LE NON PAGELLE DI AUSTIN 2026

Il Circuit of the Americas è un tracciato eccellente, e in questa sede non temo di scriverlo: è il migliore uscito dalla penna di Tilke. Il parere è personale, e della sua parzialità non dubito ma lo si può oggettivare con un dato semplice: da quando Austin figura in calendario, le gare qui disputate sono state quasi sempre tese, emozionanti e persino spettacolari (con o senza le virgolette: lascio alla vostra pregiata discrezione il giudizio).

La ragione sta nella natura stessa del disegno. Un tracciato che accosta i curvoni veloci dello snake ai tornanti lenti, i lunghi rettilinei alle frenate impegnative, non concede né tregua né rifugio: mette alla prova le caratteristiche della vettura quanto le doti del pilota, e chi vi eccelle lo fa perché possiede l’una e le altre.

Che il podio sia stato occupato da Antonelli, Leclerc e Verstappen può sembrare un caso favorito dalla statistica, nel banale senso che un podio privo di tutti e tre, in questa stagione, sarebbe l’eccezione. Ma la statistica, in questo caso, non spiega: registra. Costoro sono, alla fin fine, i migliori tre piloti del circus, e non è un caso che proprio qui, su uno dei tracciati più complessi dell’anno, dove ogni debolezza viene portata alla luce, siano giunti a podio. Per lo stesso motivo non è un caso che Russell e Piastri, le più grosse delusioni tra i piloti dei top team in questa stagione, abbiano arrancato a debita distanza dai primi: Austin non premia la fortuna né perdona l’incertezza, ma sceglie. Un circuito che chiede tutto a un pilota restituisce, in classifica, una graduatoria di valore.

Una nota tecnica merita di essere rimarcata: la seconda metà del Q3 ha visto un leggero calo di temperatura dell’asfalto e nessun pilota è riuscito a migliorare i crono. Si tratta della conferma del fatto che in qualifica settaggi e valutazioni sono fatti con un livello estremo. Purtroppo, o per fortuna: dipende dai punti di vista, ne hanno fatto le spese Verstappen e Charles che avevano mostrato di essere i due in grado di contendersi la pole. Per converso, il frangente esalta ancora di più la performance di Antonelli, capace di andare là dove nessun (italico) umano, almeno dopo il 1953, è mai giunto prima.

Vediamo dunque i piloti.

ANTONELLI voto 10 e lode

Davanti a prestazioni di tal fatta le parole scarseggiano, e conviene dunque usarle con parsimonia. Il giro che in qualifica lo proietta in pole position sta ai limiti della perfezione, e di più non c’è da dire.

In gara parte con le gialle, ma la partenza è impeccabile e allontana sul nascere il pericolo di un attacco di Max alla prima curva, che tutti davano per certo e che sarebbe stato, com’è nello stile dell’olandese, di schietta marca piratesca. Da lì in avanti Kimi non sbaglia nulla. Martella tempi eccellenti con un margine di due decimi sul giro, e il margine è sempre quello, come se qualcuno lo tenesse fermo con un fermacarte (vi ricorda qualcuno?). Alle gomme sussurra come un allievo che sa già più del maestro e ha la grazia di non dirlo.

La strategia a una sosta non era considerata la migliore, e probabilmente per buone ragioni ma nelle sue mani è diventata vincente, perché il ritmo tenuto in gara si è dimostrato ben più efficace di ogni previsione. Quando la teoria dice una cosa e il pilota ne fa un’altra, e il cronometro dà ragione al pilota, la teoria si accomodi pure fuori dalla porta in prostrato silenzio. Mancano due miseri punti e almeno (ancora non si sa degli ultimi due GP in Medio Oriente) tre GP quindi lo diciamo? No, preferisco di no. Si sa che la matematica non è un’opinione e mai come in questo tanto agognato caso è meglio attenervisi con tenacia.

LECLERC voto 10

La Ferrari, e la sorpresa è lieta, azzecca ancora una volta gli aggiornamenti, e gliene viene una prestazione monstre su un tracciato che, per via del lunghissimo rettilineo, non pareva fatto alla sua portata. Alla vigilia nessuno la attendeva così, ed è forse questo il pregio maggiore della domenica: il pronostico smentito sul campo.

Quanto a Charles, non saprei dire se un Leclerc in tale spolvero sia figlio degli aggiornamenti o se, come era parso già a Singapore, stia finalmente trovando un equilibrio tra la sua storica abilità di guida, straordinaria quanto tutti sanno, e le caratteristiche così peculiari di queste vetture. Il dubbio è legittimo, e forse la risposta è che le due cose si alimentano a vicenda: la macchina lo asseconda, ed egli sa finalmente come assecondare la macchina.

