzato con il suo arrivo è stata l’ossessiva magnificazione del ragazzo, qualunque cosa facesse… errori compresi. Era chiaro sin da subito che il minorenne Max, in un modo o nell’altro sarebbe dovuto divenire campione e con una squadra come Red Bull questo non era che questione di tempo. Esagero? Avete mai visto lo stesso battage pubblicitario con Charles LeClerc? Il monegasco quest’anno non diverrà campione, eppure lui è il “titolare del palo” come si suol dire e questo è stato il suo primo anno in cui si è giocato il mondiale o, almeno marginalmente, ci ha provato. Qual è la differenza tra lui e l’olandese? Davvero LeClerc non è all’altezza di Verstappen? A giudicare dai primi due GP dell’anno, dove abbiamo assistito al loro testa a testa non mi sembra. Ovvio che Verstappen, avendo più esperienza (hanno la stessa età, eppure uno è entrato in F1 nel 2015 e l’altro nel 2018… scusate se è poco se in F1 tre anni possono fare la differenza!) ha avuto la possibilità di maturare determinati aspetti che oggi si ritrova, come la visione e la gestione della gara. Ovvio che ora abbia un comportamento meno irruento e più saggio, in quanto il suo (primo) mondiale l’ha vinto e quindi il sogno è stato esaudito e realizzato e, naturalmente, con la RB18 che non si rompe mai e che non conosce il significato di limite di spesa allo sviluppo fissato dal budget cap, se la può prendere comoda.

Il mezzo è tutto e sir Hamilton ne sa qualcosa e nessuno mi venga a dire che il re nero avrebbe raggiunto lo stesso risultato se si fosse scambiato il sedile con Vettel, perché “baffetto” su quella Mercedes gli avrebbe fatto un mazzo cosi! Infatti si veda la caduta rovinosa del campione inglese nei riguardi del suo connazionale e compagno di box. Di fatto Hamilton sta facendo esattamente la stessa fine che ha fatto Vettel con LeClerc… con la differenza che Russell non ha ancora vinto nessuna gara e, quindi, può ancora salvare la faccia. La classifica è impietosa: Russell, con una Mercedes zoppa (anche se dal Belgio è stata rivitalizzata dalla DT039) è a soli sette punti da Perez e a sedici da LeClerc (pazzesco) e, soprattutto, è avanti di trentacinque comodi punti all’ingombrante compagno. L’anno scorso gli “esperti”, tifosissimi proprio di sir Lewis tra l’altro, parlarono di “tonfo” di Charles, visto che la classifica finale diceva che Carlos gli era finito davanti. A parte cha la “fine analisi” non teneva in considerazione una serie di fattori (incluso quello che il monegasco ha rischiato di vincere l’anno scorso proprio a Montecarlo con la macchina che si ritrovava), ebbene ora cosa dovremmo dire di Hamilton? Il campione inglese ha spadroneggiato in lungo ed in largo ed ora che ha una macchina “più umana”, precipita tra i comuni mortali ed arranca a tal punto che dobbiamo sorbirci scenette al limite del patetico, dove a stento esce dalla macchina per poi zoppicare vistosamente. Il bumping dovuto al porpoising è per tutti i piloti in pista, nessuno escluso, evidentemente non per il campione inglese, tanto che il buon Toto ha dovuto invocare il sempre verde “motivi di sicurezza” come argomentazione valida per frenare la caduta del campione e di tutta la squadra che stava sprofondando lentamente nel mid field a causa di un progetto totalmente cannato.

