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MOTOGP 2020- GP D’ARAGONA

Dalla Francia alla Spagna. La giostra del mondiale si sposta definitivamente in penisola iberica sino alla sua conclusione.

Due gare ad Aragon consecutive, una settimana di pausa e poi una doppia Valencia con la finalissima di Portimao subito dopo. In sei settimane ben cinque gare con l’incognita del tempo essendo ormai in autunno inoltrato.

Petrucci è stato il settimo vincitore stagionale di un mondiale che non vuole trovare un padrone: ma ci sarà mai un padrone per questo Mondiale? L’unica ragionevole strada per trovarlo è quella di vedere un pilota in grado di vincere almeno tre delle restanti cinque gare piazzandosi sul podio nelle altre due. Qualsiasi altra combinazione di risultati ci restituirà un Campione legittimo, assolutamente non autoritario e sicuramente meno autorevole rispetto alla storia recente.

Lo stesso leader Quartararo ha vinto tre gare su nove eppure ha solo 115 punti: in rapporto alle corse disputate fanno la misera media di 12,7 punti/gara. Numeri alla mano avrebbe finito i campionati degli ultimi 15 anni quasi sempre in quarta posizione , con picchi della terza nel 2018/2019, ma anche della quinta nel 2014/2015.

Scavando più in fondo si scopre che, nell’era MotoGp, i due anni con il punteggio più basso sono stati il 2006 vinto da Nicky Hayden con una media di 14,8 punti/gara ed il 2016 vinto da Marquez con la media di 16,5: il Fabio del 2020 sarebbe finito quinto nel 2006 e quarto nel 2016…

Il mondiale potrebbe essere più avvincente se tutti i protagonisti mostrassero almeno una certa costanza di rendimento, e questo anche la netto dell’assenza di Re Marquez. Il nocciolo della questione è proprio quello: l’incostanza.  Ed è una caratteristica comune a tutti i contendenti anche al netto delle cadute e dei problemi meccanici che hanno afflitto tutte le Yamaha in primis a parte quella di Quartararo. Laddove non sono mancate le moto sono mancati i piloti….

Tale incostanza pare ormai chiaro sia da attribuire agli pneumatici che Michelin ha scelto di portare quest’anno. Dopo i primi mal di pancia di alcuni sono arrivate le lamentele di altri e, visto che sulla moto ci vanno i piloti, alla fine dobbiamo fidarci della loro opinione. Interverrà il costruttore francese? Non nel corso di questo campionato, pena il rischio di falsarlo favorendo qualcuno a danno di altri.

Nel frattempo i francesi ci stanno “regalando” una stagione simile a quella del rientro in veste di fornitore unico, il 2016. Quell’anno ci furono 9 vincitori diversi su 18 gare: nel 2020 siamo già a 7 su 14 per cui abbiamo già pareggiato l’incidenza. Tenendo conto che abbiamo ancora 5 appuntamenti e che i due Suzukisti e Bagnaia sono pronti all’impresa, allora ecco che potremmo rischiare di vedere battuto anche il record assoluto. Ed a Portimao dovrebbe rientrare anche Marc… Chi osa pensare che non potrà vincere?

Ma torniamo a questa settimana. Il tracciato presenta curve con diverse caratteristiche, alcune lunghe da percorrere in accelerazione altre in rilascio, altre molto secche da bassa velocità e con cambi di direzione. Il settore finale è composto da un lungo rettilineo nel quale si “entra” da una variante molto lenta, per cui le moto con più trazione ed allungo potrebbero fare la differenza. Gia, ma quali?

(immagine tratta dal sito vanessapaddock)

In un decennio di storia ad Aragon ci hanno vinto solo Stoner con due moto diverse, Pedrosa una volta, Lorenzo due, Marquez cinque. Per i team una vittoria Ducati, due Yamaha e poi solo Honda che quest’anno difficilmente potrà allungare la striscia delle quattro di fila e delle sette totali.

Con Marquez in pista avremmo saltato a piè pari l’intro al GP:  ne ha vinte cinque su sette in classe regina a partire dal 2013. Ma Marc non c’è ancora, ed un topo potrà ballare meglio e più degli altri. Chi?

Nelle ultime intro non ho azzeccato un pronostico manco per sbaglio, quindi mi asterrò.

