Tanto per cominciare La McLaren è già arrivata terza nel Mondiale delle presentazioni (non contiamo Renault). La MCL35 sembra avere tutte le carte in regola per avvicinarsi realmente a quel terzo posto nel mondiale e ad aspirare a qualche exploit che gli permetta di fare ancora meglio del 2019. Naturale evoluzione della precedente risulta evidente che il lavoro dei tecnici di Woking guidati da James Key sia stato rivolto all’indirizzo dell’affinamento delle varie parti della monoposto come già visto per Ferrari e Red Bull.
Immagine tratta da Motorsport.com
Ma per poterne analizzare i dettagli ho avuto bisogno della fattiva collaborazione di un amico del Bring e di Twitter Daniele Festa @DANIELE43610821: lo ringrazio personalmente ed a nome di tutta la redazione per aver avuto la pazienza di studiare le foto apparse e contemporaneamente preparare al volo una comparazione con la MCL34. GRAZIE.
La monoposto appare bella e curata, con il muso stretto secondo i dettami AMG seguiti anche da RBR 2020: è stretto e chiuso nella sua protuberanza, con piloni larghi allungati e dotati di più feritoie che dovrebbero garantire un maggior flusso sotto il nosecome.
All’anteriore risalta anche la sospensione con il punto di montaggio molto rialzato come su nessun altra monoposto sinora, soluzione scelta per aver maggior rigidità del complesso vettura.
Sopra le pance laterali (riviste nel disegno per garantire un retrotreno più snello) aumenta la curvatura verso il basso dei deflettori con il fine di aumentare l’effetto downwash.
Badgeboards e ingresso pance rivisti pur confermando il boomerang introdotto dalla stessa McLaren lo scorso anno.
L’airbox è totalmente ridisegnato con 3 diverse incanalature dell’aria necessaria all’alimentazione ed ai componenti della PU francese.
Purtroppo sono rimaste sull’engine cover due mini fessure necessarie a evacuare il calore prodotto dal motore Renault.
In generale si vede una attenta ricerca nella riduzione degli ingombri al fine di pulire il più possibile la zona posteriore con lo scopo di creare maggior downwash utile ad alimentare il flusso verso il retrotreno e lo scivolo posteriore.
Carlos Sainz e Lando Norris hanno a disposizione una monoposto decisamente più “spinta” dello scorso anno: che sia di buon auspicio per i risultati che i due ragazzi meritano.
Immagine in evidenza tratta da Autosprint
Immagini comparative tratte da internet e montate da Daniele Festa
Milton Keynes cala il suo asso per il Mondiale 2020: la RB16 ha tutta l’aria di esser stata progettata con un solo scopo ovvero riportare l’iride che manca al Team dal loro quadriennio d’oro WDC+WCC con Sebastian Vettel. Si parte da un anteriore eufemisticamente estremizzato per convogliare ancora meglio i flussi al fine di massimizzare il concetto progettuale chiave della vettura ossia il rake estremo. Si prosegue con delle “zanne” sul fondo in stile AMG e si conclude con un lavoro di ulteriore affinamento nella zona del diffusore posteriore. La RB16 come da programma è subito scesa in pista per il previsto filming day a Silverstone divenuto a tutti gli effetti lo shakedown della vettura
Con un assetto sportivo che per quanto riguarda i Piloti ricalca appieno quello di AMG ovvero Superstar+Gregario ed un apporto di Honda volto al definitivo raggiungimento dell’elite motoristica delle Power Units, rappresentata da Ferrari ed AMG, la RB16 è una legittima pretendente al Mondiale 2020. Ne capiremo di più e meglio dalla prossima settimana con la prima sessione di test prestagionali al Montmelò di Barcellona
Ciao a tutti gli appassionati di F1 e benvenuti alla prima Review del 2019 sul Blog del Ring!