La caduta degli dei è lenta e rovinosa ed a volte il botto che si produce, una volta raggiunti il suolo, può essere rovinoso. Questo è quello che è successo a Vettel, il quale non fa nulla per frenare questa caduta; anzi se mai l’accelera. Vettel è stato il pilota che ha inaugurato la dinastia dei domini nella F1 moderna: voglio dire, dopo l’era Schumacher abbiamo avuto una sana alternanza di campioni. A partire dal tedesco e cioè dal 2010, fino ad ora, salvo la parentesi “regolamenti di conti in casa” chiamata Nico Rosberg, abbiamo avuto solo due campioni ed ora pare la volta (dio ci scampi!) di Verstappen. La parabola di Vettel, quella della salita all’Olimpo, è stata a dir poco prodigiosa: tra talento (non si vince a Monza con una Toro Rosso sotto la pioggia per caso… diamo a Cesare quel che è di Cesare) e, soprattutto, l’onnipresente e imbattibile mezzo, supportato dal giusto peso politico della sua squadra, ne hanno fatto un dio da idolatrare e la beatificazione è stata raggiunta solo quando è arrivato in Ferrari… naturalmente. Il fatto è che proprio la Rossa è stata la sua rovina (di certo non dal punto di vista economico), in quanto il buon Vettel non ha saputo sfruttare l’occasione appieno (anche a causa della regressione della squadra e della reazione di AMG si capisce) e poi… e poi è arrivato LeClerc ed è dovuto scappare a gambe levate. La differenza tra lui e Alonso, perché entrambi sono in squadre disastrate ed appartenenti alla vecchia guardia, è che l’asturiano fa parlare i fatti e, quindi, la pista per lui, mentre il tedesco fa parlare la bocca e a sproposito anche. Un pilota ormai senza mercato, dove il rapporto prezzo qualità è totalmente sfavorevole, sapendo bene che è a fine carriera (credete sia un caso che si ritiri?), cerca di mungere la vacca facendo parlare di sé più per quello che dice, e le sue gesta di presunto impegno civile, che per i fatti in pista. Ancora riecheggiano nell’aria, in questa lunga pausa aspettando il GP di Singapore, le sue parole di scherno nei riguardi del nostro Presidente della Repubblica il quale, piaccia o meno, è pur sempre il nostro Presidente. Del resto Vettel non è la prima volta che scade nel volgare visto che mandò a quel paese il compianto Whiting in mondo visione. Arrancare, soprattutto, contro un compagno che è un vero mediocre e si ritrova in F1 solo perché il padre gli ha comprato una intera scuderia, non deve essere semplice soprattutto quando era abituato ad avere il mondo a i suoi piedi. Il declino di Seb non è iniziato ora certo, la sua avventura in Aston Martin evidentemente ne segna solo la coerente fine.

Mi auguro che Verstappen abbia degni avversari nell’avvenire e che Charles sia uno di questi, sia per lo spettacolo sia perché il suo talento, non venga mortificato dalla solitudine della concorrenza, proprio come accaduto con il suo acerrimo avversario in questi sette lunghi anni. L’ascesa all’Olimpo è dura, eppure i campioni della vecchia guardia insegnano che la caduta degli dei è un attimo.

 

Vito Quaranta

MIT’S CORNER: SPORT O SPETTACOLO?

La Formula 1 è sport o a spettacolo?

Per me, e molto probabilmente per tutti i frequentatori di questo blog,  è ovvio che la gerarchia deve mettere in cima sport. Tuttavia, salvo l’esser “talebani” di questa prospettiva, non c’è nulla di male se si tiene d’occhio anche la componente “spettacolo” ma è altrettanto ovvio che se privilegi questa invece di quella il rischio di sfasciare tutto è dietro l’angolo.

Abbiamo l’esempio sotto gli occhi nella motogp.

Il fenomeno Valentino Rossi ha portato la motogp da sport fondamentalmente di nicchia, poco seguito, poco pubblicizzato, poco pagato, poco organizzato ecc. ecc. a una ribalta mondiale seconda, nel motorsport, solo alla Formula 1. La cosa è stata gestita bene per un bel po’ di tempo, devo dire, anche grazie al fatto che il nostro non era solo un fenomeno mediatico. Sia le sue imprese sportive che il suo essere personaggio “spettacolare” sono state cavalcate da Dorna per fare in modo di attrarre assai, tanto e molto denaro ed è riuscita ad organizzare il tutto in modo molto più professionale rispetto al passato. La concertazione di questo percorso con i media, poi, è stata esemplare, al punto che, non solo in Italia, persino i telecronisti (come fu ed in qualche modo è tuttora per la F1) hanno una loro dimensione nell’immaginario degli appassionati.

Tutto bene, quindi.

Be’… ni.