E vista la “confusione” attuale è improbabile pensare di delineare dei valori dettati dall’adattabilità delle moto al circuito come in passato: tutto troppo condizionato da altri fattori, altrimenti Petrucci non avrebbe vinto in Francia, Oliveira non avrebbe vinto in Austria e Binder a Brno.

A sto giro mettiamo i numeri di gara nel sacchetto di quelli della tombola e tiriamoli fuori a sorte.

Ma ci sarà da divertirsi comunque.

 

 

Moto2

(immagine tratta da motorsport.com)

Lo scorso weekend nessuno dei tre capofila in classifica di ognuna delle tre classi ha vinto, ma chi ha fatto peggio è stato proprio Luca Marini che ha messo in casella un brutto zero figlio della legnata presa in terra venerdì. Avrà voglia di rifarsi sempre che sia in condizioni fisiche per potersi difendere. Abbiamo detto tante volte che il calendario molto “stretto” del 2020 con blocchi di tre gare “ammucchiate” avrebbe avuto qualche scompenso.

Ci auguriamo per lui che possa difendersi e gli è andata bene che i suoi rivali più diretti abbiano fatto punti in maniera inversamente proporzionale al distacco che avevano in classifica e questo gli ha dato modo di non trovarseli sul collo più di quanto già lo siano.

In 22 punti ci sono nell’ordine Marini, Bastanini, Bezzecchi e Lowes. Il Mondiale si deciderà tra questi quattro piloti.

 

 

Moto3

(immagine tratta da oa sport)

Bel colpo in Francia di Vietti che sale in classifica generale avvicinandosi al vertice e, soprattutto, mostrando una lucidità che lo potrebbe far diventare il più serio aspirante alla corona iridata sull’onda dell’entusiasmo.

Cercherà il riscatto Ai Ogura autore di una prova molto incolore in Francia compromessa sin dalle prove, mentre Albert Arenas (il più maturo di tutti) ha limitato i danni.

Anche in Moto3 la classifica si è delineata raggruppando in venti punti Arenas, Ogura, Vietti ed Arbolino. Il campione 2020 è tra di loro.

Sarà la consueta gara di scie, di incroci di traiettorie e di sorpassi pazzi. Un pronostico? Auguri, fatelo voi.

 

(Immagine in evidenza tratta dal sito tuttomotoriweb.com)

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BELLA ED IMPOSSIBILE – La “KR”

Direte… “Sì ma quella in evidenza è la staccatona di Toni Elias alla fine del rettilineo dell’Estoril… Quella in cui fece piangere talmente tanti appassionati che provarono a replicarla con le loro moto in pista…

Focalizzati sul numero 10. Quella è stata la più riuscita delle moto “KR”.

Partendo dal principio scopriamo che il marziano (KR Sr) chiude i rapporti con Yamaha e decide di fare in proprio presentandosi con una moto di “Proprietà”.

Nacque la KR.

Motore 3 cilindri a 2 tempi che sviluppava 178 CV…. Un mostro ⁉️ No, una favola. Scegliere di competere “in proprio” nel Mondiale dei prototipi è una favola che pochi ci hanno regalato.

Quella moto ebbe pochissimo successo (come normale che sia) soprattutto nei primi anni di vita. Dal 1997 al 2000 correrà sotto le insegne “Modenas” mentre dal 2001 al 2003 sotto le insegne “Proton”.

Proprio in questi anni, a cavallo del salto generazionale tra 500 e MotoGP la scuderia di Kenny ingaggia  per la KR3 due Piloti che danno tanto gas…. Aoki e McWilliams.

Proprio Jeremy regala, in quel di Phillip Island,una pole stratosferica nel 2002 in sella a quel gioiello argentato, una due tempi contro le nuove MotoGP….

Jeremy McWilliams in sella alla KR3 sul circuito di Phillip Island nel 2002. Per lui una magnifica pole position. Immagine Motograndprix.com

Dopo molte gare corse anche in MotoGP, con la 3 cilindri, finalmente viene presentata la KR5 con un nuovo motore 5 cilindri a V.

La KR5 (2005). Il numero 67 lo riconoscete? È quello di “Shakey” Byrne, il pluridecorato Campione del BSB. Immagine MotoGP.com

Al progetto prende parte niente di meno che Jonh Barnard (si si… Quel Jonh Barnard, quello della F1). Purtroppo la moto, costruita per la categoria MotoGP, fu un flop clamoroso.

Ancor più grande fu il tonfo nel 2005 quando la KR si affidò al motore KTM (in foto sopra), tanto che Kenny Roberts Jr scappò di corsa lasciando il posto al fratello Kurtis.

