Tutto quello che ha un inizio ha una fine, cita l’oracolo a Neo in Matrix e, aggiungo che finisce anche male. Alla fine anche l’ultimo tassello, che ha contribuito a rendere grande la squadra è stato eliminato dalla Red Bull, mi riferisco a Sua Eminenza grigia Helmut Marko. Le parole di circostanza, sia da parte sua che da parte di chi comanda in Red Bull attualmente (Mintzlaff), sono per i creduloni, per il grande pubblico che, diciamoci la verità, nemmeno se ne fregano più di tanto. Già perché il grande pubblico (giovane), sul quale tanto ha puntato Liberty Media, sebbene conosca perfettamente chi sia l’ottuagenario consulente bibitaro, non ha vissuto la sua epopea in seno alla squadra, epopea che è costellata di successi è vero, come è anche vero che dietro questi successi c’è una lunga scia di lacrime, sudore e tanto sangue… agonisticamente parlando. Questa non è più una F1 per vecchi, parafrasando il film dei fratelli Coen (più che una rubrica di F1 questa, sembra una rivista di cinema!), dove per vecchi non mi riferisco all’età, perché sarebbe troppo comodo ed anche ingiusto aggrapparsi all’anagrafe di ogni singolo soggetto, bensì rivolgo il mio pensiero alla mentalità che la F1 di oggi richiede e, quella che ha Marko, è superata, anacronistica; obsoleta.
Oggigiorno le Scuderie di F1 non sono più una fabbrica e “un paio di garage”, oggi ogni singolo team è una vera e propria multinazionale, perché o supportata da uno di questi colossi o, perché divenuta multinazionale essa stessa. Quando si parla di mostri che producono tonnellate di contanti, l’immagine si sa è tutto e, nessuno si può permettere svarioni. Cosa ha incastrato Marko costringendolo ad andare via? Di sicuro il chiodo che ha chiuso la sua bara è stata quell’uscita infelice su Kimi Antonelli, a bocce ferme, accusandolo direttamente di aver favorito il sorpasso di Norris. Come dicevo, quella balla che ha vomitato (una delle tante peraltro) quella sera, è solo il chiodo della bara perché la fossa era stata iniziata ad essere scavata già da tempo, a cominciare con la lotta intestina con il suo compagno di merende Horner, il quale a sua volta ha tentato invano di fare la scalata della vita e, prendere il potere assoluto in seno alla squadra… pardon multinazionale. In quel contesto fatto di veleni, colpi bassi e deliri di onnipotenza (le molestie sessuali di Horner sono il pinnacolo di ciò che scrivo), ciò che ha salvato il “vecchio” Helmut è stata la fedeltà del clan Verstappen nei suoi riguardi, dove il buon Max arrivò a dire “Se va via lui, vado via anche io” (come vorrei che il nostro Charles puntasse i piedi come il campione olandese… unica cosa che veramente gli manca). Eppure alla fine nemmeno Verstappen è servito come salvagente (forse anche egli stesso ha tirato i remi in barca per salvarlo), visto che i deliri del comando hanno sopraffatto anche Marko dopo aver imposto Limblad e messo sotto contratto un altro pilota, il quale non era nelle idee del board del team, ed infatti hanno dovuto rescindere quel pezzo di carta con tanto di risarcimento! Questa è solo la punta dell’iceberg di un qualcosa di molto più profondo, perché se ci si soffermasse solo a questi episodi, allora si dovrebbe ricorrere alla neuro senza passare dal via e rinchiudere il super consulente. Eppure persone come Marko (ed Horner compreso) se sono arrivati a questi comportamenti, è perché il potere che hanno se lo sono conquistati sul campo a suon di risultati pesanti, a suon di bastonate date nelle gengive sia agli avversari che ai propri appartenenti alla squadra. Penso che tutti ricordano i fatti tra Jaime Alguersuari e Vettel durante delle prove libere: in quell’episodio c’è tutta l’essenza di chi fosse Helmut, senza mezze misure, senza giustificazioni da dare e soprattutto senza pietà. Alguersuari, reo di aver ostacolato il pupillo del momento in casa Red Bull (Vettel), venne praticamente licenziato su due piedi all’interno del box. Oggigiorno una cosa del genere, col tribunale dei social aperto “acca ventiquattro”, sarebbe a dir poco impensabile eppure la F1 di Marko questa era e, nel bene e nel male è stato proprio questo comportamento spregiudicato che ha reso grande la squadra dei bibitari e, che ora gli consente persino il lusso di dire che adesso ci “vuole un atteggiamento più morbido”.