Tanti articoli, tante discussioni, tanti rumors: come ogni anno già nel periodo delle presentazioni i tifosi sono ansiosi di vedere le vetture ma sono sempre i test a delineare i primi tratti di quel quadro che verrà ultimato a dicembre con l’ultimo GP e, per questo motivo, quest’anno ho preferito analizzare le vetture “solo” dopo averle viste in pista, dato che solitamente i team sono restii a mostrare la vera forma prima di Barcellona, camuffando le vetture per nascondere le soluzioni più interessanti. In questa analisi mi focalizzerò principalmente sui 3 top team, Ferrari, Mercedes e Red Bull.
Red Bull RB15 – Honda: la vettura
La nuova creazione di Adrian Newey per questa stagione si presenta come l’evoluzione della RB14: passo “corto”, alto rake e grandissima compattezza del corpo vettura per ridurre ingombri e migliorare l’efficienza aerodinamica. Potremmo quindi dire che per Red Bull non è stata necessaria nessuna modifica sulla vettura con i nuovi regolamenti: sono riusciti a far lavorare aerodinamicamente la parte posteriore della vettura scegliendo all’anteriore un’ala classica con “upwash” (cioè facendo fluire l’aria al di sopra degli pneumatici), un interessante convogliatore di flusso per il T-tray “a zanna” di ispirazione Mercedes e una sospensione anteriore pushrod con doppi bracci trasversali progettati con cura per assicurare il miglior flusso d’aria laminare possibile tra di essi verso gli ingressi laterali delle pance. Le fiancate, infatti, sono un’evoluzione della vettura dello scorso anno con cono anti intrusione posizionato stile Ferrari SF70H per posizionare in alto i radiatori e ottenere un’importante “rientranza” nella parte bassa fondamentale per generare un effetto di downwash che serve a migliorare le prestazioni del posteriore vettura, abbinato ad un cofano motore che stringe molto verso la zona Coca Cola per “alimentare” il fondo con maggiore aria (che viene tolta alla PU, però…), quest’ultimo progettato con ampie feritoie per gestire i flussi turbolenti sulle ruote posteriori. Grazie a questi accorgimenti Red Bull può permettersi un rake molto simile al 2018 ed è una cosa non da poco considerando il grande vantaggio di carico che può dare l’assetto picchiato rispetto ad uno “convenzionale”, soprattutto per chi sa usarlo.
Red Bull RB15 – Honda: analisi Test
Nelle due sessioni a Barcellona la Red Bull si è mostrata una vettura molto vicina a Ferrari e Mercedes, soprattutto dopo aver portato un’ala posteriore molto più carica di quella precedente, molto stabile nei trasferimento di carico, chiaro segno di un ottimo comportamento delle sospensioni ma abbastanza deficitaria nel passo gara, probabilmente a causa di una non perfetta gestione gomme (evidente anche con meno carico di benzina: RB girava spesso con traiettorie più larghe, simbolo di un sottosterzo dovuto a un non perfetto setup o forse al tentativo di aumentare la velocità di percorrenza). Lato PU, invece, sembra essere stato fatto un interessantissimo (e chiacchieratissimo, più in là nella stagione spiegherò perché) passo avanti da parte di Honda: nonostante qualche problema di affidabilità (che costringerà i nipponici a modificare in qualche zona il layout del propulsore per Melbourne), la potenza almeno in configurazione gara sembra esserci e questo rende parecchio fiducioso Helmut Marko per questa stagione, tanto da considerarsi la seconda forza in pista. Sarà vero? Chissà…
Lewis Hamilton (GBR) Mercedes AMG F1 W10
Mercedes W10 EQPower+ – la vettura
La nuova arma degli anglo-tedeschi si basa su concetti collaudati del 2017/2018 ulteriormente estremizzati e, in alcuni casi, profondamente rivisti. Si è partiti, infatti, con la necessità di non allungare ulteriormente il passo a causa dei serbatoi carburante più capienti e di sfruttare al massimo i 3725 mm di interasse per avere un miglior comportamento in curva; a ciò si aggiunge anche la necessità di migliorare il comportamento sugli pneumatici (ricordiamo la grande discussione sui mozzi “forati” per dissipare il calore in eccesso) e anche quella di modificare i flussi sul corpo vettura a causa del nuovo regolamento: il risultato è una vettura che, soprattutto nella configurazione “base” ha dato non pochi grattacapi agli ingegneri, in gran parte dovuti ad un minor carico aero rispetto alle attese e ad un sistema sospensivo troppo complicato da settare e troppo “delicato”, che ha ristretto la finestra di funzionamento dei nuovi pneumatici Pirelli 2019 (in pieno stile “Allison” verrebbe da dire). Questi problemi sono stati in gran parte compensati con il maxi pacchetto portato nella seconda settimana di Test che ha dimostrato innanzitutto come Mercedes fosse a conoscenza da tempo dei deficit della vettura “base” ma che sperava anche di essere abbastanza competitiva anche in quelle condizioni di maggiore efficienza aero per avere minori consumi e maggiore velocità sul dritto. Così non è stato e il pacchetto “evo” è diventato ben presto un pacchetto “riparatore”: sono stati energizzati i flussi in ogni area della vettura, dal muso, ai bargeboards e al fondo, per incrementare il carico. Intervenire sulla vettura così tanto ha permesso a Mercedes di riprendersi una posizione da contendente seria (grazie anche alla maggior conoscenza del potenziale a disposizione), però, potrebbe (in teoria) non essere il massimo in ottica sviluppo nel corso della stagione. Vedremo.