Poi arrivò lei…

KR211V – Non servono altre parole…

Arrivò anche qualcos’altro oltre a lei, la KR211V… Arrivò il motore 5 cilindri a V Honda e la KR iniziò a volare letteralmente.

Gommata Michelin, il pilota di punta Kenny Roberts Jr sfiorò la vittoria. Sì piazzò a podio in Catalogna ed all’Estoril chiudendo la classifica finale al 6° posto, mettendosi dietro Piloti come Edwards, Stoner (Honda LCR), Gibernau ed altri con moto ufficialissime….

” Quello fu il canto del cigno di una moto che ha affascinato tantissimo chi vi scrive, perché le moto più belle sono quelle che ti emozionano di più”…

… E nulla è più emozionante di una favola…

KR

 

Francky

P.S. Una chicca da gustarvi, se non l’avete già fatto, sulla KR3…

https://youtu.be/fYqhje4lvaY

 

 

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Motogp 2020- Gran Premio del Qatar

Anni fa era meno sorprendente vedere bagagli scaricati dalle stive un attimo prima della chiusura delle stesse: non è la prima volta che salta un Gran Premio all’ultimo momento. Sono piuttosto le motivazioni quelle che lasciano perplessi, ma non è questa la sede per affrontare discorsi politici, sociali ed economici. Qui si parla di corse, quelle che vorremmo vedere correre senza troppi fattori esterni ad ostacolarne lo svolgimento.

Tutto rimandato ad Austin ad inizio Aprile, ma la situazione è in continuo divenire per cui ci toccherà attendere gli eventi che rivoluzioneranno comunque il calendario visto che anche Buriram è stato rimandato ad ottobre sua data abituale fino all’anno scorso: quando si dice il destino!!

Vedremo due terzi di Gran Premio, seppur il terzo mancante vale i tre quarti dell’appuntamento. Sarebbe stato interessante verificare i valori in campo dopo i tests invernali in cui la nuova Honda pare sia diventata praticamente un cancello perché non si adatta alle nuove Michelin. Dobbiamo rimandare  ma ce ne faremo una ragione. In realtà i valori non dovrebbero essere cambiati di molto in quanto anche le line up sono rimaste praticamente le stesse ad eccezione della famiglia Marquez al completo in HRC (papà Marquez sostituirà Alberto Puig dopo le prime gare nel caso ancora non ne foste a conoscenza!).

Immagine tratta da Motorbox.com

Correranno i cadetti che si trovavano già in Qatar per i test della settimana scorsa che non necessitano di visti sanitari e/o di quarantene. La Moto2 diventerà quindi l’evento clou del weekend. Dopo l’anno di rodaggio con il motore Triumph e l’introduzione del gommone nel corso del 2019 non ci saranno rivoluzioni tecniche di rilievo. Al contrario della classe maggiore tra i cadetti troviamo cambi di line up ed il debutto di pezzi da novanta sbarcati dalla Moto3. Il campione del mondo 2019 Moto3 Lorenzo dalla Porta andrà a far compagnia ad Enea Bastianini nel team Italtrans mentre Aron Canet affiancherà Syahrin sceso nella categoria inferiore per far coppia con lui nell’Angel Nieto team che schiererà due Speed Up portando così a quattro in totale le moto di Luca Boscoscuro oltre a quelle del suo stesso team affidate sempre a Navarro e al nostro Diggia.

Bulega esce dal team Sky per andare sotto l’ala di Fausto Gresini ed al suo posto sale sulla Kalex nerazzurra Marco Bezzecchi. Formazione tutta italiana per il team MV con nonno Corsi e Manzi.

Il risultato dei tests invernali ha evidenziato il buono stato di salute della Speed Up con un gran bell’inizio per Canet mentre il nostro Lorenzo Dalla Porta ha faticato ad adattarsi sinora. Gli altri big sempre nelle prime posizioni. Sara pur scontato ma ciò che conterà sarà la bandiera a scacchi che vedremo domenica pomeriggio.

Immagine tratta dal sito maxracingteam.com

I ragazzini della Moto3 daranno al solito lo spettacolo più divertente senza permetterci di fare pronostici. In SkyVR46 si assisterà al ritorno di Migno che sostituirà Foggia approdato alla corte di Leopard per rimpazzare il campione in carica. Paolo Simoncelli ha lasciato inalterata la propria formazione seppur Antonelli sarà assente in Qatar perché operato alla spalla e sostituito da Garcia. Romano Fenati viene accolto nel team di Max Biaggi (la vedo complicata, mi sbaglierò) e guiderà l’Husqvarna di ritorno alle competizioni.