Ovviamente la spettacolarizzazione degli eventi basati sul “personaggio” Rossi è stata sfruttata benissimo ma non aver capito che ad un certo punto era necessario fare uno step forward per consolidare quanto raggiunto è stato un errore gravissimo. Hanno costretto sto “poveraccio” (si fa per dire) a correre e rischiare l’osso del collo per anni e anni nonostante non fosse neanche lontanamente paragonabile, agonisticamente parlando, a quello che era nel decennio 2000/2010 e l’hanno spremuto fino a che hanno potuto. (Lui, beninteso, è stato molto più intelligente: ha capitalizzato, consolidato e portato a casa tutto il possibile – e ha fatto bene). Tutto al fine di continuare a prendere soldi, raccattare sponsor, dimensionare il circus, sempre sventolando davanti agli investitori il successo mediatico del “dottore”. Quest’anno, pensionatosi il fenomeno, assistiamo a Sboom di presenze, ascolti, sponsor e, soprattutto, soldi. La malsana gestione di Dorna della parabola discendente di Rossi ha portato a tutto questo. E il motivo è che hanno creduto che il clou dell’oggetto che avevano tra le mani, ossia lo “sport” motogp, fosse lo “spettacolo”, non lo sport stesso.

A maggior riprova di quanto sostengo ricordo che, nel corso del tempo, Dorna ha tentato di cavalcare e coltivare la componente “spettacolare” avviata con o, meglio, grazie a Rossi: in fondo era la strada più facile per spingere ancora di più su questo tasto.

Ma…

Stoner non ci stava.

Lorenzo per un certo periodo è stato costretto a fare pagliacciate che non facevano per lui (ricordo agghiaccianti tentativi di simulare passeggiate lunari davanti alla curva con le bandierine 93 nere sventolate da prezzolati).

Pedrosa non c’aveva la ghigna giusta.

Se parlo di Simoncelli mi viene il magone quindi evito.

 

Poi è arrivato Marquez e sembrava che avrebbero potuto replicare quanto fatto con Rossi.

La ghigna c’è, fenomeno è un fenomeno, spettacolare è spettacolare ecc. ecc.

Tuttavia il pasticcio del 2015 ha rovinato tutto e da allora la motogp si ha dovuto continuare, comunque e giocoforza, ad aggrapparsi a Rossi il quale, per ovvi limiti di età, non è che potesse fare granché.

Oggi abbiamo in pista piloti eccezionali, bravissimi, velocissimi e che onorano da par loro lo sport ma che non sono “personaggi” nel senso che Dorna vorrebbe. Leggo persino articoli con delle ridicole lagne sul fatto che i piloti di oggi sono troppo buoni, che sono troppo amiconi e che ciò non andrebbe bene per la motogp. Vero, se visto dal lato dello “spettacolo” ma… seriously?

Piccolo inciso: se a “spettacolo” tolgo le virgolette cade tutto il discorso – gli appassionati sanno che tutto è spettacolo puro ogni gara, con i piloti e i team impegnati al massimo per cercare di trovare la vittoria. Fine inciso.

Ad ogni modo, lo vedete il problema?

Nelle righe precedenti ho parlato solo di spettacolarizzazione del personaggio di motogp (quantomeno il tentativo) e non dello sport motogp. Qui sta l’errore.

Un personaggio come Rossi è unico (amato o odiato, forte davvero o aiutato, pagliaccio o genio – non me ne frega niente: è unico) e non lo puoi replicare. Tentare di replicare il fenomeno-Rossi era già l’Errore – non tanto il fatto di non esserci riusciti, che pure gli si potrebbe imputare. Dorna non ha consolidato, non ha valorizzato a sufficienza la componente “sport”, ha puntato sul “personaggio” Rossi e non sullo “sportivo” Rossi con il risultato, sin troppo prevedibile, che quando questi è declinato ed infine ritirato allora tutto l’ambaradan si è sgonfiato.

In quest’ottica è facile capire perché Marquez è rientrato (leggi: è stato costretto a rientrare) per gli ultimi gp della stagione in corso nonostante non sia esattamente la mossa più saggia da fare per il pilota. Si tratta dell’ennesimo tentativo di Dorna di insistere sull’aspetto “spettacolare” e “personaggistico” del suo prodotto, strenuo tentativo di dare un po’ di pepe mediatico al campionato e di andare poi a batter cassa a dritta e a manca per tentare di attrarre sponsor per la prossima stagione e alzare il prezzo dei diritti della stagione 2023.

 

E quanto pare funziona:

Se la Motogp rischia c’è un esempio in cui quel rischio si è concretizzato. E’ uno sport in cui oltre alla spasmodica ricerca dello “spettacolo” basato esclusivamente sul “personaggio” si è anche andati a distorcere la componente sportiva e se si distorce la componente sportiva si fanno solo dei danni.