Va ricordato che nella prima parte di stagione si era fatto sorprendere da Hamilton proprio perché il vecchio campione aveva sorprendentemente trovato la quadra di guida fin dal principio. Il contrasto rendeva ancora più stridente il ritardo del monegasco, che ad un certo punto si era lasciato andare a lagnanze un po’ troppo oltremisura. Gli bastava fare come aveva sempre fatto: guidare il più veloce possibile e finalmente, ad Austin, lo ritroviamo al suo meglio. Al di là del risultato, senz’altro ottimo, è piaciuta la potenzialità che ha espresso: pole e vittoria erano ad un passo.

Va rimarcato lo strepitoso sorpasso fatto in entrata allo snake sul sempre coriaceo Max (che poi però ha restituito da par suo sempre nel corso del primo giro) e il ritmo spaziale mostrato nel finale di gara con una scelta strategica che, non fosse stato per lo straordinario Kimi che abbiamo applaudito, si sarebbe rivelata vincente oltre ogni previsione.

Dieci pieno. Era ora, caro Charles.

VERSTAPPEN voto 7 1/2

Il risultato è ottimo, e dopo il panegirico dedicato ai primi tre in premessa può sembrare incoerente che io non gli conceda il massimo dei voti. Non lo è. Max porta due sorpassi strepitosi, il primo a Leclerc nel corso del primo giro, il secondo a Norris verso la fine, e basterebbero da soli a render onore a una domenica da ricordare. Ma una pagella non si compone dei suoi episodi migliori.

Dopo un primo stint eccellente, infatti, nel secondo non brilla come ci si attendeva, e ancora meno nello stint con le gomme gialle, dove, salvo il già citato sorpasso a Norris, la sua gara perde mordente. Può essere, come lui stesso afferma nel dopogara, che la causa sia una strategia che per una volta non è stata ottimale. La spiegazione è plausibile, e tuttavia a un fenomeno come lui, soprattutto nel confronto con Norris nella seconda parte di gara, si chiede di più: di rendere inefficace il limite della macchina, non di rassegnarsi a esso.

Il mezzo punto sopra il sette è per i due sorpassi, che erano di quelli che si ricordano. Il resto del voto è per l’attesa, e l’attesa, con un nome così, è sempre alta.

HAMILTON voto 6

Ancora una volta non brilla. Gli aggiornamenti tecnici sono positivi, e Leclerc ne ha fornito la dimostrazione più nitida, ma l’eptacampione ne ricava soltanto qualche guizzo, in partenza e nei primi giri dello stint finale con la gomma bianca. Poi la luce si spegne.

Va detto che la VSC causata da Bottas gli impedisce di raggiungere Max, che in quel frangente pativa gomme non più performanti. Ma è chiaro che, se avesse corso con maggior vivacità nelle fasi precedenti, lo avrebbe raggiunto ben prima, e la neutralizzazione non avrebbe avuto nulla da togliergli.

Il giorno dopo la gara si legge, in qualche articolo sparso per la rete, che la sua ala anteriore era ben lontana dall’assetto migliore. Anche qui, però, la conclusione è netta: in due giorni di prove avrebbe dovuto accorgersene. Un campione della sua esperienza non dovrebbe aver bisogno della stampa per sapere come va la propria macchina.

Sei, dunque, e non un punto di più. Chi è causa del suo mal…

NORRIS voto 7 1/2

Il voto è una media, e come ogni media tiene insieme due estremi. Da una parte la pessima gestione della qualifica e un primo stint non ottimale. Dall’altra la strepitosa guida della seconda parte di gara, quando Lando, contro ogni pronostico, fu a un passo dal podio. La rimonta non basta a cancellare il sabato, ma dà alla domenica una dignità che il sabato non aveva.

Su tutto vale il confronto con Piastri, di cui diremo oltre: Lando lo mette a distanza siderale, e in una squadra la misura del compagno è la prima a contare.

Non c’è molto altro da aggiungere, se non rilevare una McLaren in sorprendente involuzione, dopo che fino a un paio di Gran Premi fa pareva essere tornata a dettare il passo, proprio con Norris. Il ritmo che sembrava ritrovato si è rivelato una parentesi: e un pilota, per quanto bravo, non può guarire da solo la macchina che lo porta.

HADJAR voto 6 1/2

Anche qui tocca far la media. Da un lato una qualifica fantastica, che gli vale il terzo posto in griglia a pochi millesimi da Max, e non è poco per chi viene dopo di lui e non prima. Dall’altro una gara strampalata: la partenza è pessima, il ritmo ondivago, e un passo così non serve a chi parte da così in alto.