Buon mondiale a tutti.

Immagine in evidenza tratta da Today.it

 

Salvatore Valerioti

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IL MOTOMONDIALE CLASSE 500 ANNI 80-PARTE 2

L’immagine di copertina va dedicata ad Eddie Lawson senza se e senza ma. Nella seconda parte degli anni 80 il californiano vince tre mondiali su cinque che, sommati a quello dell’84, ne fanno l’Iridato più prolifico del decennio. Chapeau Eddie.

1985

Immagine tratta da Motoblog.it

Non ho mai amato i piloti che dominavano, ma con Freddie era diverso.

La stagione  ’85 segna la fine di un epoca, quella in cui un pilota poteva vincere più mondiali nello stesso anno in categorie differenti. L’impresa di essere l’ultimo spetta ovviamente a Spencer.

Freddie è un paio di spanne sopra a chiunque e per il 1985 insieme ad HRC si butta a provar a correre due mondiali insieme, quello delle 250 e delle 500. Le gare della 250 si correvano dopo quelle della 500 tutti i weekend, quindi il rischio era “calcolato”:  Freddie poteva essere più “fresco” per la classe regina e salire sulla 250 più leggera solo dopo la gara della 500.  “Fresco” però è una parola grossa quando nei tre giorni di gara raddoppi i turni di prove e qualifiche e ti spari a manetta una fraccata di chilometri. Eppure il ragazzotto della Louisiana riesce nell’impresa di vincere entrambi i mondiali. Vince sette Gp sui dieci ai quali partecipa in 250, con un filotto a metà campionato di sei gare di fila che gli permettono di riposarsi per gli ultimi due appuntamenti. In 500 ne vince altre sette riuscendo per quattro weekend a fare doppietta in entrambe le classi, In Italia, Austria, Belgio e Francia.

Direi che ogni ulteriore commento sarebbe sprecato.. Gli altri? Annichiliti.

In 500 ha la meglio su un sempre efficace Lawson, mentre in 250 precede Anton Mang compagno di marca già campione Mondiale due volte in 250 e due volte in 350…. proprio  l’ultimo arrivato.

 

1986

Immagine tratta da twitter

Il campionato comincia dallo stesso punto in cui era finito il precedente. Freddie domina le prove e le qualifiche del Gran Premio inaugurale in Spagna. A Jarama parte dalla pole e se ne va senza neanche prendersi il fastidio di salutare i compagni di avventura. Tutto bene? No. A pochi giri dalla fine si ritira: causa ufficiale indolenzimento del braccio dovuto a tendinite….il 4 maggio 1986 (che mese infame!!!) termina la carriera di Fast Freddie e comincia quella del gemello sfigato Slow Freddie, il quale riesce nell’impresa titanica di stabilire un altro record: quello di totalizzare zero punti in una stagione intera da Campione del Mondo in carica! E’ opinione di chi scrive che tutti i grandi campioni siano animati da una luce, una fiammella che li illumina sulla strada del rischio e del talento. Questa fiammella ogni tanto si spegne all’improvviso, talvolta senza ragione apparente altre  a seguito di qualche botto qua e là. Quella luce è ciò che ti permette di avere quel metro di vantaggio in staccata, quel grado di piega in più, tutti quei piccoli dettagli che si traducono in quei decimi che a fine gara diventano quella manciata di secondi che dal primo posto ti portano a diventare l’ultimo degli ultimi.

La gara la vince il suo compagno di squadra, quel Wayne Gardner australiano che si svergina e quel giorno prende la porta per entrare nel circolo dei grandi.

Ma il Mondiale è lungo e se vuoi vincerlo devi mettere insieme tutti i pezzi altrimenti quel mastino di Eddie non lo batti.

Lawson porta a termine la sua stagione forse migliore, vincendo 7 gare mettendoci accanto anche due secondi porti ed un terzo: regolarità impressionante. Gardner finisce il campionato in scia ma avrà modo di rifarsi a breve.