Indipendentemente da cosa si pensa dei bibitari uno come Marko mancherà di brutto alla F1, perché sebbene le sue dichiarazioni siano sempre sopra le righe, i suoi comportamenti non consoni ai tempi che corrono, è anche vero che per noi romantici e politicamente scorretti, uno come lui ci rappresentava perché diceva quello che pensava, diceva le verità tra una parola e l’altra e, soprattutto non era un ipocrita che si nascondeva dietro atteggiamenti di facciata e parole di circostanza. Tutto il Circus si è scatenato contro di lui, quando in Australia Hadjar sbaglia la sua prima gara, ed il padre di Hamilton lo abbraccia per consolarlo (immagini per cui la F1 odierna farebbe pagare i diritti d’autore!), perché lo bastonò senza mezzi termini affermando che era inutile che piangesse perché la F1 è un ambiente che non fa prigionieri. Cosa ha fatto cambiare atteggiamento da parte di Isack dopo quell’episodio, le carezze di papà Hamilton o lo shampoo di Helmut? A me piace pensare più la seconda perché è vero: nella F1 il più pulito ha la rogna e questo il buon Marko lo sa fin troppo bene. Per questo con i suoi due cavalli di razza ha sempre avuto un atteggiamento spregiudicato, tant’è vero che in Red Bull non hanno mai esitato nel sacrificare Webber in favore di Vettel nel 2010, cosi come negli ultimi anni non hanno nemmeno mai pensato di risparmiare tutti i compagni di Verstappen, pur di far andare forte il loro campione. Le papaya rules che ci siamo dovuti sorbire quest’anno, con tanto di “Abbiamo avuto ragione noi”, sono l’emblema che l’atteggiamento adottato da Red Bull e, quindi da chi ha sempre comandato veramente determinate dinamiche, sono armai superate. Questo è il tempo dei Team Principal che devono essere innanzitutto ingegneri, questo è il tempo del “modello McLaren”, dove al muretto ci vuole un CEO e un capo squadra, questo è il tempo della condivisione dei dati e delle telemetrie al fine di non offendere gli investitori e di salvare la faccia della squadra innanzitutto. Capirete che in uno scenario come questo, per uno come Marko non c’era più spazio, da qui la scelta di mettere al muretto uno come Mekies e quindi di ammorbidire di più l’approccio in termini di comunicazioni, atteggiamenti e soprattutto politiche relazionali con gli altri team. Con Horner al comando era guerra aperta con Toto, ora invece sono tutti baci e abbracci… soprattutto perché uno come Wolff, sa benissimo che una “carogna” come l’ex Team Principal Red Bull non c’è più e, può fare la voce grossa che non è poco!
Con l’addio di Marko finisce la parte vecchia della F1 moderna, una F1 che mancherà non poco e, sebbene durante questi suoi vent’anni di reggenza sia stato bestemmiato in ogni lingua, è anche vero che solo quando la perdi una persona la riesci ad apprezzare veramente. Con la sua partenza non va via un uomo, bensì un simbolo, perché proprio come negli anni 80 quando dicevi McLaren in realtà leggevi Ron Dennis, cosi come all’alba del nuovo secolo scrivevi Ferrari e leggevi Todt/Schumacher, allo stesso modo fino a ieri leggevi Red Bull e pensavi a Marko e al triumvirato a cui apparteneva (Horner e Newey). Non resta che iniziare ad abituarci al nuovo corso, perché solo chi si adatta sopravvive.
Vito Quaranta