Prendete il ciclismo: chi lo guarda più? E se lo guardi cosa stai guardando? Il vincitore è da ammirare? Oppure no? Il doping lo ha distrutto. Il doping ha così influito sulla sua componente sportiva che tutta la credibilità che questo sport si era costruito in decenni di fatiche (letteralmente!) è stato spazzato via. Gli ultimi vent’anni (e più) di ciclismo sono stati una farsa. Le gare continuano ad essere “spettacolari” (forse) ma non c’è una virgola di tensione e di passione in chi vi assiste perché tanto subito dopo il traguardo spegne la tv e se cerca notizie sui giornali o su internet è solo per sapere se Tizio ha vinto il Tour perché ha preso più Girandolina degli altri e se Caio ha vinto la Parigi-Roubaix grazie alla trasfusione di emicicli romboidali. Ha voglia, la federazione, a cercare di “spettacolarizzare” i grandi appuntamenti e a cercare di venderli alle tv e ai giornali a prezzi più alti per permettere alle squadre di cercare sponsor munifici: ti danno il minimo sindacale e solo se gli torna comodo (a dir il vero il “se gli torna comodo” sappiamo cosa vuol dire e di soldi ne girano tanti ma ciò non cambia il senso del discorso). Briciole, pezzetti, rimasugli. I media generalisti praticamente non se ne occupano più mettendo solo qualche trafiletto nelle pagine dello sport. Non c’è un ciclista che è uno a far da testimonial nelle pubblicità generaliste. La comunicazione delle aziende che sponsorizzano squadre o gare non punta mai sul ciclismo: niente foto, niente filmati, niente persone, niente luoghi – niente di niente. La gente che applaude e si agita sulle strade del Giro o del Tour, oltre ad essere infinitamente di meno di quanto non fosse fino a 20 e più anni fa, non è lì per tifare i corridori. Il tifo è solo apparente e persino dermatologico, oserei dire. Dei corridori non glie ne importa nulla. Non c’è rispetto per i corridori e si fa a gara a chi si avvicina di più per fare il selfie, la qual cosa ha talvolta portato, peraltro, a ridicole quanto pericolose cadute.

E tutto questo per cosa? Per aver fatto per 7 anni alti guadagni sulla pelle di quello là? Sì, proprio quello là che aveva avuto quella storia tragica ma che poi si è risollevato con tanta “fatica” e che è andato a vincere come mai nessuno prima. Bravo, bello “spettacolo” e ora? A chi lo vendi il Tour? E a quanto?

 

Se non si sta attenti è lì che si finisce.

La F1, nel bene e nel male, ha sempre privilegiato la componente sportiva e non ha mai puntato troppo sul singolo pilota. Anzi.

E lo ribadisco, nel bene e nel male. Perché anche quando è stata nel male lo ha fatto sul piano sportivo, controverso finché volete, ma pur sempre sportivo (così a veloce memoria: Senna 89, Schumy 94, stagione 2007, da ultimo Masi 2021).

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Segnali di scopiazzamento da altre formule di elementi presuntivamente “spettacolari” ci sono stati: il punteggio stile moto-gp, il numero fisso per il pilota, la sprint race. Il primo tutto sommato ci stava: ha consentito alle scuderie di incassare di più dagli sponsor. Il secondo invece è un pericoloso segnale, nel senso del discorso che sto facendo anche se al momento, tuttavia, non sembra aver sortito effetti gravi. Il terzo è senza senso e basta.

 

Il punto è che lo “spettacolo”, con le virgolette, è diretta conseguenza dello spettacolo, senza virgolette.

E lo spettacolo-senza-virgolette è a sua volta diretta conseguenza della componente sportiva spinta all’estremo.

Quando c’è quest’ultima allora tutto gira bene: tensione, rivalità, performance, persino polemiche, colpi bassi e defaillance, tutto contribuisce a sostenere la tensione di chi vi assiste innalzandone il livello di competenza e di passione.