Ad Assen si affaccia al mondiale un texano dinoccolato in sella ad una Suzuki… il tale risponde al nome di Kevin Schwantz (doveva arrivarmi il sostituto…) che si fa subito notare per ciò che gli riuscirà perfettamente in carriera, ovvero prendere a testate l’asfalto come nessuno mai. Infatti cade tre volte tra prove e gara..ma di lui avremo modo di riparlare più avanti.

 

1987

Immagine tratta da Twitter

Udite udite (è questione attualissima in questi giorni) per una volta il Mondiale non perde gare per strada e si disputa su 15 appuntamenti che oggi parrebbero pure pochi….

Non ci sono cambi di line up eclatanti e Gardner è ormai diventato prima guida in casa HRC. Lawson resta in Yamaha ufficiale ma l’australiano se la vedrà principalmente con Randy “Stirling” Mamola che, vincendo tre gare con la Yamaha gestita da Kenny Roberts nel frattempo diventato team manager, colleziona il suo ennesimo secondo posto in classifica generale.

Wayne di gare ne vince ben 7 e non ritirandosi mai si aggiudica il campionato. Messa così potrebbe sembrare che l’australiano fosse un regolarista con il braccino corto…no, fu addirittura uno dei primissimi a guidare quei diavoli di due tempi in derapata, moto senza traction control, con una curva di coppia che definire appuntita sarebbe un offesa. Come tutti gli australiani Wayne era un duro che quando avevan distribuito la paura era a farsi un bicchiere al pub invece che in coda.

Nel frattempo Suzuki, uscita dal ristretto giro dei grandi, fa fare qualche comparsata al texano dell’anno prima, si quello col numero 34 pur senza risultati di rilievo.

 

1988

Immagine tratta dal sito daiedegas.it

Kenny Roberts gestisce delle Yamaha buone e riesce a riportare nel giro del Motomondiale quel suo compaesano Californiano di nome Wayne Rayney tanto forte nel suo paese e naturale erede della stirpe dei piloti americani dell’epoca. In tutta risposta Wayne si piazza terzo nel mondiale vincendo la sua prima gara a Donington Park.

I mattatori della stagione sono sempre gli stessi: tutti gli statunitensi a partire dal “solito” Eddie, compreso il texano proprio lui e l’australiano Gardner a mischiare le carte. Manca Randy Mamola che, stanco di arrivare sempre secondo, si butta nell’avventura Cagiva e si toglie definitivamente l’ansia.

Immagine di Motosprint

La stagione parte con la vittoria a Suzuka di Schwantz. Kevin era un iradiddio quando riusciva a trattenersi. Non lo battevi: era più forte in frenata, era più forte in piega, era più forte in uscita dalle curve con la moto in derapata e la ruota anteriore alzata in controsterzo! Kevin era più forte di qualsiasi cosa o individuo che non fosse se stesso. Ed infatti il suo limite è sempre stato quello di voler viaggiare sempre sul filo della caduta fino a quando non cadeva veramente: ci si potrebbe scrivere un libro con le occasioni gettate al vento dal 34. Ma era splendidamente bello da vedere per quanto era sporco nella guida visto il suo background di corse sugli sterrati. Per vedere un suo Mondiale dovremo aspettare ancora quasi sei anni e trovare le condizioni ideali. Nonostante vinca più gare di altri piloti finisce il mondiale lontano dal vincitore Lawson al suo terzo iride.

Eddie mette insieme altre sette vittorie e cinque podi e si aggiudica il terzo titolo in sei anni di partecipazione al Mondiale 500. Gardner tiene alto l’onore Honda lottando come un mastino ma finendo comunque secondo.

 

1989

Immagine tratta dal sito p300.it

Nel 2004, quando  il Rossi nazionale lasciò HRC per andare in Yamaha, i media descrissero l’evento come epocale. Perché scendere dalla moto che ti fa vincere per salire su un’altra? E’ l’argomento che tiene banco anche attualmente per quanto concerne Marquez che tanti vorrebbero lontano da HRC per dimostrare veramente il suo valore. All’epoca non c’erano tutte ste parole che volavano sui social, spesso e volentieri sputate al vento da chi neanche sa da che parte si avvia una moto stradale figuriamoci da corsa… ma si sà, al giorno d’oggi tanti denti devono prendere aria.

Per il 1989 Eddie lascia la sua fedele Yamaha e si butta nel team HRC a fianco di Wayne Gardner. Ecco: non vai a correre contro il Sig. Nessuno, ma ti infili nel box di uno che è stato campione del Mondo e ti è finito in coda l’anno precedente…. Oggi se ne farebbero discorsi di sfide, adattamenti alla moto, al telaio, al tipo di erogazione e altre centoventuno pippe mentali.