Mercedes W10 EQPower+ – Test
Nei test a Barcellona la W10 è partita davvero male per essere la vettura del team campione del mondo. Mostrava grosso graining alle temperature più fredde e grandi problemi di bilanciamento a serbatoi più scarichi, con sottosterzo a centro curva e sovrasterzo in uscita. In questo scenario “apocalittico” molte testate giornalistiche (spinte dalle parole dei membri del team) ci hanno sguazzato prevedendo un mondiale già perso. Come ho spesso ribadito sui miei canali social, però, era abbastanza chiaro fosse una situazione momentanea, dovuta sì a problemi progettuali, ma in gran parte migliorabili con lo studio della monoposto. Così è stato: la vettura è migliorata costantemente durante i test ed è da considerarsi più vicina di quanto sembri (circa 2-3 decimi in tutte le condizioni di carico carburante), persi maggiormente nelle curve veloci che in quelle lente. La situazione, quindi, è tutto sommato positiva (soprattutto alle temperature “giuste”) e lo sarebbe di più se Mercedes potesse sfruttare i CV in più della nuova PU 2019 (modificata nei materiali e nel disegno della camera di combustione), cosa che non ha potuto fare nei test (e chissà anche nei primi GP) poiché, provando una mappatura più spinta, c’è stata una pericolosa rottura fronte pressione olio. Senza dimenticarci del talento del suo pilota di punta, ovviamente.
Ferrari SF90 – la vettura
La nuova arma della Scuderia di Maranello è un’evoluzione profonda e invisibile della SF71H sotto tutti punti di vista ma specialmente nella meccanica e nella ripartizione dei pesi. Si è discusso molto riguardo alla particolare concezione dell’ala anteriore che continua a sfruttare l’outwash anche senza i flap verticali (rimossi con il nuovo regolamento): per me è una discussione trascurabile, poiché il teorico vantaggio di questo tipo di soluzione (minore drag) nei confronti di una stile Mercedes e Red Bull sarebbe evidente solo a parità di potenziale delle vetture e quindi non è l’ala il motivodella competitività della Rossa. La nuova vettura ha mantenuto la stessa filosofia del 2018, cioè passo “lungo” (leggermente aumentato di qualche millimetro) e rake “medio” per sfruttare i vantaggi di alto carico e elevata efficienza di entrambe le soluzioni ed è importante sottolineare come la vettura sia stata testata in galleria per tantissimo tempo senza ali, per ottenere una grandissima efficienza (i nuovi regolamenti hanno aumentato il drag a causa delle dimensioni delle ali), sovrapponibile a quella che ha contraddistinto la monoposto 2018 e ottenuta grazie al grandissimo lavoro di packaging della PU, con spostamento dei radiatori in basso per migliorare il baricentro e liberare tanto spazio nell’airscope e cofano motore, in modo da usarli come se fossero una grande “pinna” che aumenta l’efficienza dell’ala posteriore; allo sfruttamento delle sospensioni come se fossero elementi aerodinamici, sia all’anteriore che al posteriore. Come ho anticipato prima, però, gran parte del lavoro è sulla meccanica: questa SF90 si presenta con una nuova sospensione posteriore idraulica (testata negli ultimi GP sulla SF71H) e un nuovo posizionamento dei braccetti del terzo elemento all’anteriore (con relativo mozzo ruota completamente ridisegnato) modificando il centro di non rollio per avere una macchina con miglior inserimento, miglior gestione gomma e soprattutto, combinandolo ad una taratura delle molle più morbida, consente di giocare con le altezze del rake sia in accelerazione che in frenata (accoppiato ad un potenziamento dell’impianto frenante), sfruttando al meglio anche il “suspension jacking”, cioè l’innalzamento o l’abbassamento della massa sospesa, per risolvere alcuni problemi di rigidezza sulla SF71H che provocavano perdita di grip (strisciamenti trasversali degli pneumatici e consumo eccessivo del battistrada), difficoltà in inserimento e difficoltà nel dare gas in uscita. Per riassumere: sotto il vestito, tutto.
