Alla fine dell’ultimo GP della stagione, dove si è deciso chi dovesse essere campione del mondo piloti, il vittorioso Max Verstappen, vittorioso nel GP e non nel mondiale, ha detto al suo ing. di pista Lambiase e, a tutta la squadra “Abbiamo concluso con stile”. La maturazione di questo immenso talento che abbiamo la fortuna di ammirare, proprio come abbiamo avuto la fortuna e l’onore di godere di tanti altri campioni come lui, si vede ormai non solo in pista bensì anche in questi dettagli, in queste parole che apparentemente potrebbero sembrare di facciata mentre non lo sono. La Red Bull del nuovo corso, quella senza Horner, Newey ed ora (visto che è notizia di oggi mentre scrivo) anche orfana di Marko ha deciso proprio cosi, di uscire di scena con stile e cosi è stato. La Red Bull Racing è stata una squadra che per tanti versi non mi è mai piaciuta, eppure proprio e soprattutto per quanto dimostrato in questa ultima metà di campionato, a mio giudizio, bisogna portargli rispetto ed alzarsi il cappello per quello che hanno fatto ed ottenuto. Il talento di Max è fuori discussione eppure si dia a Cesare quel che è di Cesare, perché nemmeno lo straordinario campione olandese non avrebbe potuto concludere nulla, se non avesse avuto alle spalle una squadra “racing” allo stato puro quale è la Red Bull. Il bello della F1, almeno quello che ancora ne rimane, è quello di poter e dover ammettere che se una squadra è forte lo si deve accettare senza scuse. I bibitari nell’anno che sta per concludersi, hanno subito una rivoluzione interna che avrebbe messo a terra chiunque tranne che loro. In un colpo solo hanno perso il loro capo supremo, lo “Schumacher dei progettisti” ed il loro consulente che gestiva programma giovani e tutte le politiche della squadra (per non parlare delle altre pedine altrettanto fondamentali come Jonathan Wheatley)) . Se in Red Bull sono riusciti ad andare avanti è solo perché sono stati lungimiranti, investendo su un reparto tecnico di prim’ordine capitanato da Wachè, del quale molti in estate già ne chiedevano la testa, degno allievo proprio di Newey che tanto ha voluto scavalcare e che alla fine lo ha costretto ad andare via, grazie anche allo zampino di Horner. Questa non è più la Red Bull di Dietrich Mateschitz, questa è la squadra di Oliver Mintzlaff (CEO Corporate Projects and investments di Red bull), comandata dall’ex Ferrari Laurent Mekies il quale ha imposto subito la sua impronta la quale a sua volta, è stata calcata con tanto di benedizione proprio dallo stesso Verstappen. In squadra avevano vagliato ogni tipo di possibilità riguardo alla strategia da attuare nel GP di domenica scorsa, persino quella di ricompattare il gruppo e, proprio in riunione pre gara è stato deciso che non ci sarebbero state “vigliaccate”, ecco perché Max ha detto quelle parole via radio, semplicemente non sono state casuali. Questo da parte di Red Bull è stato un segnale a tutto il Circus innanzitutto e, poi rivolto nello specifico ai rivali di sempre, oltre che alla McLaren, cioè alla Mercedes. Un messaggio di distensione, una sorta di ramoscello d’ulivo visto e considerato che l’onta del 2021, proprio ad Abu Dhabi, non è mai stata dimenticata. Il neo Team Principal bibitaro e tutto il suo entourage hanno voluto dimostrare che le cose ora sono cambiate e, sebbene ci sarà sempre competizione e voglia di vincere, almeno quella politica del voler vincere a qualunque costo apparentemente è finita. Perché parliamoci chiaro, ci fosse stato Horner al muretto, Tsunoda ora con molta probabilità sarebbe già stato nominato Kamikaze dell’anno! C’è stile e stile.