Tutte balle. Eddie era un altro beach boy californiano che di chiacchere ne faceva addirittura meno chiunque altro sulla griglia: via in HRC e quarto titolo conquistato con il sorriso stampato in faccia e il polso destro aperto il più possibile. Dietro di lui un altro californiano che stava studiando per fare il botto l’anno successivo, Wayne Rainey. Il secondo Wayne, quello australiano, si fracassa le ossa a Laguna Seca e salta a piè pari quasi metà stagione senza per questo impedirsi di timbrare il cartellino prima vincendo la gara di casa sua in Australia.

Il cowboy texano Kevin non perde l’occasione  per dimostrare (a chi ancora avesse il dubbio) di essere quello che è ovvero uno showman al quale interessa lo spettacolo e la vittoria della singola gara piuttosto che la ”vision” mondiale o come diavolo la potremmo chiamare adesso.

Riesce nella mirabilante impresa di vincere sei gare (due più del campione Lawson) e finire lo stesso al quarto posto in classifica finale.. Già, perchè quando devi far le cose tanto vale mandarle in vacca sino in fondo e scappare dal detto che il secondo è il primo ad aver perso. Ma Kevin è così, non ci puoi far nulla: tutto cuore e coraggio e poco cervello (sarebbe il mio secondo idolo nel caso vi fosse mai sfuggito). Ma il mondo dei motociclisti lo ha amato proprio per questo, perchè il motociclismo degli ottanta era ancora tanta tantissima passione e piloti veri che si tiravano spallate in pista, si mandavano al diavolo ma tornavano amici appena tolto il casco.

 

Finisce così questo breve racconto di un decennio dominato dalla scuola statunitense e dalle moto made in Japan.

Chissà, magari il Bring vi racconterà anche quello successivo…..

Grazie a tutti.

Immagine in evidenza tratta da Motosport.com

 

 

Salvatore Valerioti

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Il Motomondiale classe 500 anni ’80- parte 1

Gli splendidi articoli sulla F1 anni 80 pubblicati dal Boss in questa off-season sono riusciti ad aprire i cassetti chiusi nella mia memoria anche per quanto riguarda le due ruote. Belli quegli anni,  al punto che se chiudo gli occhi mi sembra di aver ancora nel naso l’odore dello scarico dei due tempi e nelle orecchie lo strillo acuto di quei motori semplici ed esplosivi.

Non ricordo perfettamente tutte quelle gare, soprattutto quelle dei primissimi ’80:  venivano spesso date in differita nei giorni successivi a degli orari improponibili su Rai3 con la eufemisticamente coinvolgente cronaca di Federico Urban, bravo professionista per carità.. Ma ti dovevano veramente piacere le moto eh.. Non ci saranno 10 appuntamenti settimanali ma mi limiterò a dividere in due il decennio.

Gli anni 80 furono l’apoteosi dell’era americana del Motomondiale che era cominciata un paio d’anni prima con lo sbarco del marziano Kenny Roberts (quello vero) in Europa. Il beach Boy californiano portò un modo di correre molto diverso, più professionale, e interruppe l’egemonia di quello svitato di Barry Sheene. Ad onor del vero Kenny aveva un vantaggio di peso non indifferente considerati i cinque chili di placche e viti che tenevano insieme l’inglese, ma questo è…

1980

immagine tratta dal sito Motogp.com

Roberts vince il suo terzo mondiale di fila a bordo della Yamaha gestita dall’importatore statunitense alla quale è stato fedele tutta la carriera. Primeggia nelle prime tre gare su 10 di un mondiale talmente corto che al giorno d’oggi finirebbe i primi di giugno: le gare in programma sarebbero state tredici, ma i Gp in Venezuela e Svezia saltarono per motivi economici e quello dell’Austria per il maltempo. I suoi avversari dell’epoca erano tutte quelle Suzuki che i giapponesi davano in gestione agli importatori dei vari paesi europei e guidate da piloti del calibro di Randy Mamola, Marco Lucchinelli, Franco Uncini e, udite udite Graziano Rossi. E il colosso Honda? In piena era due tempi era alle prese con il progetto pazzo della 4 cilindri quattro tempi NR500 a pistoni ovali con cui collezionò parecchie figure barbine fin dal suo esordio nel 1979: la moto non si qualificava manco con le cannonate. Per farla partecipare ad una gara i giapponesi dovettero assoldare alcuni privati affinchè non partissero, salvo poi vedere il proprio gioiello andare a fuoco in gara già al primo giro… Senza dimenticare che, con la partenza a spinta dell’epoca, la Honda si avviava quando il resto delle moto erano già tre curve avanti! Ma Honda è sempre Honda e segnerà comunque il decennio, eccome se lo segnerà…