 

Non hanno invece alcun senso prettamente sportivo le pagliacciate e non tanto perché non siano “spettacolari”, con le virgolette, magari alcune lo sono pure, quanto perché non incidono minimamente sulla componente sportiva o, anzi, la deteriorano. La proposta di invertire la griglia, ad esempio, può rendere “spettacolari” le gare ma è per definizione contro-sportiva. Lo spettatore occasionale avrà qualche minuto di divertimento ma non avrà mai la tensione e la partecipazione che c’è in una gara “vera”, ossia in una gara dove la griglia è determinata dai migliori tempi in qualifica e dove la tensione si crea dalla capacità dei piloti e delle scuderie di affrontare la gara al meglio delle loro possibilità, sfidandosi su un terreno sportivamente coerente. Se Verstappen parte in pole position e Leclerc è con lui in prima fila c’è tensione. Se tutti e due partono dal fondo assisteremo solo ad un confuso ambaradan di sorpassi che non ha alcun valore sportivo e che trasforma i risultati delle gare in sgangherate ordalie che non possono dare soddisfazione alcuna.

Non è sportivo, per fare un altro esempio, cambiare le regole in corsa. La famigerata TD39, esempio più recente, magari non è vero che ha influito sulle performance di alcune scuderie (Binotto continua a giurarlo e spergiurarlo ma non mi interessa in questa sede) ma sta di fatto che è diventato il classico elefante nella stanza: Verstappen non lotta più con Leclerc perché sono stati bravi quelli di RBR a sviluppare la vettura o per colpa della TD39? Non importa più la vera ragione – LA TD è lì, con tutto il peso dietrologico che si porta appresso, e il dubbio rimane.

 

Ci sono anche esempi positivi.

Uno è l’atletica. Vivaddio ancora oggi, come 100 anni fa, si fanno i 100 metri piani, il salto in lungo, i 400 ostacoli, il lancio del peso, ecc. ecc.. Il doping viene contrastato in modo pesantissimo e non viene tollerato in alcun modo. I “personaggi” spuntano, ovviamente, ma sempre per loro merito sportivo: (fortunatamente) la copertura mediatica, che pure c’è ed è importante, non prevale al punto da oscurare l’evento sportivo vero e proprio. Spettacolarizzano ove possibile: le finali delle olimpiadi avevano una presentazione degli atleti piuttosto pomposa, giochi di luce e di musica ma poi ad un certo punto tutto si spegne e on-your-marks, set, go e chi va più forte vince. Non è che si mettono a fare i 105 metri o li fanno correre all’indietro per fare più “spettacolo”.

Un altro esempio positivo è la NBA. Forse l’esempio più fulgido di come gestire uno sport e i suoi atleti degli ultimi 30-40 anni. Il geniale “commissioner” David Stern, a partire dagli anni 80, prese in mano una lega allo sbando, martoriata da pochi soldi, pochi sponsor, persino droga e personaggi poco raccomandabili e la trasformò nel giro di pochi anni nella lega di sport professionistico più ricca del mondo. E lo è di gran lunga in sé, ossia la NBA è ricca in una quantità che nemmeno ci immaginiamo e che qualsiasi altro sport (calcio compreso) manco se lo sogna, il che vale anche nei suoi atleti di punta. Dei 50 sportivi più pagati al mondo ben 21 sono della NBA! (12 della NFL, football americano, mentre gli altri sport,  calcio 5, tennis 3, golf 3, boxe 3, Hamilton Verstappen per la Formula 1 e poi c’è un tale McGregor che non ho capito che sport giochi a completare l’elenco). Su cosa puntò? Sullo sport (senza virgolette) e sullo spettacolo-senza-virgolette. Non cambiò neanche una virgola delle regole del gioco, non fece modifiche di alcun tipo. Si limitò, si fa per dire, ad esaltarne le componenti intrinseche tecniche ed agonistiche, eliminò gli aspetti controversi (tolleranza zero assoluto verso violenza, droghe, combine) e culminò con l’operazione (geniale!) Dream Team alle Olimpiadi di Barcellona del 92. Certo che puntò sui personaggi (Magic Johnson, Larry Bird, Michael Jordan) ma questi erano la conseguenza della promozione non il contrario.

Lo sport era vero, non guidato, controllato, manipolato e nella sua “verità” e “autenticità” ha sviluppato le storie (le storie!) dei protagonisti.  Giusto un piccolo esempio: si inventò la promozione “overseas” che consisteva (e consiste) nel prendere le squadre e farle giocare altrove. L’opener a Londra, Siviglia, Tokio, Mexico City: una partita vera, che conta per il campionato – non un esibizione da circo. Merchandising a gogo, diritti tv da paura, copertura totale, regole ferree per i media: quel che sempre si promuove è la NBA, non altro. E la NBA dev’essere lo sport basket ai massimi livelli.