Ferrari SF90 – Test
La vettura del Cavallino esce vincente da queste due settimane di test sia in configurazione “gara” che in configurazione “qualifica” mostrandosi non solo la più veloce, ma in particolar modo la più “facile” da guidare, segno che l’obiettivo di “semplificare” per sfruttare a pieno il reale potenziale del progetto SF71H (che l’anno scorso ha dato tante notti insonni ai meccanici e ingegneri) è stato centrato. La vettura già dal primo giorno non ha mostrato sbavature tanto da permettere ad un estasiato Sebastian Vettel anche qualche elogio “poco scaramantico”. La vettura è anche migliorata nel corso delle giornate tramite modifiche di setup poiché la strada verso la comprensione delle nuove Pirelli 2019 (nuova mescola, nuova struttura e nuovo spessore battistrada) è lunga ma sembra essere un po’ meno ripida per Ferrari rispetto ad altri team rivali diretti. Non è stato, però, tutto rose e fiori: l’incidente di Seb dovuto alla rottura del mozzo di cui sopra e non del cerchione (credere che un cerchio in lega di magnesio ricavato dal pieno possa “esplodere” per un detrito vagante è alquanto improbabile, ma verosimile guardando le immagini dell’incidente), associato a qualche problemino di troppo (rispettivamente radiatore ERS, guarnizione scarico e problema al cablaggio) sulla PU Evo testata nella seconda settimana di test, ha fatto “tuonare” Binotto non poco, pur consapevole dei problemi di tempistica ristretta di produzione di questi pezzi (quindi risolvibili per Melbourne). Power Unit Evo, più compatta, che nasce anche dall’esigenza di recuperare qualche cv (circa una decina in configurazione massima rispetto a Mercedes) tramite un’innovativa benzina portata da Shell, persino “caratteristica” nel suo odore.
Un’occhio a Melbourne…:
La pista è praticamente l’opposto di Barcellona: asfalto scivoloso, cittadina, curve poco veloci e poca usura delle gomme. In teoria potrebbe agevolare la Rossa, ma questo mondiale 2019 si prospetta più combattuto e sorprendente che mai. Riuscirà la Mercedes a imporsi nelle curve lente o Red Bull a sorprenderci con Honda?
La storia del Gran Premio della Tripolitania – Gran Premio di Tripoli dal 1928 – iniziò nel 1925. Il governo fascista era alla ricerca di risorse che alleggerissero le entrate dal governo centrale di Roma, le cui casse facevano acqua, e allo stesso tempo cercava di promuovere la Colonia attraverso il turismo, sperando che molti dei visitatori poi si stabilissero definitivamente in Libia. Ma i turisti arrivavano in numero molto minore a quello sperato, per non parlare delle persone che erano disposte a trasferirsi stabilmente. Date queste premesse poco rosee, si decise di costruire un autodromo nella capitale Tripoli.
In Italia l’automobilismo sportivo era in piena diffusione e si sperava che l’interesse suscitato spingesse le persone a partecipare e magari rimanere in Libia.