Immagine tratta da pinterest.com

Per dovere di cronaca faccio un cenno alle classi minori, discriminate solo per motivi di spazio e non di importanza. Nel 1980 correvano ancora la 50cc, la 350cc  oltre che i sidecar e le classiche 125 250 e, appunto, la 500.
La classe 50 cc si disputò sino al 1983, sostituita poi dal 1984 al 1989 dalla 80, mentre la 350 che tanto fu gloriosa negli anni 60 e 70 disputò il suo ultimo campionato nel 1982 abolita in quanto troppo simile alla due e mezzo e abbastanza alla 500 per decretarne la morte. I sidecars corsero a fianco al motomondiale sino al 1997 per poi essere “aggregati” al mondiale Superbike.

1981

immagine tratta dal sito italiaonroad.it

Il mondiale piloti torna in Italia dopo sei anni dall’ultimo di Mino Agostini. Lo vince quel matto di Marco Lucchinelli che, a guardarlo bene, tutto ti sembra fuorchè un pilota professionista. L’approccio alla vita è di quelli che te li raccomando, con le corse a corollario di ciò che è il resto: divertimento puro. Ma è dannatamente matto e veloce, al punto di detenere ancora il record del Ring versione 22,8 Km… Poco importa se resiste ancora perché il tracciato è più corto, ma se arrivi a girare là dentro in meno di 8 minuti e mezzo con moto e gomme dell’epoca, sei un manico.. e neanche tutto finito..

Lucky vince in sella ad una Suzuki dopo il triennio Yamaha, ed è quella del team tutto italiano di Roberto Gallina (ex pilota e sopraffino team manager) che prepara una stagione con i fiocchi in cui Marco vince cinque gare su undici mettendosi dietro lo “Stirling Moss” delle due ruote Randy Mamola sempre su Suzuki. Bello ricordare che nell’ultimo Gp dell’anno, in Svezia, si assisterà all’ultima vittoria mondiale di Barry, questa volta in sella ad una Yamaha al posto della sua storica Suzuki. Nel 1981 fa capolino nel mondiale un ragazzino con la faccia da bambino al quale ti farebbe tenerezza e paura affidare il tuo “Ciao” della Piaggio.. Eppure lui prende quel cancello di NR500 (si, la 4t a pistoni ellittici!) e in Inghilterra lo issa sino al quinto posto prima di esagerare spalmandosi in terra. Il suo nome? Frederick Burdette Spencer… (mio primo idolo a due ruote, vogliate perdonare la libertà che mi prendo ma non ho potuto resistere).

 

1982

immagine tratta da radioerre

L’anno comincia con “Stella Fortuna” portata a Sanremo dal campione del Mondo in carica Marco Lucchinelli. E’ fuori concorso, quindi nessuna classifica in questo caso. Marco è un personaggio veramente fantastico ed istrionico, con una vita complessa e sregolata. Lascia il team Gallina e approda in Honda ufficiale al fianco di Spencer. Viene creata l’odierna struttura HRC per gestire in toto il Reparto Corse e viene fatta debuttare anche la NS500 a due tempi. Nel DNA dei giapponesi c’è l’anticonformismo e sfornano una tre cilindri a V per avere una moto più agile e snella della concorrenza Yamaha e Suzuki in pista con delle quattro cilindri.
E con la tre pistoni sotto il sedere di Fast Freddie arrivano anche le prime due vittorie preparatorie al futuro nonché il primato di Spencer come vincitore più giovane della categoria a poco più di vent’anni.
Il campionato resta in Italia grazie a Franco Uncini e sempre al team di Roberto Gallina sul quale non mi posso soffermare perché ci andrebbe un articolo dedicato. Avete presente Lucchinelli ed i suoi eccessi? Ecco, pensate all’opposto e vi apparirà Uncini. Vince anche lui cinque gare e si mette dietro le Yamaha alle prese con gli sviluppi della OW60 OW61 ed in attesa di capire se fosse meglio il motore a quattro cilindri in quadrato o a V… A fine anno lascia Kawasaki regina delle 350 e 250 ma con scarsi risultati nella classe maggiore. Ed insieme a lei saluta tutti anche quell’altro sciroccato di Kork Ballington.