Il GP di Abu Dhabi va oltre la “sola” assegnazione del titolo Piloti, perché fornisce spunti di riflessione molto interessanti riguardanti proprio questa materia: infatti a vincere il campionato alla fine è stato Norris eppure, a memoria, non ricordo un campione cosi criticato o comunque digerito mal volentieri. Proprio nel circuito degli Emirati arabi, quattro anni fa, divenne campione Verstappen in modo “controverso” eppure nessuno, indipendentemente dalla porcata di Masi, mise in dubbio le qualità dell’olandese. Norris invece vince e non convince e, sebbene abbia voluto vincere a modo suo, è anche vero che in lui e soprattutto in tutta la squadra è mancato qualcosa; lo stile. Da Woking ci hanno martellato i cosi detti con le famigerate papaya rules e, si sono sempre nascosti dietro il mantello della equità tra i due piloti eppure, quando prima del GP viene posta la fatidica domanda a Zak Brawn, sul probabile team order in difesa di Lando, il boss papaya non ci ha girato attorno confermando che se fosse stato necessario ci sarebbe stato l’ordine. Non vedo stile e soprattutto nemmeno coerenza nelle parole e nel comportamento di Brawn, visto e considerato che entrambi i piloti si giocavano il mondiale e, nel momento in cui si è deciso per un team order, automaticamente siamo portati a pensare che la squadra abbia già deciso su chi puntare. Tuttavia non c’era bisogno di arrivare ad Abu Dhabi per capire ciò e, l’ipocrisia McLaren, è pari solamente alle loro regole, alle loro papaya rules che apparentemente hanno avvantaggiato sia Norris che Piastri e, di fatto cosi non è stato dato che il buon Oscar ne ha subito le conseguenze di questa apparente equità. Chi vince ha sempre ragione, quindi inutile stare a recriminare o a discutere, solo che quando devo leggere “Hanno avuto ragione loro”, riferendosi al fatto che sono riusciti a vincere il mondiale piloti senza ordini di scuderia, questa è pura vanità oltre che una totale assenza di stile. Come ho poc’anzi scritto inutile recriminare, quindi complimenti a Norris per il suo primo (ce ne saranno altri?) titolo e, si dia atto al neo campione del suo merito che è stato quello di fidarsi ciecamente della squadra. La vita è fatta di scelte e, la F1 non fa eccezione a questa legge universale in cui operare le scelte giuste al momento giusto, può fare la differenza tra il successo, il mero tentativo ed il fallimento. Norris ha puntato sulla McLaren già in tempi non sospetti e, sebbene un ragazzino australiano stava per lasciare in mutande lui e tutta la squadra, il veloce pilota inglese si è affidato alle “papaya rules” ed ha avuto ragione su tutto, tranne che sullo stile dato che rimarrà sempre la domanda di come sia stato possibile che il suo compagno di squadra, leader per metà campionato, di punto in bianco nemmeno il gradino più basso del podio riusciva a raggiungere per il resto della stagione.
Le scelte dicevo, quelle giuste, quelle prese in tempo, quelle che dovrà prendere LeClerc già a metà del 2026. Già perché se è vero che uno come Norris sia divenuto campione del mondo, è altrettanto vero che uno come Charles è ancora a secco. Il monegasco proprio nel deserto ha portato a scuola di guida un bel po’ di colleghi, visto che la sua SF-25 era praticamente inguidabile ed infatti, il suo compagno di squadra lo ha dimostrato finendo addirittura fuori pista. Vedere Charles dare l’anima e domare quel cavallino imbizzarrito era triste e, allo stesso tempo pura gioia per gli occhi, questo soprattutto per chi sa apprezzare certe doti di guida che non tutti possono esprimere. L’anno prossimo è l’anno del dentro o fuori e, continuare per la stessa strada se dovesse andare nuovamente male, sarebbe solamente accanimento terapeutico. Charles con il suo stile che lo contraddistingue, si è congratulato con il neo campione e, con altrettanto stile fa capire che questa è stata la sua migliore stagione, che è all’apice della sua forma agonistica e che quindi la Ferrari o si da una mossa oppure è giunto il momento di cambiare. LeClerc ormai si trova ad un bivio e, come ho sempre scritto su queste righe, questa è anche sua responsabilità visto e considerato che non ha saputo mai imporsi veramente in squadra. In tal senso do atto allo stile di Hamilton, il quale da par suo, ha cercato di imporsi sin dal primo momento in squadra ed infatti si è beccato il cazziatone in diretta mondiale dal Presidente e, a quanto ho capito, lo ha preso sulle palle mezza Maranello. Ora Lewis ha detto che spegnerà il cellulare e sarà irreperibile per tutta la pausa invernale… anche questo fa parte del suo stile.
Vito Quaranta