IL SILENZIO DEI CAMPI

“La saggezza non sta nel distruggere gli idoli, sta nel non crearne mai” – Umberto Eco

Ero a Francoforte sul Meno, anzi no, un poco più sotto, a Darmstadt in un centro congressi dall’architettura futuristica però siccome Darmstadt non la conosce nessuno (tranne qualche appassionato di musica del 900 ma questa è un’altra storia) allora diciamo che ero a Francoforte. Un convegno di quelli inutili, dove manager in giacca e cravatta si riempiono la bocca di “disruption”, “innovation” e “paradigm shift” senza avere la più pallida idea di cosa significhino. Ore e ore di PowerPoint identici, caffè pessimo e sorrisi di circostanza. Nonostante l’internazionalità del convegno, anzi del summit, spiccavano i tanti italiani presenti, perlopiù manageroni figherrimi (oppure wanna-be tali) circondati dai loro lacchè, che si riconoscevano per gli abiti di foggia appositamente più elegante di chiunque altro. Durante le pause tra uno speech e l’altro, costoro formavano capannelli vistosi e parlavano tra loro in un inglese stortignaccolo probabilmente sperando che qualcun altro, auspicabilmente anch’egli managerone ma di altra nazionalità, si aggiungesse alla chiacchiera. Si sa che gli italiani all’estero si attraggono come per gravitazione e pure io ci stavo cascando ma l’imbarazzo che mi avrebbe provocato trovarmi immerso in quella pantomima mi ha fatto desistere in fretta e con gli occhi ho cercato altro. Vidi un altro signor nessuno come me che, da solo, stava sorseggiando una tazza di qualcosa-che-forse-era-caffè guardandosi intorno con sguardo annoiato: magari salta fuori qualche considerazione interessante, mi dico. Veniva dall’entroterra veneziano o dal padovano, non ricordo, e quando mi sono presentato deve aver deciso (errando) che il mio cognome suonava veneto e ha cominciato a parlarmi in dialetto, come da inveterata consuetudine delle sue parti.  Ma ti pensi che ‘sti qua i sa che ghe xe un mondo fora de ‘ste slide. No, probabilmente no. Tute ciàcole del casso — gera meio che me ne stassi a casa. Già, lo penso anche io. Che cafè de merda… no xe da tuti farlo vegnir cusì disgustoso, complimenti eh. Forse l’hanno raccolto dal filtro della lavastoviglie, dico sarcastico. Mi guarda strano poi ride. E par finirla in belessa ghe xe ‘n caldo de la madona: te vien in Germania convinto che ghe sia fredo, te te imbacucci tuto, e dopo [bestemmia] son qua che sudo come ‘n porseo. Alzo gli occhi apposta per guardare dietro di lui. (Vedo un tizio che alza la mano a mo’ di richiamo e colgo l’occasione) scusa, il mio capo mi chiama, devo andare, ci vediamo dopo.

Niente da fare.

Me ne vado.

Avevo già deciso di non prendere subito l’autostrada per tornare verso Monaco di Baviera, tappa finale della gita che ho attaccato al convegno. Troppo presto per chiudermi di nuovo in macchina per ore, troppo bella la giornata nonostante il caldo. E poi l’idea ce l’avevo già, nascosta in un angolo della testa da quando avevo visto il cartello “Hockenheim 65 km” all’uscita dell’albergo quindi no, non c’è nulla di casuale in quanto stavo per fare.

Hockenheim.

Il nome mi risuonava con quella particolare risonanza che hanno certi luoghi quando sono legati a ricordi che non sono nemmeno tuoi, ma che senti comunque come parte di te. Come se la memoria collettiva degli appassionati di Formula 1 fosse un grande archivio condiviso a cui tutti attingiamo, spesso senza nemmeno rendercene conto.

La mia Mercedes diesel si sente a casa: dopotutto Stoccarda non è poi così lontana, no? All’andata, su una Autobahn, avevo già provato l’emozione di non essere fuori legge vedendo il tachimetro salire salire salire fino a quando, a 229, decisi che andava bene così.

Mi viene da ridere.

Ronfa pacifica, la stoccardese (o stoccardina? Stoccardiana? Come si tradurrà Stuttgarter?) mentre percorre strade secondarie immerse nei boschi. Ogni tanto si apre una radura e vedo campi coltivati, ordinati, geometrici. Mi vengono in mente i quadri di Constable, quelle scene agresti inglesi dove tutto sembra sospeso in una quiete eterna. The Hay Wain, il carro del fieno che attraversa il guado, i contadini che lavorano sotto cieli immensi. Perché mi vengono in mente proprio ora?

Ah, già. Il gentleman farmer.

Accendo la radio. Una stazione tedesca trasmette musica pop insipida cantata in tedesco. Cambio. Altra musica pop insipida, ma in inglese. Cambio ancora. Musica classica: Brahms, mi pare. Va bene, lasciamo Brahms. Almeno lui sapeva cosa fosse la malinconia vera, non quella da quattro soldi delle canzoni pop.

Arrivo a Hockenheim che sono quasi le undici. Il paese è più grande di quanto mi aspettassi, ma ha comunque quell’aria ordinata, pulita, vagamente austera che hanno tutti i paesi tedeschi di provincia. Parcheggio vicino al centro e cammino un po’ a caso. Cerco un bar per un caffè decente (spoiler: non lo troverò) e intanto cerco di orientarmi. Il circuito dovrebbe essere letteralmente attaccato al paese, un po’ come a Imola. Dalle mappe ho visto che però c’è di mezzo l’autostrada. Toccherà andarci in macchina e non a piedi.

Mi siedo al tavolino di un café con un nome impronunciabile e ordino: “Kaffee, bitte”. Arriva in una tazza enorme, brodaglia chiara che chiamano caffè ma che caffè non è: quel tizio veneto, al convegno, aveva ragione da vendere. Pazienza. Guardo la gente che passa. Mamme con passeggini, vecchietti con il giornale, ragazzi in bicicletta. Nessuno sembra minimamente consapevole che questo posto è legato a una delle storie più assurde della Formula 1.

È qui che nel 1982, durante il Gran Premio di Germania, Nelson Piquet ed Eliseo Salazar si sono presi a cazzotti dopo un incidente in pista.

Ripenso alle immagini, che ho rivisto mille volte. Piquet era comodamente in testa alla gara e si apprestava a doppiare la molto più lenta ATS di Salazar in vista della chicane che precede la Ostcurve. Il cileno si fa diligentemente da parte facendosi superare ma quando entrano nella chicane qualcosa va storto: Salazar non frena abbastanza e colpisce in pieno il retrotreno della Brabham del brasiliano col risultato che sono entrambi fuori gara. Piquet salta giù dalla macchina ancora fumante e in meno di un secondo si avventa su Salazar come un pugile di seconda categoria con il cileno che cerca di difendersi mentre i commissari cercano (molto timidamente!) di separarli, tutto davanti alle telecamere di mezzo mondo. Una farsa, una pantomima indegna. Piquet che urla e gesticola sembra un cartone animato per bambini! E il mondo che ride. Perché sì, bisogna ammetterlo: faceva ridere. Era comico. Patetico e comico al tempo stesso.

Penitenziagite!

Bisogna per forza evocare il monaco giullare di Eco che grida il suo monito incomprensibile. Perché non solo il giorno prima c’era stato il terribile incidente che aveva posto fine alla carriera di Didier Pironi ma proprio qui, forse a pochi metri da dove Piquet e Salazar hanno messo in scena quella gag involontaria, quattordici anni prima era morto Jim Clark.

Jim Clark, il gentleman farmer, lo scozzese volante.

Il nome emerge dal fondo della memoria come un sasso che affiora quando la marea si ritira. E con il nome arriva tutto il resto: le vittorie (venticinque, in un’epoca in cui venticinque vittorie erano un’eternità), i due titoli mondiali, Indianapolis vinta come se niente fosse, la Lotus verde e gialla che sembrava volare più che correre.