1983

immagine tratta dal sito GPone

Più guardo le foto dell’epoca e più Freddie mi sembra quel compagno di classe del liceo secchione che andava pure a messa tutte le domeniche col vestito della festa come si usava allora. Metti la sua foto a fianco di quella di Barry Sheene o dello stesso Lucchinelli e ti chiedi: ma questi possono fare lo stesso sport?
Infatti la risposta è no. Freddie si aggiudica il mondiale 1983 vincendo sei gare su dodici mettendoci accanto tre piazze d’onore ed un altro podio, quarto posto ed un solo ritiro. Sono numeri che farebbero impallidire anche gli schiacciasassi contemporanei. Poco più di ventun’anni di età e diventa il campione più giovane di sempre mettendo in fila dietro di lui gente che risponde ai nomi di Roberts (sempre quello vero), Randy “Stirling” Mamola ed un certo Eddie Lawson che debutta in 500 cavalcando una Yamaha YZR con sopra un numero a me particolarmente caro, il 27.

immagine tratta da pinterest.com

Il vecchio Kenny fu un osso duro per tutta la stagione perché vinse le restanti sei gare non vinte da Spencer e perse il titolo per soli due punti, ovvero la differenza tra un terzo ed un quarto posto in più tra i due. Non la prese esattamente bene e a fine anno decise di averne avuto a sufficienza salutando la compagnia. Il campione in carica Franco Uncini non potè difendere il titolo: vero che la sua Suzuki aveva perso in competitività, ma il motivo più importante fu quell’Highside ad Assen dal quale ne usci centrato in pieno alla testa mentre a quattro zampe cercava di andare fuori dall’asfalto sull’erba. Le immagini sono agghiaccianti tutt’ora. Curva a destra, lui vola per aria e atterra con tutti gli altri piloti che cercano di sfilarlo sulla destra: passano diverse moto mentre lui cerca di salvarsi, tutte dallo stesso lato, tranne una che avendo una traiettoria più larga in uscita dalla curva decide di buttarsi sulla sinistra verso l’esterno. Wayne Gardner (si lui) centra in pieno  il casco di Franco con la sua ruota anteriore e gli fa fare un 360 in aria lasciandolo esanime in terra. Al Check-in gli stracciano il biglietto e lo rispediscono indietro dopo qualche giorno di coma con la lettera di assunzione per fargli curare la sicurezza dei piloti e delle piste.

Immagine di Motosprint.it

1984
In Honda sono da sempre in costante fermento. Guardando la 4 cilindri della concorrenza di Iwata capiscono che l’escalation delle potenze avrebbe messo sotto scacco la propria 3 cilindri in tempi brevi. Quindi fanno debuttare LEI, la regina delle regine a due tempi, la NSR500 quattro cilindri che con le dovute evoluzioni avrebbe segnato per oltre quindici anni la storia del motociclismo. Basti pensare che il nome della moto del primo mondiale di Rossi nonché ultimo delle due tempi è sempre lo stesso ed è targato 2001!
All’epoca non c’era l’abitudine odierna di tenere il proprio numero di gara per tutta la carriera. Venivano assegnati in base alla classifica dell’anno precedente: pur di levarsi quel 4 dalla carena Eddie Lawson si vince 4 gare ed insieme ad esse anche il suo primo mondiale grazie ad una costanza di rendimento impressionante.  Primeggia, e anche per distacco, su Mamola (una altra volta secondo) Roche, Spencer ed Haslam (Ron). A dirla fino in fondo Freddie ebbe una stagione travagliata dagli infortuni sin dall’inizio quando non partecipò al gran premio inaugurale in Sud Africa causa una caduta in prova nonostante avesse fatto la pole. Sempre per incidente saltò le ultime tre gare essendosi infortunato in un’altra gara fuori campionato. L’asticella era la sua avendo vinto 5 gare su 6 alle quale prese parte, ma Eddie da splendido professionista seppe approfittare di ogni situazione. Ecco, per me Eddie era un po’ il Prost del motociclismo: poco appariscente ma dannatamente veloce e concreto.

 

Grazie. a presto per il secondo lustro

Immagine in evidenza tratta dal sito motorsport.com

Salvatore Valerioti

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