All’inizio ci fu un moderato successo che però scemò in fretta causando grosse perdite finanziarie. L’edizione del 1929 si tenne solo dopo che il governatore della città, Emilio De Bono, riuscì a convincere gli sponsor a finanziare la corsa.
Ma l’edizione successiva, quella del 1930, fu un completo disastro economico e sportivo. Il numero dei partecipanti vide soltanto dodici auto schierate e durante la corsa Gastone Brilli Peri, che aveva vinto l’edizione precedente, ebbe un incidente fatale.
Questi eventi, aggiunti alla crisi dovuta al crack della borsa di New York nel 1929 e propagatasi poi in Europa e nel resto del mondo, fecero si che l’evento venisse cancellato per i due anni successivi. Continua la lettura di Il Gran Premio di Tripoli del 1933, ovvero la “Corsa dei milioni”→
One of the most common and usually heated discussions in F1 is who or what, is or was the best. The best driver, car, engine or circuit provides endless debate. But sometimes who or what was the worst can actually be more interesting. And in this article I’m going to detail one of F1’s little known but maybe greatest team failure.
Today, as we are halfway through the 2018 F1 season, various groups within F1 are looking to come up with a new, maybe simpler, engine spec for 2021. However it turns out, one of the common statements made is that this new spec could encourage new engine supplier entrants into F1. Whether that actually happens or not, only time will tell. But there was a time the FIA did change the spec and made that claim and it did actually happen. This isn’t just a story of engines, but also about a team being formed because of their engine. Usually a team in F1 fails because it has a bad chassis or engine. Rarely do they ever get both wrong. And that is where or story begins.
Well, it actually starts a little bit earlier than that. The engines of the first turbo era were astounding pieces of engineering. The first Honda turbo in F1 in 1983, the RA163E, produced around 600HP. By 1987 the RA167E was producing about 850HP in race trim and 1200HP when set-up as a one lap qualifying wonder engine. Regulation changes for 1988 brought the HP of the RA168E down to around 725, but that was still 150+ HP more than the normally aspirated Cosworth DFR produced. F1 had evolved into a two-tiered sport with those who could afford turbo’s and those who couldn’t, or those who couldn’t get a turbo engine deal. Honda was reported to be spending $60M – $70M a year on their turbo engine program in the late 1980’s. Depending on what calculator you use, that is $125M – $150M in today’s money. That’s significantly more than Honda is spending today, rumoured to have been $100M at McLaren and $40M at Toro Rosso. It was clearly financially unsustainable and if left unchecked could have finished off F1. The FIA acted and for the 1989 season turbo’s were banned and the new F1 engine spec was 3.5L with no restriction on configuration.
In 1988 former Ferrari engine designer, Franco Rocchi, saw this as an opportunity to design an engine for the new 1989 F1 engine spec. Rocchi was no novice when it came to engine design, he was responsible for the engines in Ferrari’s 308 series in the late 1970’s an early 1980’s, but those were road cars. This would be his first F1 design. He believed that with 20 teams entered in the 1989 season there was bound to be a team willing to buy his design, as Subaru had done with another former Ferrari engine designer Carlo Chiti, and especially as Rocchi felt he had an ace up his sleeve in a W12 engine.
I’m sure most people reading this have no idea what a W12 engine is. Simply put, it uses 3 banks of 4 cylinders (which look like a W) instead of the traditional arrangement of 6 cylinders in 2 banks configured as a V. W configured engines weren’t new, they had been used in the aircraft industry since the 1930’s and occasionally in motorcycles. The advantage Rochi saw of using them in F1 was that while they are slightly taller than a V8 they were the same length and any of the Cosworth powered teams could easily fit the engine into their car and get the benefit of 4 extra cylinders. That was the theory.
By mid-1989 the design was finished. Rocchi didn’t have any success selling the concept to any F1 team but an Italian businessman named Ernesto Vita liked the idea and figured he could make a quick buck or lira selling the design to an F1 team, so he bought the rights to the design and Vita (which is Italian for life) named the new company Life Racing Engines.