 

(che poi si dice basketball: se a un americano dici che ti piace il basket comincia a girarsi intorno per vedere se il cestino della stanza è fatto di maioliche siciliane…)

Insomma: niente pagliacciate sulla componente sportiva e spettacolo, magari tanto ma sul contorno purché sempre diretto alla promozione dello sport.

 

Ammesso e non concesso, dunque, che si voglia far crescere la Formula 1 il primo punto da capire è che la componente sportiva deve assolutamente stare al primo posto. Questa dev’essere il fondamento, la “verità” e l’autenticità imprescindibile per ogni discorso che si voglia fare sul suo sviluppo. Sviluppo che si potrebbe fare anche di questo discorso ma che i limiti già ampiamente sforati di questo articolo lo fanno demandare a tempi altri. Sicché vado a concludere con due brevi considerazioni finali.

Poco fa ho usato due parole: competenza e passione.

Queste due parole sono la chiave per comprendere che il cosiddetto “zoccolo duro” di chi si interessa di uno sport risiede innanzitutto nella sua capacità di comprenderlo e capirlo e poi di seguirlo con la dovuta tensione e sana passione, la curiosità di vedere chi vincerà, chi saprà esprimersi al meglio e così via.

Crei competenza concertando con i media la spiegazione degli eventi che si svolgono, dando informazioni, esponendo dati, magari pretendendo che a commentare lo sport ci sia qualcuno che ne sa e non un improvvisato che non è riuscito a entrare nella redazione cronaca politica. Generi passione esaltando l’impresa sportiva, il componente tecnico, la grande rimonta o la perfezione di un gran chelem. La storia, santo cielo!, la storia dello sport è componente ineludibile dello stesso ove la competenza e la passione sono in rapporto biunivoco con gli appassionati perché dà loro materiale per ampliare il fuoco che arde loro dentro e da questo riceve, in cambio, tutta la tensione e aspettativa per il prossimo evento, sperando di poter rivedere in esso i fasti del passato reinterpretati nel contesto attuale.

Competenza e passione, dicevo, sono lo zoccolo duro: se ampli quelle ampli questo.

Infine, credo non sia sfuggito che non ho parlato di “tifo”. Il tifo è una conseguenza, come dire, psicologica e sociale dello sport (il discorso sarebbe lunghissimo: accenno solo al contributo dato dal tifo al plesso identitario dell’individuo, condizionato suo malgrado dalle passioni sportive, e per quanto attiene all’aggettivo “sociale” basti pensare al senso di condivisione e di comunità che il tifo genera, sia nel bene sia nel male) e ne rappresenta una sorta di variabile indipendente (alle volte positiva, alle volte negativa, per l’appunto). Il tifo è solo parzialmente sotto il controllo di chi governa uno sport quindi va trattato con le pinze. Il parziale controllo va inteso nel senso che si può generare del “tifo” esaltando il “personaggio” – indirizzi la curiosità degli spettatori e degli interessati non verso lo sport ma verso il personaggio – sfruttandone alcune caratteristiche in modo opportuno. Puntare sul “tifo” può anche portare a risultati molto rapidamente ma è un’arma a doppio taglio. Se indirizzi l’interesse verso un “personaggio” (capace di solleticare, ovviamente – è il caso di Valentino Rossi che facevo prima per la MotoGP) e non verso lo sport ti ritrovi con una marea di gente che arriva all’improvviso, ti bei dei risultati economici che ne conseguono ma poi tutto esce dal tuo controllo. Se il “personaggio” perde rischi le inquietanti deviazioni che il “tifo” comporta e poi, se costoro non sono stati “educati” a seguire quello sport quanto invece a seguire quel “personaggio” succede inevitabilmente che se il “personaggio” in questione si ritira costoro smettono di seguire. Il “tifo” non è lo stesso che zoccolo duro, ecco perché va trattato con le pinze. Se la Motogp è lì, con i numeri a dimostrare quanto pericolosa e traballante questa strategia la già citata NBA dimostra l’esatto contrario: quando si ritirò Michael Jordan (il ritiro vero quello del 1998) la lega non perse un epsilon di interesse ed anzi continuò ad espandersi.