E poi, il 7 aprile 1968, quella curva maledetta in una gara di Formula 2 che non valeva niente, che non significava niente. Una curva veloce, un albero, il silenzio.

Pago il caffè-che-non-è-caffè e mi dirigo in auto verso il circuito. Non capisco dove parcheggiare e dopo aver attraversato il viadotto sull’autostrada e viste le tribune del circuito lascio la macchina ai margini del bosco. Non ci sono cancelli così entro facendo finta di essere pratico del posto, casomai qualcuno mi vedesse. Di fatto sono al termine del Motodrom, dove comincia il rettilineo dello start. Non so esattamente dove sia accaduto l’incidente di Clark. So che il tracciato è cambiato mille volte da allora, che quello che c’è ora non ha più niente a che fare con il vecchio Hockenheim, quello vero, quello che correva per chilometri tra i boschi in lunghi rettilinei interrotti solo da chicane velocissime.

Vedo un capannone che mi accorgo essere il museo del circuito: “Home of speed” recita l’insegna. Be’ tutti i torti non li hanno. Prima delle modifiche del 2002 era di fatto il circuito in cui si raggiungevano le velocità massime del campionato insieme a Monza. Guardo l’orologio e mi accorgo che in fondo non ho tutto questo tempo quindi continuo a camminare. San Google mi viene in aiuto e capisco che non devo far altro che continuare a circumnavigare le tribune e il mio obiettivo non sarà poi così lontano. Fa caldo, un caldo umido e appiccicoso. Ancora una volta quel veneto aveva ragione. Sudo nella mia camicia azzurra da convegno che non ho avuto tempo di cambiarmi. Mi accorgo che non c’è il vago odore vago di gomma e benzina che hanno tutti i circuiti del mondo. Ma è tutto fermo, silenzioso. Nessuna macchina in pista, nessun rumore di motori.

Ad un certo punto sento una voce di donna appellarmi in tedesco, dietro di me. Mi giro e faccio segno che non capisco. Quella a sua volta non capisce i miei gesti e mi avvicino dicendo, in tedesco, che non parlo tedesco: Entschuldigung, ich spreche kein Deutsch. Me l’ero studiata in vista del viaggio. La tizia passa all’inglese e mi chiede gentilmente per cosa ero lì e che se avessi voluto visitare il museo non ci sarebbe stato alcun problema. Se poi volevo parlare d’affari (ero ancora bello incravattato anche se la giacca l’avevo lasciata in macchina visto il caldo) in mezzora sarebbe arrivato non-so-chi. Affari? Scopro che il museo è in qualche modo collegato ad una sorta di vendita di auto supersportive o qualcosa di simile. Ringrazio ma sono interessato ad altro. A cosa? Mi chiede.

I’m here to visit the Jim Clark Memorial.

Oh.

Continuo a camminare. Non so cosa cerco, non so cosa mi aspetto di trovare. Una targa? Un monumento? Qualcosa che ricordi che qui, in questo posto ordinato e tedesco, è morto uno dei più grandi piloti di tutti i tempi?

Poi lo vedo.

È in evidenza, in un suo spazio creato appositamente ma al tempo stesso discreto. Una piccola stele di pietra grigia, con il suo nome e la data fatale: 7.4.1968. A fianco, a sinistra, un’altra stele, più granitica, con scritto: WORLD CHAMPION 1963 and 1965. INDIANAPOLIS 1965. A destra una ulteriore: 25 Grand Prix Wins 1962 to 1967 racing with TEAM LOTUS.

Qui morto il 7 aprile 1968.

La butto sul traduttore e mi esce Verunglückt. Che parola. Un unico termine che significa morte in incidente. In tedesco suona ancora più definitiva, più brutale.

Mi fermo davanti alla stele. Non c’è nessuno. Solo io, il caldo, il silenzio. E i pensieri che cominciano ad accavallarsi come sempre quando ti trovi di fronte a questi luoghi che sono al tempo stesso tutto e niente.

Tiro fuori il telefono per fare una foto, poi ci ripenso. Mi sembra irrispettoso, in qualche modo, forse persino sconveniente. Come fotografare una tomba. Anche se questo è “solo” un memoriale la percezione di essere di fronte ad un sepolcro rimane. Quello vero sta da qualche parte in Scozia. Rimetto il telefono in tasca e resto lì a guardare quella placca di bronzo che non dice molto, in fondo. Un nome, due date, due titoli mondiali. Come se bastassero a riassumere tutto.

Ma non bastano mai, vero?

Penso alla scazzottata di Piquet e Salazar. Penso a quanto fosse comica, ridicola e persino grottesca. E penso che è avvenuta qui, nello stesso posto dove quattordici anni prima era morto Clark. Il comico e il tragico, separati solo da qualche metro e qualche anno. Umberto Eco aveva ragione: il confine tra comico e tragico è sottile come una lama. E noi stiamo sempre in bilico su quel confine, senza rendercene conto.

Penitenziagite!

Mi siedo per terra, con la schiena appoggiata a un muretto poco lontano dalla stele. Il cemento è caldo, quasi scotta. Ma non mi importa. Ho bisogno di stare qui, di pensare, di cercare di capire.

Jim Clark.

Cosa sei stato, davvero? Tutti dicono che eri il più grande. Tutti dicono che guidavi con una grazia che nessun altro ha mai avuto. Tutti dicono che vincevi facendo sembrare tutto facile, naturale, come se non ci fosse nessuno sforzo. Come se la macchina fosse solo un prolungamento del tuo corpo, del tuo pensiero.

Ma era davvero così?

Penso alle tue vittorie. Spa (la vecchia Spa, il circuito di 15 km)1963, sotto la pioggia battente, quando hai dominato dall’inizio alla fine lasciando tutti gli altri a minuti di distanza. Monza 1967, quando con la Lotus fragile e bellissima, dopo un problema all’inizio, hai praticamente recuperato un giro a tutti superandoli come birilli: anche se alla fine non hai vinto era il tuo nome che tutta la folla gridava. E poi Indianapolis, Indianapolis 1965, quando sei arrivato da un altro mondo – il mondo delle monoposto leggere e nervose – e hai vinto la 500 Miglia come se avessi corso lì tutta la vita.

Ma non è di questo che voglio parlare.

Voglio parlare di altro. Voglio parlare di te, di chi eri davvero. Perché vedi, a me non bastano le statistiche, i numeri, i record. Voglio capire cosa ti passava per la testa mentre guidavi, cosa sentivi, cosa cercavi.

Eri un farmer, no? Un contadino scozzese delle Lowlands, con lo sguardo abituato a scrutare l’orizzonte alla ricerca di segnali del tempo che cambia. Tuo padre allevava pecore. Tu avresti dovuto fare lo stesso. Invece sei finito a guidare macchine da corsa.

Perché?

No, aspetta. La domanda è sbagliata. La domanda giusta è: come facevi a conciliare le due cose? Come facevi a essere al tempo stesso il contadino che si sveglia all’alba per controllare il bestiame e il pilota che sfreccia a 250 all’ora tra gli alberi di Spa?

Mi vengono in mente altri quadri. Non più Constable, ma i paesaggi scozzesi di Horatio McCulloch. Glencoe, per esempio: quelle montagne austere, quei cieli plumbei, quella luce radente che sembra venire da un altro mondo. C’è una malinconia in quei quadri, ma non è la malinconia lacrimosa e romantica. È qualcosa di più antico, di più profondo. È la consapevolezza che la natura è più grande di noi, che noi siamo solo di passaggio, che tutto quello che costruiamo è destinato a essere spazzato via.

McCulloch, Horatio; Glencoe; Glasgow Museums;

È questo che sentivi, Jim?