Unfortunately, or maybe fortunately, Vita had no more success selling the W12 concept to any F1 team than Rocchi did. Teams were sceptical of the W12’s radical design. It was safer to go with an engine from a proven company like Cosworth. At this point most people would have walked away and realized they had made a mistake buying the engine’s design. But not Vita. With an F1 engine he decided the smart way to go was to form his own F1 team, and Life Racing was born.
Vita’s big problem was he didn’t have an F1 chassis to put his engine in. Luckily he found that First Racing had designed a chassis which they intended to run in 1989, but it had failed to meet the FIA’s crash test requirements. First Racing abandoned their F1 project but the single chassis they had built was available, so Vita bought it and renamed it the L190. A couple of ex-Ferrari engineers were brought in to modify the chassis to accommodate the engine and get it to meet the crash test requirements. By the middle of February the work on the chassis was finished.
Vita now needed driver. With less than a month before the first race in Phoenix they would be hard to come by. Somehow Gary Brabham was asked to drive for the team. Brabham, the son of three time F1 champion Jack Brabham, had been on the fringes of F1 for a while. He had tested for Leyton House, Brabham and Benneton and likely saw the Life drive as his last chance to get into F1. Vita saw Brabham as a known figure, giving the team some credibility and as an English speaker could help him sell his engines to other teams. It was rumoured that part of Brabham’s contract was he would get a commission on any engines he could sell to other teams. Life decided to forego testing and with one chassis and two engines headed out to Phoenix for the first race.
With 20 teams competing and as Life was a new entrant, they would be required to pre-qualify. When it finally did get out on the track to pre-qualify it was slow, dreadfully slow. Brabham only got in 4 laps before the engine blew up, but his best time was 30 seconds slower than Senna’s pole time from 1989 and ultimately 35 seconds slower than Berger who took pole. After failing to qualify the team packed up and went to the next race in Brazil. In Brazil the mechanics, who hadn’t been paid, decided to go on strike and sent out Brabham to pre-qualify without any oil in his engine. Brabham went a couple of hundred yards before the engine blew. He got out of the car and quit.
Back in Europe for the San Marino GP, Life was looking for a new driver. Somehow they were able to convince Bruno Giacomelli to drive for them. Giacomelli, who had once driven for McLaren, Alfa Romeo and Toleman, was presently Leyton House’s test driver. He hadn’t driven in an F1 race since 1983 with Toleman and with his F1 career effectively over, the Life drive was as he admitted simply a way to stay in F1 and be with his friends.
Things didn’t get any better with Giacomelli at Imola. Suffering engine and chassis problems he posted a time of 7:16.212, while Senna did a 1:23.220 for pole. Next was Monaco – he did a 1:41.187 while Senna’s pole time was 1:21.314. Then Canada with a 1:50.253, while Berger posted a 1:30.514 for pole. And it continued like that all season.
After the Italian GP Life dropped the W12 engine and purchased a couple of year old Judd engines for the Portuguese GP. They finally got the Judd engines fitted the night before pre-qualification only to find that much of the rear bodywork no longer fit around the new engine. Without any time to make new body work they used gaffers tape to hold it on. As soon as Giacomelli got on track the body work started flying off. The FIA disqualified them.
A week later at Jerez for the Spanish GP with new body work that did fit and with the Judd engine, Life hoped they might be able to get through pre-qualification. It wasn’t to be. Giacomelli was 17 seconds slower than the slowest car to make it out of pre-qualification and 25 seconds slower than Senna’s pole. After the race Vita had had enough. He shut the team down.
In 14 attempts Life never made it out of pre-qualifying. Only once in pre-qualifying were they ever quicker than another team, and only then it was when a Coloni suffered a partial engine failure but continued simply to set a time.
Years later an Italian collector bought the chassis with a W12 engine and restored it. When the engine was restored he had it dyno tested and found it produced about 450HP, while Cosworth’s DFR produced around 600HP and Senna’s Honda RA100E around 700HP.
One final note about Life. Many people have said that Bernie Ecclestone’s obsession with having only 10 teams in F1 was to a great degree the result of seeing the Life team and wanting to make sure that another team like them never got anywhere near F1.
And that’s Life.
Article written by Cavallino Rampante (@CavallinoRampa2)
Life is racing, all the rest is waiting
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