Meditate, gente. Meditate.

(Si potrebbe approfondire ulteriormente – ho tagliato con l’accetta molti discorsi (compreso quello sul tifo che in realtà è molto più complicato) ma spero di aver contribuito a dare qualche spunto di riflessione.)

 

Metrodoro il Teorematico

 

 

 

 

BASTIAN CONTRARIO: LA F1 NON S’E’ DESTA

Anche il GP d’Italia, uno degli eventi di F1 più attesi dell’anno, viene archiviato e viene fatto nel modo più orrendo che si possa immaginare e naturalmente con non poche polemiche. Il tempio della velocità per eccellenza (almeno prima si raggiungevano anche i 370 km/h), il circuito più veloce del mondo, il GP dove conta solo il piede dell’acceleratore affondato per il 70% del giro termina nel modo più ignominioso… in regime di Safety Car a si e no 150 km/h di media. Niente da fare… la F1, a differenza del nostro Paese cantato nell’inno di Mameli, non s’è desta.

Per il secondo GP consecutivo, ci dobbiamo sciroppare tutta l’inadempienza e la sudditanza di un circo (il termine circus è troppo professionale… con tutto il rispetto per i circensi si capisce!) che palesemente dipende dalle due super potenze Red Bull e Mercedes e non smetterò mai di ripeterlo, Ferrari ha una grossissima responsabilità in questo stillicidio. Per l’ennesima volta ci troviamo una monoposto ferma in rettilineo (a Monza!) e di nuovo ci troviamo di fronte all’inamovibilità della direzione gara, perché conscia che qualunque azione applichi (ed una Safety Car o bandiera rossa sono le uniche alternative possibili) determinerà l’esito della gara. Evidentemente i fatti di Abu Dhabi dell’anno scorso bruciano ancora, forse quella scelta di Masi fu troppo eclatante ed ecco che per risolvere un problema ne viene creato uno ancora più grande, tanto che (l’ironia della sorte non ha confini) addirittura si invoca il ritorno dello stesso ex direttore, silurato proprio dopo i fatti di Abu Dhabi. Nessuno si vuole prendere la responsabilità, sebbene siano pagati proprio per quello e guai se ciò avviene se a condurre il GP c’è la Red Bull dell’idolo del momento.

Sia chiaro a tutti voi che avete lo stomaco di leggere questo mio pensiero, in modo di placare ogni tipo di polemica, che il sottoscritto non crede e non ha mai creduto che, ammesso e non concesso ci fosse stata una ripartenza, sia dopo Safety car o da fermo dopo una eventuale bandiera rossa, LeClerc avrebbe avuto una possibilità di vittoria. Attualmente il pacchetto RB18 – Verstappen è una macchina da guerra inarrestabile e non ci sono illusioni perché i restanti GP che si devono disputare li ha già vinti! Certo, alla notizia che l’olandese partiva settimo, mi ero quantomeno illuso che avrebbe perso due, tre giri per liquidare tutti i colleghi che lo separavano dal redivivo LeClerc. Poi ho visto la partenza scellerata di Norris, il tappeto steso da Gasly e la non trazione di Ricciardo in uscita dalla Parabolica (con tutto il rispetto per Michele Alboreto, per me quella curva si chiamerà sempre a quel modo) e mi rendo conto che, alla fine del primo giro, non solo Verstappen era già terzo, addirittura aveva già vinto!