La realtà è stata molto probabilmente molto più prosaica. La tua era una famiglia sì agricola ma assai benestante e la tua gioventù è stata tutt’altro che dedita alle faccende dei campi e dei pascoli. Anzi. Scuole private a Edimburgo, il cricket, il jet-set della capitale scozzese: dalle tue biografie emerge il lato più leggero e spensierato di un mondo di giovani che la guerra l’aveva letta solo sui giornali e sui volti preoccupati degli adulti e voleva dimenticarla in fretta. I motori, come qualunque ragazzo di quei tempi, erano un segno (e un sogno) di modernità ma li avevi affrontati in modo giocoso: trattori modificati e auto sgangherate usate per correre su è giù per le colline simulando i rally di cui leggevi sulle riviste. Ma non c’era nulla di sistematico o di pre-ordinato. Non c’era nulla della feroce determinazione che contraddistingue la biografia di leggende più moderne: da quella innata dei Senna e dei Schumacher a quella indotta, come Hamilton e Verstappen. Non c’era nulla di tutto ciò: era solo divertimento.

Dalle tue biografie emergono altri due punti.

Il primo riguarda l’infanzia e la prima adolescenza. Il bambino che fa lunghissime passeggiate solitarie tra i campi e le colline silenziose delle tue terre deve averti lasciato qualcosa di profondo nel tuo animo. Mi piace pensare e fantasticare su questo silenzio dei campi che ti circondavano e che ti è rimasto dentro per tutta la vita, anche quando sfrecciavi a 300 all’ora nei circuiti di mezzo mondo. Forse è questa calma, questa serenità, questo sentimento di limpidezza assoluta che ti aiutava nel vedere il nastro d’asfalto svolgersi al rallentatore, chissà? Come in quei film di fantascienza in cui il protagonista vede il mondo intorno a lui scorrere lentamente e così, pur muovendosi a velocità normale, agli altri sembra fare tutto velocissimo.

Il secondo elemento biografico che mi colpisce è che la tua prima corsa, più o meno clandestina stando alla leggenda, nasce da una banale scommessa. Anche in questo caso mi piace fantasticare. Immagino chiacchiere al club, bicchieri di scotch whisky di prammatica che tintinnano, qualche spacconata tra dandy con i capelli impomatati, giacca e cravatta sottile. Immagino la smargiassata uscire dagli aromi torbati: “ah! Se guidassi io la tua Porsche…” e poi lo stupore dei cronometri.

Dal silenzio dei campi al frastuono dei motori: si può immaginare qualcosa di più stridente?

Eppure…

Dicono che eri timido, riservato, che non parlavi molto. Dicono che dopo le vittorie non festeggiavi, che tornavi subito a casa, in Scozia, nei tuoi campi. Dicono che preferivi la compagnia degli animali a quella degli uomini.

Ma guidavi come un dio.

Ecco il paradosso. Ecco la cosa che non riesco a capire. Come si fa a essere così perfetto, così assoluto nella guida e al tempo stesso così poco interessato alla gloria, al riconoscimento, all’ego che muove tutti gli altri campioni?

Penso a Senna, che ho incontrato (o meglio, la cui statua ho incontrato) anni fa a Imola. Senna bruciava. Senna era tutto fuoco, tensione, ossessione. Senna voleva dominare non solo la pista ma il destino stesso. Tu no. Tu eri l’opposto. Tu dominavi senza sembrare dominare. Vincevi senza sembrare vincere. Eri il più veloce senza sembrare il più veloce.

“Senna prima di Senna” si sente con frequenza quando ti si descrive in un motto. Comprendo il paragone, certamente, ma la sensazione è che il tuo modo era solo tuo: chi era Jim Clark?

La risposta è semplice nella sua tautologica nitidezza: Jim Clark era Jim Clark.

Anche tu hai una bella statua dedicata. Non qui a Hockenheim ma a Kilmany, Scozia, il tuo luogo di nascita.

Quant’è diversa da quella di Senna! Il brasiliano è ritratto nel suo tipico sguardo malinconico, sopraffatto dal destino mentre tu, invece, stai passeggiando mani in tasca, tranquillo e sereno con lo sguardo volto al mare per scorgere l’avvicinarsi o meno di qualche nuvola. Manca solo che fischietti.

Mi alzo e mi avvicino di nuovo alla stele. Passo una mano sulla pietra calda. Vorrei che mi rispondessi. Vorrei che uscissi da quella pietra, con il tuo accento scozzese e i tuoi modi gentili, e mi spiegassi. Ma non esci. Ovviamente non esci. Sei morto cinquantasette anni fa in una curva stupida di una gara stupida che non significava niente.

Penitenziagite!

Penso a Fangio, che dopo aver saputo della tua morte disse: “Ha fatto quello che faccio io, solo meglio”. Fangio! Il Maestro, il cinque volte campione del mondo, l’uomo che aveva visto tutto e fatto tutto. E anche lui riconosceva che tu eri su un altro livello.

Penso a Graham Hill, tuo compagno di squadra, che diceva che tu vedevi cose che gli altri non vedevano, che reagivi a situazioni prima ancora che si verificassero. Come se avessi un sesto senso, una percezione extrasensoriale della macchina e della pista.

Penso a Colin Chapman, il genio visionario della Lotus, che ti chiamava “il figlio che non ho mai avuto” e che dopo la tua morte non fu più lo stesso. Dicono che quando gli comunicarono la notizia pianse come un bambino, lui che non piangeva mai.

Penso soprattutto a Jochen Rindt, che un anno dopo guidava una Lotus 49 (la tua macchina!) e disse che sentiva la tua presenza nel cockpit, che sentiva che tu lo stavi guardando, giudicando. E aveva paura. Paura di non essere all’altezza. Paura di tradire la tua eredità.

(Jochen morì due anni dopo, a Monza, sempre su una Lotus. Ma questa è un’altra storia.)

In un’epoca in cui la copertura mediatica non era minimamente paragonabile a quella di oggi si vive di aneddoti più o meno veri, che concorrono a fare di te la leggenda di cui possiamo leggere solo sui libri e di cui possiamo vedere solo immagini in bianco e nero.

Eccone qualcuna che mostra che, nonostante tutto quanto detto sopra, Jim Clark non difettava in spirito tipicamente britannico.

Una volta a Monza, Jackie Stewart stava raccontando a un gruppo di piloti di un grosso momento di difficoltà che aveva avuto entrando (a quanto ricordava) in Curva Grande, per non aver alzato sufficientemente il piede dal gas, e di come fosse riuscito comunque a far passare la macchina, forzandola attraverso la curva e cavandosela davvero per un soffio.
A quel punto Clark, con il suo tipico tono impassibile, replicò:
«Quindi, Jackie, mi stai dicendo che di solito lì togli il gas?»

Nella prima gara del 1968, notando l’espressione attonita di Amon davanti alle Lotus con la nuova livrea Gold Leaf, Jim disse: «Non preoccuparti, Chris: vista da dietro è esattamente uguale.».

Nel 1965, di ritorno dalla trionfale trasferta americana, pare che si lasciò sfuggire questo commento, che lascio in inglese per non perdere nemmeno un milligrammo di ironia:

«Indianapolis: it would be fine without the Americans»

Il sole è alto ormai e il caldo è diventato insopportabile. Dovrei andarmene, tornare in macchina, accendere l’aria condizionata e riprendere il viaggio verso Monaco. Invece rimango qui, seduto per terra come un idiota, a fissare una stele di pietra grigia che non mi dice niente.

O forse mi dice tutto, ma io non so ascoltare.

Penso al 1965. Il tuo anno perfetto. Sei vittorie su dieci gare. Il mondiale vinto con quattro gare d’anticipo. E nel mezzo, quasi per gioco, la vittoria a Indianapolis. Come se non bastasse dominare la Formula 1, dovevi andare a vincere anche la gara più prestigiosa del mondo del motorsport americano.

E come l’hai fatto?

Con quella eleganza, quella naturalezza che ti caratterizzava. Mentre gli americani smanettavano con le loro bestie da 700 cavalli, tu semplicemente guidavi. Lisciavi le traiettorie, portavi al minimo l’angolo di sterzo, facevi cantare i pneumatici giusto quel tanto che bastava. E vincevi.

Dicono che dopo la vittoria, nella conferenza stampa, sembravi quasi imbarazzato. Come se ti scusassi per aver vinto. Come se non fosse stata una grande impresa ma solo… il tuo lavoro.