Isack è sempre grintoso, e a tratti anche troppo. Ma Antonelli ha mostrato, in questo stesso circuito e nella stessa domenica, che la grinta va dosata con cura: quella dell’italiano era una lama tenuta nel fodero fino al momento giusto, mentre quella del francese è parsa una spada brandita a ogni curva. Ad Austin, che premia chi sa attendere, la differenza si è vista tutta.

Il sabato gli vale il sei, la domenica gli toglie il resto, e il mezzo punto che sopravvive va alla qualifica, che da sola resta il suo gioiello.

PIASTRI — RUSSELL voto 5 ad entrambi

I grandi delusi della gara sono, manco a farlo apposta, anche le grandi delusioni della stagione. Come per il podio, mi sento di affermare che non si tratta di un accidente statistico: in un circuito così probante, i due piloti dei top team più in difficoltà hanno patito, e non poco. Austin ha fatto con loro ciò che fa con tutti, ha messo in luce quello che c’era.

Russell paga quasi cinque decimi in qualifica e cinquanta secondi in gara al proprio compagno di squadra. Sono numeri che non lasciano margine all’interpretazione, e che in un’altra stagione sarebbero parsi un incidente. In questa sono la regola.

Piastri sta davanti a Norris in qualifica solo per i pasticci di quest’ultimo, che gli hanno regalato una posizione che il cronometro non gli avrebbe dato. In gara non regge minimamente il miglior ritmo mostrato da Lando, e la distanza tra i due, già sensibile, diventa col passare dei giri un abisso.

Entrambi sono stati poi impegnati per tutto il secondo stint in un duello triste quanto asfittico, di quelli in cui nessuno dei due attacca davvero perché nessuno dei due ha ormai molto da difendere. Per entrambi questa gara è stata l’epitome della deludente stagione che stanno vivendo: cinque, e senza il conforto di un’attenuante.

LAWSON — GASLY voto 8 ad entrambi

Se prima si parlava di delusioni, ora si parla di piacevoli sorprese.

Lawson, in particolare, continua a macinare punti con una continuità che a inizio stagione nessuno avrebbe scommesso. Ci mise un poco a ingranare, sorpreso dalla pimpante esuberanza di Lindblad, tanto che a un certo punto mi ero figurato questo 2026 come il suo ultimo anno in Formula 1. Poi ha tirato fuori non la consueta grinta, che a dire il vero non gli è mai mancata, ma una velocità che non gli conoscevamo. Unita a una buona macchina e a una maturità agonistica finalmente raggiunta, quella velocità gli ha dato una solidità di cui si vedono i frutti nella classifica. A fine stagione dovrò mangiarmi il cappello come Rockerduck, e lo farò volentieri, perché è uno di quei cappelli che si mangiano con gusto.

Quanto a Gasly, ben poco inquadrato dalle telecamere, posso solo felicitarmi di un risultato che, date le caratteristiche dell’Alpine, era del tutto imprevedibile. La macchina non era fatta per questo tracciato, e lui l’ha portata dove non doveva arrivare: il che, in una pagella, vale più di qualunque inquadratura.

Otto a entrambi: a Lawson per la rinascita, a Gasly per l’impresa silenziosa.

NOTE DI MERITO

Difficile trovare grandi meriti in una gara che, fuori dalle tensioni delle prime posizioni, è parsa abbastanza lineare. Una nota la merita Bortoleto, che partiva dal fondo e si è dato molto da fare per risalire la classifica, esprimendosi a tratti con tempi che avevano poco da invidiare a chi gli stava davanti. Purtroppo per lui non è bastato per arrivare nei punti, ma la rimonta è stata una di quelle che si ricordano più dell’esito.

NOTE DI DEMERITO

Ad Austin mi aspettavo un Hülkenberg capace di arpionare i punti con facilità. Non si è visto: la gara è passata senza che il suo nome affiorasse, e per un pilota della sua esperienza è già una colpa.

Bearman mi è parso troppo agitato. L’energia, che altrove è una virtù, qui diventa disordine, e Austin è un circuito che non perdona il disordine.

Lindblad ha peccato di inesperienza in partenza, e stava per combinare un patatrac gigantesco con Sainz, che si è salvato per miracolo. Il miracolo non si ripete sempre, e il ragazzo farà bene a ricordarselo.

Più in generale, il CoTA, con le sue variegate tecnicalità di layout, ha riportato alla luce le grandi differenze tra le vetture, e a farne le spese sono stati i peggiori team della griglia, nell’ordine esatto in cui ce li aspettavamo: Haas, Williams, Aston Martin e Cadillac. Il circuito non ha inventato nulla: ha letto ad alta voce la classifica.

Ci vediamo a Città del Messico!