Eppure la Beneamata ha reagito e piacevolmente stupito, in quanto ha provato a diversificare e a non subire l’infausto destino  dell’unica strategia consentita su una pista come quella brianzola. Binotto, prima della partenza, aveva detto che fino ad ora la Safety Car ha sempre fatto ingresso in pista ed è proprio su quello che la Rossa puntava ed hanno avuto ragione. Purtroppo le modalità sono state quelle che tutti noi abbiamo visto. La F1 non s’è desta quando ci vogliono due giri per far uscire una Safety Car quando in rettilineo c’è una monoposto. La F1 non s’è desta quando c’è un trattore in pista con le monoposto che, per quanto possono andare piano, hanno comunque una velocità pazzesca e inevitabilmente ci hanno riportato a Suzuka 2014! La F1 non s’è desta quando non si assume le proprie responsabilità, non mettendo una palese bandiera rossa, affondando così lo sport per far prevalere gli interessi del team di turno padrone. Sappiamo benissimo che Red Bull e Mercedes sono le principali squadre che fanno girare tutta la giostra ed ecco che ci tocca assistere ad oscenità come quelle viste domenica scorsa. Centinaia di migliaia di spettatori che hanno pagato a caro prezzo l’obolo, pardon il “token” d’ingresso, mortificati da uno spettacolo insulso, una farsa mai vista. Domenicali, in una fase di esaltazione mentale, visto il grande successo che la F1 sta riscuotendo in tutto il mondo (su questo c’è da dargli atto perché abbiamo la fila da parte di ogni Paese per ospitare un GP ed ogni evento è sempre sold out), elargisce proposte per spettacolarizzare ancora di più la Formula wrestling a cui assistiamo ogni weekend, non ultima la griglia invertita (!). Ebbene come può il buon Stefano spingere in tal senso e permettere, nel contempo, che lo stesso spettacolo da egli perorato si concluda a quel modo?

Molto probabilmente, quando Verstappen avrà chiuso le pratiche (tra Singapore ed Austin… manca poco ormai), forse la prona F1 anglo centrica, permetterà una condotta più lineare e all’altezza dell’evento che organizza e scommetto che quando, all’improvviso, diverrà coerente ed equanime ci sarà proprio quella martoriata Ferrari che “a casa sua” è stata malmenata. Se abbiamo evitato l’umiliazione, dobbiamo ringraziare solamente il mancato campione LeClerc, che ha portato a casa una pole che è un mezzo miracolo e a quel “pippone” di Sainz che ha fatto una rimonta non scontata, visto che a Monza non è così semplice il sorpasso e, udite udite, proprio quel muretto tanto bistrattato che ha osato ed ha cercato di diversificare il più possibile la strategia… perché a parità di opzioni e senza Safety Car, Verstappen al traguardo ci avrebbe dato almeno trenta secondi.

Il Presidente, bontà sua e come anticipato la settimana scorsa, ci ha degnato della sua presenza e (finalmente!) ha elargito parole positive verso la squadra, confermando la fiducia a Binotto anche se ha voluto sottolineare che la Gestione sportiva “è un’altra cosa”. Jhon Elkann se ha detto quello che ha detto è solo perché è con l’acqua alla gola, in quanto sa bene che se mandasse via Binotto, non solo sfascerebbe un gruppo che nel bene e nel male è consolidato (visto la telenovela in casa Red Bull tra Verstappen e Perez? Ormai sono cosi forti che si possono permettere persino screzi in mondo visione con scie volutamente non offerte), non solo sa che poi si dovrebbe ricominciare tutto daccapo, bensì sa perfettamente che sul carro della Rossa non ci vuole venire nessuno; di certo non a queste condizioni. Intanto anche quest’anno sportivo sta lentamente finendo e, sebbene le premesse fossero ben altre rispetto alla realtà che stiamo vivendo, attendiamo sempre una maggiore presenza politica da parte della Ferrari, perché (e quanto successo quest’anno lo dimostra caso mai ci fossero stati dubbi) i GP prima di vincerli in pista si devono vincere nelle stanze che contano. Forse ad Elkann ciò non interessa più di tanto, eppure se la F1 attrae sempre più pubblico è perché finalmente c’è nuovamente competizione e non monologhi di una squadra sola e, soprattutto, perché c’è una Ferrari che è ritornata nuovamente competitiva, DT039 a parte.

A volte mi viene il dubbio che la Rossa sia usata solo come specchietto per le allodole, come una luce ultravioletta che attira le mosche: una Ferrari competitiva serve ad attirare pubblico in tutto il mondo per poi, al momento opportuno, tarparle le ali per indirizzare il mondiale in altre direzioni. Lungi da me fare dietrologie da tifoso da curva… eppure sono troppi i dubbi su questa dannata direttiva che ha allontanato la Rossa dai bibitari, facendo riavvicinare la Mercedes ad essa, così come rimarrà sempre un mistero il livello prestazionale della Red Bull (solo con Max ovviamente) nonostante il budget cap imponga ben altre spese. Prestazioni che sono inarrivabili al momento e che, di certo, non hanno bisogno di essere accompagnate fino al traguardo dietro una safety car… spiacente, la F1 così proprio non s’è desta!

 

Vito Quaranta