Il tuo lavoro.

Ecco, forse è questa la chiave. Per te guidare non era un’epopea, non era una battaglia contro il destino (come per Senna), non era nemmeno una dimostrazione di dominio (come per Schumacher). Era semplicemente quello che facevi. Come altri arano i campi o tosano le pecore.

Ma allora perché lo facevi?

Ah, ecco la domanda che mi tormenta da quando sono arrivato qui. Perché un farmer scozzese, timido e riservato, si mette a guidare macchine da corsa? Non per la gloria, questo è chiaro. Non per i soldi, perché all’epoca i soldi erano pochi. E allora?

Mi viene in mente una frase che ho letto da qualche parte, non ricordo dove. Dicevi: “Penso al motorsport più come ad un’arte che ad altro”.

Ecco. Forse è questo. Forse per te guidare era un modo di suonare uno strumento musicale o dipingere un quadro. Un modo di entrare in contatto con qualcosa di più grande, di più profondo o forse qualcosa di più elementare, di più basico. Non c’è modo di saperlo.

La perfezione del gesto. L’armonia con il mondo. L’assenza dell’ego.

Zen e l’arte di guidare una monoposto?

Ma se era così, se guidare era per te una forma d’arte allora cosa ci facevi a Hockenheim quel 7 aprile 1968? Era una gara di Formula 2, una gara minore, senza senso. Tu eri il campione del mondo di Formula 1, avevi già vinto la prima gara della stagione 1968 e non avevi bisogno di correre in Formula 2 per dimostrare niente.

E invece eri lì.

Perché?

Dicono che lo facevi per soldi. Che Chapman ti pagava poco e tu dovevi integrare correndo in altre categorie. Può essere. Ma io non ci credo. Non ci credo perché tu i soldi li avevi, abbastanza per vivere bene. Non eri ricco, certo, ma nemmeno povero.

Allora perché?

Forse perché non sapevi fare altro. Forse perché quando non guidavi ti sentivi perso, incompleto. Forse perché quella era l’unica cosa che dava senso alla tua vita, l’unico momento in cui sentivi di essere davvero te stesso.

O forse – e questa è l’ipotesi che mi spaventa di più – forse sapevi già come sarebbe andata a finire.

Non è forse così che è cominciata? Il tuo nome balza agli onori delle cronache per un tragico evento che ti ha coinvolto direttamente nel 1961: il tremendo incidente in parabolica a Monza che ha ucciso Wolfgang Von Trips e 15 spettatori. Forse è così che doveva finire.

Penitenziagite!

Mi rialzo di scatto, come se qualcuno mi avesse chiamato. Ma non c’è nessuno. Sono sempre solo, qui in questo angolo dimenticato di un circuito che non esiste più.

Guardo di nuovo la stele. Jim Clark, 1936-1968.

Trentadue anni. Trentadue anni e te ne sei andato. Senna ne aveva trentaquattro. Rindt ventotto. Ratzenberger trentatré. Peterson trentaquattro. Cevert ventinove.

For ever panting, and for ever young.

Di nuovo Keats, dannato Keats. Per sempre anelante e per sempre giovane. Ma questa volta non è malinconia romantica. È solo un dato di fatto, brutale e incontestabile. Siete morti giovani. Siete morti mentre facevate quello che amavate fare. E siete rimasti giovani per sempre, congelati nel momento della vostra perfezione.

Ma a che prezzo?

Valeva la pena?

Te lo chiedo davvero, Jim. Valeva la pena? Morire a trentadue anni in una curva qualsiasi di un circuito qualsiasi in una gara qualsiasi? Per cosa? Per la gloria? Ma tu la gloria la schivavi. Per i soldi? Ma tu i soldi non te ne sei mai fatto niente. Per l’amore della velocità? Forse. Ma anche questo mi sembra troppo poco.

C’è qualcos’altro. Ci dev’essere qualcos’altro.

Mi siedo di nuovo, questa volta direttamente per terra, con le gambe incrociate. Non me ne frega niente se sembro un hippie in meditazione. Non c’è nessuno a vedermi, e anche se ci fosse non me ne importerebbe.

Chiudo gli occhi e cerco di immaginare quella curva. La curva dove sei morto. Era veloce, molto veloce. Circa 200 km/h, dicono. Un leggero dosso, poi un piccolo spostamento a sinistra. Niente di speciale. Una curva che avevi fatto centinaia di volte, forse migliaia.

Ma qualcosa è andato storto.

Le ricostruzioni dicono che si è sgonfiata una gomma posteriore. Altri dicono che c’era un problema al differenziale. Altri ancora che hai semplicemente perso il controllo. La verità è che nessuno lo sa con certezza. La macchina è uscita di pista, ha colpito un albero, e tu sei morto sul colpo.

Sul colpo.

Almeno non hai sofferto. Almeno non c’è stato il stillicidio dei soccorsi, l’attesa, la speranza che poi si trasforma in disperazione. Come per Senna, ecco. Lui ha sofferto, anche se per poco. Tu no. Per te è stato tutto veloce, come sempre.

Ma questo ti consola? Questo ti consolava mentre la macchina scivolava inesorabilmente fuori dalla traiettoria, mentre capivi che non c’era più niente da fare, mentre vedevi avvicinarsi quell’albero?

Oppure – e questa è l’ipotesi che non voglio nemmeno prendere in considerazione ma che mi ossessiona da quando sono arrivato qui – oppure non ti sei accorto di niente? Oppure è stato così veloce che non hai avuto il tempo di capire?

Vorrei che fosse così. Vorrei che tu fossi morto senza rendertene conto, senza paura, senza dolore. Vorrei che l’ultima cosa che hai visto fosse quella curva, quella stupida curva anonima, e che tu sia passato direttamente da lì a… a cosa?

Al nulla? Al paradiso? Al Valhalla dei piloti dove si corre per l’eternità su circuiti perfetti con macchine perfette?

Mi viene da ridere. Le note di Canzone per un’amica di Francesco Guccini cominciano a risuonarmi dentro.

Vorrei sapere a che cosa è servito
Vivere, amare, soffrire
Spendere tutti i tuoi giorni passati
Se presto hai dovuto partire
Se presto hai dovuto partire

Rido ancora: questa melassa di cupi pensieri si sta trasformando da memento mori in un esorcismo niente male visto che mi aspettano 600km di autostrade per riattraversare le Alpi e tornare a casa!

Bah.

Nei discorsi da bar su quale sia stato il più grande pilota di Formula 1 di te ci si dimentica troppo spesso. E sebbene le statistiche non siano in sé significative per stilare questa insensata classifica vale la pena vedere qualche dato che ancora oggi lascia stupiti.

Intanto le 25 vittorie su 72 gare disputate: una percentuale di oltre il 34% che colloca Clark terzo nella storia dietro ai soli Fangio e Ascari.

Quello stesso numero di 25 vittorie lo colloca ad oggi ancora al decimo posto di tutti i tempi, alla pari con Niki Lauda.

Nella stagione 1963 vince 7 gare su 10, percentuale che lo colloca quarto nella storia dopo Verstappen 2023, Ascari 1952, Schumacher 2004.

Nei due mondiali vinti, 1963 e 1965, raccoglie il 100% dei punti possibili, ovviamente primo nella storia (insieme ad Ascari).

C’erano gli scarti nel 1963 ma anche senza considerarli i suoi 73 punti sui 90 a disposizione lo collocano ancora al sesto posto della storia dopo Verstappen 2023, Schumacher 2002 e 2004, Vettel 2011 e 2013 e, curiosamente, davanti a quattro delle stagioni più dominanti di Hamilton (2015,2020,2018,2014).

13 delle sue 25 vittorie sono state ottenute percorrendo la gara sempre in testa. In questa speciale classifica è quinto dietro ad Hamilton (23), Senna (19), Verstappen (18) e Vettel (15) ma primo come percentuale (!!).

18 delle sue 25 vittorie sono state accompagnate dal giro più veloce in gara, quinto nella storia dietro a Schumacher (48), Hamilton (32), Verstappen (23), Prost (21) ma, ancora una volta primo come percentuale (!!!)

Quarto nella storia per numero di hat trick (pole, giro veloce e vittoria): ne ha compiuti 11 sempre dietro a Schumacher (22), Hamilton (19), Vertappen (14). In percentuale è solo Ascari a stargli davanti.

Ci sarebbe anche il Grand Chelem (pole, giro veloce, in testa tutta la gara e vittoria) che lo vede con 8 primo nella storia davanti a Hamilton e Verstappen con 6 e Ascari e Schumacher con 5.

Balza all’occhio che in quasi tutte le statistiche testé riportate riguardanti le vittorie gli stanno davanti (quando gli stanno davanti…) solo piloti dell’era modernissima, che hanno potuto svolgere centinaia di GP e spesso con vetture dominanti senza problemi di affidabilità. Tenuto conto di ciò, vedere il nome di Jim Clark ancora all’ottavo posto di sempre per numero di giri percorsi in testa e settimo di sempre per numero di kilometri percorsi in testa ha dello stupefacente.

E poi c’è la velocità pura. I numeri che seguono vanno ancora una volta tarati sul fatto che chi gli sta davanti (quando gli sta davanti…) è pilota appartenente all’epoca modernissima.

Il numero di giri veloci conquistato in carriera, 28, lo collocano all’ottavo posto di sempre (davanti ci sono Schumacher 77 e Hamilton 68 e spicca il nome di Raikkonen al terzo posto con 46). In ogni caso come percentuale è secondo nella storia dietro a Fangio.

Nono di sempre, insieme a Fangio per partenze in prima fila.

Ha ottenuto 33 pole position che per oltre vent’anni è rimasto record imbattuto. C’è voluto Senna per superarlo. Ancora oggi è il sesto di sempre in questa speciale classifica.

Se guardiamo alla percentuale di pole position il suo dato è ancora più stupefacente: 45.8%. Nella storia ha fatto meglio solo Fangio con uno strabiliante 56.8%. Sta davanti di poco ad Ascari e Senna (rispettivamente 42.4% e 40.1%) e di tanto rispetto a Hamilton (27.4% che calerà…), Stirling Moss (23.9% che la dice lunga sul suo valore), Schumacher (22.1%) e Verstappen (20.6% ad oggi).

Curiosamente non primeggia per percentuale di pole position in stagione, nella storia collocandosi solo (si fa per dire…) al settimo posto (1963) e al nono posto (1962, stagione che avrebbe dominato se non fosse per le improvvide cinque rotture su nove GP totali – ed è comunque arrivato secondo dietro a Hill padre). Il Mansell del 1992 domina questa speciale classifica davanti al Senna del 1988 e del 1989.

L’ho già scritto ma vale la pena ribadirlo. Le sue straordinarie statistiche di velocità sono state superate solo nell’epoca modernissima, con vetture dominanti e praticamente senza problemi di affidabilità. Un’attenta valutazione di queste statistiche, con pesi ponderati in modo certosino e tolti Fangio e Ascari per evidenti difficoltà matematiche, il solo Ayrton Senna può essere paragonato (in meglio o in peggio: ognuno decida quel che vuole) a Jim Clark.

Dopo questo vertiginoso volo d’angelo sui numeri riapro gli occhi. Il sole è ancora lì, alto e spietato. Il caldo non accenna a diminuire. Sento la gola secca, la camicia appiccicata alla schiena. Dovrei davvero andarmene.

Mi rendo conto che i freddi numeri non raccontano tutto e anche se nel suo caso non sono poi così freddi ci sono alcune sue imprese che da sole varrebbero la leggenda per qualsiasi altro pilota. Eccone alcune.

Nel 1961, in un GP non valido per il campionato in Sudafrica, Jim parte dalla pole (ma va’?!) e scappa via. Tuttavia, dopo pochi giri esce di pista per evitare una vettura a sua volta incidentata. La vettura si spegne ma riesce a riaccenderla e a ripartire. Il cambio è danneggiato ma in qualche modo il nostro riesce a gestirlo riuscendo addirittura a girare per gran parte della gara su tempi più veloci della sua stessa pole position (!!). Non solo recupera tutto lo svantaggio ma conclude vittorioso con oltre 15 secondi di vantaggio su Moss, secondo e stupefatto dalla performance inumana di Clark.

Nel GP di Francia del 1963, con gomme vecchie di quattro GP (!!! – così andavano le cose a quel tempo…), con due cilindri in meno a causa di un guasto e sotto il diluvio Jim Clark riesce comunque a vincere in modo epico con più di un minuto di distacco sul secondo.

A Silverstone nel 1965, attanagliato da problemi di pressione dell’olio, negli ultimi 18 giri guidò letteralmente con l’interruttore dell’accensione, lasciando scorrere la vettura in alcune curve per evitare che gli spostamenti dell’olio mettessero in crisi le bronzine e vinse comunque la corsa.

Di Indianapolis 1965 si è già detto ma va sottolineato che condusse quella corsa, a parte un breve duello con A.J. Foyt (che chi conosce le corse oltreoceano sa di che pasta era fatto) nei primi giri, per tutta la corsa chiudendo davanti a Parnelli Jones e ad un Mario Andretti al suo primo Indy con un distacco siderale di oltre due minuti.

Anche di Spa 1963 si è già detto ma va sottolineato che in quella gara da diluvio universale ebbe anche problemi alla marcia più alta che lo costringevano per buona parte di ogni giro a tenere la mano sulla leva del cambio affinché la marcia restasse innestata. Alla fine, il suo vantaggio sul secondo, Bruce McLaren, fu di quasi 5 minuti (!!) e tutti gli altri doppiati.

Non poteva mancare la Nordschleife in questa rassegna. Nel GP di Germania del 1962 Jim Clark commise un errore tecnico al via. Costretto a lasciar sfilare tutto il gruppo di 21 piloti dietro di lui (partiva terzo) riesce a riaccendere la vettura e le cronache riportano di un recupero fantasmagorico durante il quale, sotto la pioggia battente (!!!), supera in un solo giro 20 piloti attestandosi infine in quarta posizione che porterà con più calma sino alla fine. Secondo il libro “Jim Clark – portrait of a great driver” di Graham Gauld, lo stesso Jim Clark diceva di questa corsa che è stata la migliore della sua carriera. Inutile aggiungere che l’assonanza che il primo giro di Clark in questo GP genera con il ben più famoso primo giro di Senna a Donington nel 1993 che tale rimarrà perché ampiamente documentato ma che a fronte di queste cronache forse andrebbe quantomeno collocato alla pari con questa impresa dello scozzese volante.

I parallelismi si sprecano. Se Nurburgring 1962 ricorda Senna a Donington allora è interessante notare che Spa 1962 è stata teatro della prima vittoria di Jim Clark così come trent’anni dopo nel 1992 è stata teatro della prima vittoria di Michael Schumacher. Sono certamente coincidenze, questo sì, ma molto suggestive.

Un altro volo vertiginoso sulla storia di questo pilota: dovrò trovare altri libri, cercare altri filmati… Ma c’è ancora una cosa che devo dire. Una cosa che mi rode dentro da quando ho cominciato a pensare a te.

Tu sei stato Senna prima di Senna.

Qui c’è pure una inquietante somiglianza nel volto…

 

Lo so, lo so. L’ho già detto e ho anche già detto che eravate completamente diversi. E lo eravate. Ma in un modo fondamentale eravate uguali: avete cambiato tutto.

Prima di te, i piloti erano… piloti. Facevano il loro lavoro, vincevano o perdevano, e poi tornavano a casa. Erano bravi, certo, alcuni erano bravissimi. Ma erano ancora umani, ancora comprensibili.

Tu no. Tu eri qualcosa di diverso. Qualcosa di alieno. Guidavi con una perfezione che nessuno aveva mai visto prima. Vincevi con margini che sembravano impossibili. Dominavi con una facilità che sembrava insolente.

E hai fatto capire a tutti quelli che sono venuti dopo che era possibile. Che si poteva essere più che bravi. Che si poteva essere perfetti.

Stewart ha imparato da te. Lauda ha imparato da te. Prost ha imparato da te. E Senna, anche lui ha imparato da te, anche se non te l’ha mai detto.

Sei stato tu a spostare l’asticella. Sei stato tu a far capire che la Formula 1 non era solo questione di macchine veloci e piloti coraggiosi. Era questione di perfezione assoluta. Di ricerca maniacale del limite. Di comunione totale tra uomo e macchina.

Sei stato tu a trasformare la Formula 1 da sport a arte.

E poi sei morto.

Sei morto in una curva stupida di una gara stupida che non significava niente. E il mondo ha capito, improvvisamente, che tutta quella perfezione, tutta quella grazia, tutta quella bellezza erano fragili. Erano appese a un filo sottilissimo che poteva spezzarsi in qualsiasi momento.

Jackie Stewart, dopo la tua morte, ha cominciato la sua crociata per la sicurezza. Ha insistito con determinazione e assoluta pervicacia, coinvolgendo organizzatori, piloti e team, finché non hanno iniziato a prendere sul serio la questione della sicurezza. Barriere di protezione, circuiti più sicuri, equipaggiamenti migliori e quant’altro fosse necessario.

Ha fatto tutto questo per te. Perché non poteva accettare che uno come te, il più grande, il più perfetto, fosse morto in modo così assurdo.

E aveva ragione.

Perché vedi, Jim, la tua morte ha cambiato tutto. Ha fatto capire che non bastava essere bravi. Bisognava anche essere vivi per raccontarlo.

Penitenziagite!

Mi alzo, finalmente. Le gambe mi fanno male, la schiena è indolenzita. Guardo l’orologio: sono quasi le tre del pomeriggio. Sono stato qui più di quattro ore. Quattro ore a pensare, a ricordare, a cercare di capire.

E cosa ho capito?

Niente. Non ho capito niente.

O forse ho capito tutto, ma non so come esprimerlo a parole.

Mi avvicino un’ultima volta alla stele. Passo di nuovo una mano sulla pietra calda. E poi, senza sapere bene perché, faccio una cosa che non ho mai fatto prima: mi inginocchio.

Non sono religioso. Non credo in Dio, non credo nell’aldilà, non credo in niente di tutto questo. Ma in questo momento, qui, davanti a questa pietra grigia che ricorda un uomo che non ho mai conosciuto, sento il bisogno di inginocchiarmi.

Perché tu, Jim Clark, meriti rispetto. Meriti reverenza. Non per quello che hai vinto, ma per quello che hai rappresentato. La perfezione del gesto. L’assenza dell’ego. La comunione con qualcosa di più grande.

Sei stato il gentleman farmer che è diventato il più grande pilota di tutti i tempi. E lo hai fatto senza mai perdere la tua umiltà, la tua gentilezza, la tua timidezza.

Sei stato il silenzio in mezzo al rumore. La grazia in mezzo alla violenza. La quiete in mezzo alla tempesta.

E poi te ne sei andato, veloce come sempre, lasciando il mondo più povero ma anche più consapevole.

Mi rialzo. Le ginocchia scricchiolano. Non sono più giovane, purtroppo. Ma tu sì. Tu sei per sempre giovane, per sempre perfetto, per sempre inafferrabile.

Mi volto per andarmene. Gli occhi mi cadono un poco più in là. C’è questa minuscola pietra a mo’ di targa in memoria di un altro pilota. Bert Hawthorne: chi era costui? Google mi viene in aiuto. Un pilota neozelandese che nel 1972, durante una gara di Formula 2, guarda caso, denominata Jim Clark Memorial, guarda ancora il caso!, ha perso la vita in un tragico incidente.

Un altro parallelismo? Il più grande e il quasi anonimo, nello stesso punto, uniti dal tragico destino come Senna e Ratzenberger?

Mentre penso alla mezza coincidenza sento un rumore. Un rumore lontano, appena percettibile. È il rumore di un motore. Un motore di Formula 1, vecchio, con quel suono acuto e penetrante che non esiste più.

Mi fermo. Ascolto. Il rumore si avvicina, poi si allontana, poi scompare.

Probabilmente era solo un test, una giornata dimostrativa, una di quelle cose che organizzano per far sentire ai nostalgici come suonavano le vecchie Formula 1.

O forse…

No. Non ci penso nemmeno. Sarebbe troppo facile, troppo consolatorio, troppo romantico.

Tu non hai bisogno di questo, Jim. Tu non hai bisogno di apparizioni, di fantasmi, di segni dall’aldilà.

Tu sei già ovunque. Sei in ogni curva presa alla perfezione, in ogni sorpasso al limite, in ogni giro che sembra impossibile e invece è reale.

Sei nel silenzio che precede la partenza. Sei nell’attimo sospeso tra l’accelerazione e la frenata. Sei nel momento in cui macchina e pilota diventano una cosa sola.

Sei immortale non perché sei morto giovane, ma perché hai dimostrato cosa significa essere perfetti.

E questo, Jim, nessuno te lo potrà mai togliere.

Jim Clark, 1936-1968

IL PUNTO DELLA REDAZIONE

Con l’inizio del nuovo anno si da vita ufficialmente al tanto atteso regolamento 2026. Regolamento molto chiacchierato fosse solo perché esso sancisce, almeno per il momento, un cambio radicale della F1 cosi come siamo stati abituai a conoscerla. Poiché questo sarà un argomento che ci accompagnerà per non pochi anni, trovo giusto conoscere bene come funzioneranno queste nuove e complesse F1. Nello specifico è importante conoscere il cuore di queste nuove monoposto, che è rappresentato dal loro motore; sebbene definirlo in questo modo è oltremodo riduttivo. Prima di addentrarmi in un discorso che oggettivamente porta con se le sue difficoltà, è necessario che faccia due premesse: la prima è che non  sono un ingegnere e quindi le spiegazioni che fornirò saranno solo frutto della mia documentazione da appassionato e, la seconda, è che il sottoscritto ha sempre nutrito (e ne nutro ancora) dubbi a riguardo di questo controverso cambio di regole, nato soprattutto a causa dell’onda ideologica che ha travolto il pianeta circa cinque anni fa, in luogo del quale si era certi che tutti avremmo viaggiato in auto elettrica, quando poi alla fine il mercato (la domanda per la precisione) ha decretato ben altro. Nonostante ciò trovo affascinante che la F1, massima espressione della tecnologia motoristica, si metta in discussione con questa nuova tecnologia perciò, come detto poc’anzi, proverò a spiegare il funzionamento di queste nuove power unit.

La Power Unit 2026 sarà una fusione (ed infatti il loro accoppiamento sarà la sfida nella sfida) tra un motore a combustione interno (ICE) ed uno elettrico (ERS). Nello specifico il primo sarà un V6 turbo da 1600 cc con tutti i cambiamenti adattativi imposti dallo stesso regolamento, mentre quello elettrico sarà il vecchio MGU-K cioè un motore elettrico che recupera energia dalla frenata, il quale a sua volta sarà più complesso rispetto all’MGU-K che siamo stati abituati, infatti la sua capacità di immagazzinamento di energia è stata portata a quattro Mega Joule. Entrambi i motori forniranno il cinquanta percento dell’energia totale che permetterà al pilota di compiere il suo giro e, naturalmente a coprire una distanza di gara. Sebbene il protagonista tanto atteso in questa nuova F1 sia proprio il motore elettrico, ritengo che quello a combustione interna giocherà un ruolo ancora determinante e, questo a causa proprio dei cambiamenti che esso ha subito. Naturalmente mi riferisco alla benzina di nuova concezione che dovrà essere bruciata in camera di combustione. Infatti i nuovi carburanti che verranno usati, durante un weekend di gara, dovranno essere cento percento sostenibili e, poco importa se questi arriveranno a costare fino a cento cinquanta dollari al litro, per l’ambiente si sa la F1 soprattutto, non bada a spese! La peculiarità di questo carburante è quella che dovrà riuscire ad avere la stessa forza detonante delle vecchie e care benzine (i famosi numeri di ottani) e, sebbene questo argomento possa sembrare apparentemente irrilevante, invece non lo è affatto visto e considerato che proprio l’utilizzo del tipo di benzina, praticamente andrà a definire l’architettura dello stesso V6.

Nello specifico l’ICE verrà castrato (a causa dell’accoppiamento col motore elettrico… e scusate l’osceno gioco di parole) portandolo da ottocento trenta Cavalli circa a cinquecento ottanta. Nonostante questa perdita di potenza voluta (necessaria perché il resto dei Cavalli li fornirà il motore elettrico), il motore a combustione interna sarà comunque regolamentato o, per meglio dire, monitorato da quello che abbiamo già avuto modo di conoscere attraverso lo scandalo Ferrari di qualche anno fa e cioè, dal flussometro. Questo strumento aveva il compito di misurare (o per meglio dire limitare) la quantità di benzina, per unità di tempo, che veniva pompata in camera di combustione. Dal 2014 al 2025 il limite (full gas) era di cento Kg per ora (al di sopra dei diecimila cinquecento giri) e, questa limitazione, ha spinto nella ricerca per trovare energia avendo a disposizione meno benzina per unità di tempo.

A partire da quest’anno più che la quantità del carburante (che comunque è regolamentata), il flussometro dovrà misurare la quantità di energia per unità di tempo (al di sopra dei diecimila cinquecento giri il consumo sarà massimo di trecento Mega Joule). Prima ho parlato di potere detonante, che altro non è che l’energia di cui è fornita la stessa benzina. Poiché i carburanti sostenibili cento percento saranno di due tipi (sintetici o derivati da bio masse), va da se che questi potranno fornire unità di energie differenti. Detto che la Federazione ha comunque imposto un limite al potere energetico di queste benzine, va da se che se un Team avrà a disposizione una benzina molto potente allora, attraverso il flussometro, farà passare meno benzina e quindi ne dovrà caricare di meno. Al contrario se il suddetto team avrà a disposizione un carburante meno energetico allora, via flussometro, ne dovrà far passare di più con la conseguenza di doverne caricare di più. Da qui si capisce il perché ho affermato che la specifica di benzina che verrà utilizzata arriverà addirittura a condizionare l’architettura dello stesso V6. L’aspetto affascinante, almeno ingegneristicamente parlando, è che non vi è certezza almeno al momento, di quale sarà il carburante più efficiente e, non è affatto detto che solo perché un team avrà a disposizione una benzina meno energetica allora sarà già penalizzata, perché il funzionamento dell’ICE dovrà essere simbiotico con quello elettrico. In base a ciò si capisce perché sia nata la polemica, a ridosso delle feste di Natale, sul rapporto di compressione che da quest’anno è passata da diciotto a sedici a uno… ogni dettaglio potrà fare la differenza.

Il motore elettrico, a differenza di quello a combustione interna, avrà decisamente meno restrizioni progettuali, tranne per il posizionamento dello stesso: l’MGU-K infatti dovrà essere alloggiato, assieme al pacco batteria, in una zona specifica del telaio e, a sua volta, dovrà essere collegata all’albero motore; da qui il recupero di energia in frenata. Naturalmente anche l’energia e la coppia erogata (quest’ultima sarà spaventosa!) saranno regolamentate. Il collegamento all’albero motore avverrà attraverso una sofisticata trasmissione la quale dovrà gestire e, quindi sopportare, la coppia erogata da questo potente propulsore elettrico. A tal proposito non sarebbe una meraviglia se le squadre avranno noie, se non addirittura rotture con questa componente, visto e considerato che un motore elettrico rilascia tutta la coppia che genera. Come detto all’inizio di questo scritto, la batteria ha una capacità di massimo quattro MJ, mentre durante il giro potrà gestire il doppio dell’energia che dovrà essere sfruttata dai piloti e, da qui le famose parole di Russel: “Vedremo sorpassi dove non ci sono stati mai prima”. Parole efficaci, peccato che questi sorpassi impossibili avverranno perché evidentemente l’avversario davanti sarà frustrato dall’assenza di boost energetico a sua disposizione. Per evitare che le monoposto di nuova generazione si trovino completamente senza “batteria”, queste avranno la possibilità di ricaricarla mentre affrontano una curva: sebbene il piloti spinga a manetta, una centralina parzializzerà la potenza del motore dove una parte verrà destinata alla propulsione e, quella non utilizzata per il moto della vettura, sarà destinata appunto per la ricarica della batteria stessa.

In conclusione il regolamento 2026 è a dir poco pioneristico ed è per questo che il regolamento prevede “l’override boost” e l’alettone anteriore mobile o aerodinamica attiva (meno male che avevano dato addio al DRS!), strumenti che aiuteranno le monoposto ad evitare che si piantino in pieno rettilineo. Il segreto del successo di una squadra, nel prossimo mondiale, non sarà tanto nel funzionamento di questo o di quell’elemento quanto il fatto di saper far funzionare in simbiosi tutte queste parti, perché risulterà inutile avere un ICE con una efficienza del cinquanta per cento e, con la migliore benzina, quando poi il motore elettrico non fa il suo dovere. Come sempre in F1 deve funzionare tutto il pacchetto e, chi avrà fatto meglio i compiti a casa, avrà la meglio su tutti. Scoprendo la complessità di queste nuove power unit, fa ancora più specie l’opposizione di Mercedes al cambiamento di regole proprio sull’argomento motori. Naturalmente ad oggi è tutto campato in aria perché nessuno conosce il vero valore degli avversari e, nessuno sa quanto vale veramente il proprio progetto. I primi test, rigorosamente a porte chiuse, serviranno a tutte le squadre proprio per capire innanzitutto se la macchina almeno si accende e, la F1 vuole evitare figuracce in stile 2014, cioè quando Mercedes macinava chilometri già dal primo giorno, mentre gli avversari non riuscivano nemmeno ad uscire dai box.
Spero che la mia disamina abbia chiarito meglio la complessità del mondo che ci apprestiamo a vivere e, sebbene nutra dubbi a riguardo, perché si va incontro ad una F1 che francamente capisco sempre meno, mi auguro di assistere ad uno spettacolo sportivo degno di questo nome e quindi di essere smentito. Ormai manca davvero poco.

Vito Quaranta

 

WINNING THE WILD WEST – EP. 03: THE BEAST, IL CAPOLAVORO DI ROGER PENSKE

Benritrovati! L’articolo di oggi prosegue la serie sulla (ri)scoperta dell’epoca d’oro della Indycar e racconta la storia di un gruppo di uomini straordinari -intelligenti, motivati, pronti a dare il massimo- che partirono da un’intuizione geniale e la svilupparono consapevoli che qualunque deviazione dalla perfezione avrebbe dato luogo a un fallimento imbarazzante.

Avevano a disposizione una sola, irripetibile, occasione ma seppero conseguire un successo così sorprendente da cambiare la storia della serie. Questa è la storia di Roger Penske, Mario Illien e Paul Morgan e del motore che al debutto assoluto vinse l’edizione 1994 della 500 Miglia di Indianapolis ma anche della complessa rete di relazioni che rese possibile tutto ciò.

Un altro obiettivo di questa collana, come sapete, è la cronistoria dei piloti di F1 in Indycar narrata come racconto delle singole stagioni. La seconda metà dell’articolo è pertanto dedicata alla stagione 1994 nel suo complesso, un’annata che vide il dominio della squadra di Roger Penske ma che lanciò una serie di nuovi protagonisti che plasmeranno la serie fino alla sua amara conclusione. Tra questi, i lettori abituali del blog troveranno la promessa “quota di F1” nella origin story di Jacques Villeneuve, che debutta in Indycar e lascia subito il segno. In positivo [citazione necessaria].

Nota bibliografica

Scrivere questo articolo ha richiesto lo studio di più documenti del solito. Le principali fonti di informazioni sono state “Beast The Top-Secret Ilmor-Penske Engine That Shocked the Racing World at the Indy 500” di Jade Gurss e questa serie di articoli di Henri Greuter. L’opera di Henri Greuter è basata perlopiù su fonti aperte ed è il frutto di una ricerca personale durata più di 10 anni (!). Lo reputo il lavoro più dettagliato disponibile sull’argomento, soprattutto per il periodo successivo alla Indy 500 del 1994 e per un corredo fotografico fuori di testa, merito dei disegni tecnici di Tony Matthews.

Beast  è più sbrigativo sulle storie secondarie ma porta il valore aggiunto di una lunga serie di interviste ai protagonisti che portano alla luce i retroscena politici e i “dietro le quinte” dello sviluppo, altrimenti gelosamente custodito, e beneficia di una narrazione più accattivante. La maggior parte delle citazioni sono riportate nel testo sono tratte da Beast. Sull’argomento c’è anche “Inspired to design” di Nigel Bennett, storico progettista Penske con un passato in F1, che ha un capitolo consistente sul 1994, ma non sono riuscito a metterci le mani (viene comunque menzionato spesso negli articoli di Greuter). Bonus track: questa discussione su trackforum.org che vede numerosi interventi di Jade Gurss e Patrick Morgan, il figlio di Paul Morgan. Per la storia di Ilmor fino al 1996 consiglio invece “Prime Movers” di Karl Ludvigsen mentre per quella di Roger Penske e delle sue scuderie “Racing with Roger Penske: A History of a Motorsport Dynasty” di Sigur Whitaker. Per la parte finale sul campionato PPG Indy Car 1994 il riferimento come sempre è la serie Autocourse, in questo caso “Autocourse Indy Car Official Yearbook 1994-95“.

I personaggi

Un sommario per non perdersi già dal primo paragrafo. Su tutte queste storie verrà fatta maggiore chiarezza in un articolo futuro (che è anche quello che mi spaventa di più scrivere, visto che mi richiederà di studiare almeno due libri).

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Tony George è il giovane proprietario dell’Indianapolis Motor Speedway (IMS), che gestisce quindi gli affari e intrattiene rapporti con gli sponsor e i partecipanti.

La gara della 500 Miglia è sanzionata dalla United States Auto Club (USAC), che dagli anni Cinquanta fino alla fine degli anni Settanta era l’ente che organizzava il resto del campionato.

Nel 1978 Dan Gurney guidò la secessione dei principali team che si confederarono nella Championship Auto Racing Teams (CART) per guidare la serie in modo più razionale e redditizia. Seguì una prima separazione dei campionati tra USAC e CART (con IMS neutrale tendente ai primi) ma si ricompose nel 1982 con l’affermazione netta della CART.

Indycar (o per esteso PPG Indy Car Series) è il campionato. All’epoca dei fatti era organizzato dalla CART con l’eccezione della 500 Miglia di Indianapolis che vedeva ancora la USAC come ente sanzionatorio.

Gli scontri di potere di solito vedevano CART opporsi a USAC e IMS; all’interno del loro rapporto di coppia IMS reggeva il coltello dalla parte del manico.

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Penske Racing è la scuderia fondata e guidata da Roger Penske, una figura che nell’economia di Indy svolge un ruolo simile a quello di Frank Williams o Enzo Ferrari (col quale condivide anche la storia di pilota di relativo successo). Col passare degli anni costruirà un impero ma per il momento è “solo” uno dei migliori team principal a capo della scuderia di maggior successo della CART. La sua filosofia è ben sintetizzata in un articolo che scrisse per Sports Illustrated a Marzo 1963, quando era ancora pilota: “My success has not been because I’m the best driver. It’s been because I out-think, out-prepare and out-strategy the next guy“.

[fonte: https://octanepress.com]

Ilmor Engineering Ltd. è un’azienda motoristica britannica fondata nel 1983 da Mario Illien e Paul Morgan di cui Roger Penske era uno dei maggiori azionisti. “Noi della F1” la ricordiamo principalmente per il programma motori Mercedes F1 degli anni Novanta e Duemila, ma nel primo decennio di attività il suo business fu legato invece al campionato Indycar e alla collaborazione con Chevrolet. Il loro debutto nel 1986 era stato problematico ma già nel 1987 vinsero la prima gara (con Mario Andretti a Long Beach) e dal 1988 fecero piazza pulita dei vecchi Cosworth. Dal 1993 collaboravano anche con Mercedes per il programma F1 (all’epoca col team Sauber).

I piloti Penske. Al Unser jr: figlio d’arte ma pilota veloce e maturo, primo anno in Penske; campione nel ’90 ma reduce da un triennio ’91-’93 nel complesso dimenticabile, eccezion fatta per la vittoria alla 500 Miglia nel 1992. Emerson Fittipaldi: direi che lo conoscete; inossidabile, regolarista, spina nel fianco per compagni e chiunque voglia vincere il titolo. Paul Tracy: croce e deliza di Roger Penske, ha debuttato con lui nel ’92 e alterna genio e sregolatezza, anche nell’arco degli stessi 5 minuti.

[John Baechtel, Photography: John Baechtel & Gray Baskerville]

Buick è una divisione di General Motors che si occupava di motorsport dagli anni Sessanta. Dagli anni Ottanta è un fornitore di motori per la 500 miglia di Indianapolis con un monoblocco V6 turbo di derivazione stradale. Il loro progetto era sostenuto dal team Menard, capitanato dal miliardario americano John Menard, che nel 1993 rilevò il programma di sviluppo dei Buick. Non erano però gli unici stock block a competere a Indianapolis. Per l’edizione 1994 va menzionato anche l’esperimento di Greenfield, affine nello spirito a quello di Penske e Ilmor.

Prologo

Gli eventi che mettono in moto la storia hanno luogo tra Maggio 1992 e Gennaio 1993.

La 500 Miglia di Indianapolis del 1992 è passata alla storia per tante ragioni diverse, dall’ennesima istanza della “Andretti curse” (che in questo caso colpì il figlio Michael, che dominò la gara per 160 giri per poi rompere la pompa della benzina a 11 giri dalla fine) al celebre duello finale tra Scott Goodyear (partito ultimo [!]) e Al Unser jr, con il secondo che si impose col più piccolo margine mai registrato a Indy, 0.043 secondi [!!].

[fonte: sconosciuta, trovata su reddit.com]

Il weekend di gara fu però funestato da una lunga serie di incidenti drammatici, di cui i più gravi furono senz’altro quello nelle prove in cui l’esordiente Jovi Marcelo perse la vita, quello in qualifica in cui Nelson Piquet (foto sopra) si distrusse le gambe e polverizzò un piede e un altro in gara in cui Jeff Andretti subì una sorte simile. La velocità delle vetture aveva oltrepassato il livello di sicurezza che l’autodromo e le celle di sicurezza potevano garantire.

La risposta fu immediata e su più fronti. Quella di nostro interesse fu la riprofilazione delle curve dell’IMS, portata avanti con l’intenzione di ridurre le velocità e quindi diminuire la portata degli incidenti. La modifica dall’impatto maggiore fu nell’infield (ie la parte piatta all’interno delle sopraelevate): se prima c’era solo la riga bianca a separare la pista dall’infield e quindi i piloti erano soliti “tagliare” la curva, adesso sulla linea di demarcazione fu applicata una striscia rallentatrice per costringere i piloti a girare larghi e quindi a portare meno velocità all’apice. All’atto pratico fu come se avessero ristretto la sede stradale.

L’obiettivo venne raggiunto: la pole del 1993 fu di circa 15 km/h più lenta del 1992 e si tornò sotto la soglia psicologica delle 230 mph (a Indianapolis la metrica utilizzata per le prestazioni sul giro è la velocità media, non il tempo sul giro). Una conseguenza meno intenzionale si osservò il giorno della gara: per via della riduzione della larghezza effettiva della pista i sorpassi in curva erano diventati molto più difficili di conseguenza la maggioranza dell’azione si svolgeva in rettilineo. Per sorpassare insomma non si poteva più contare sulla prestazione in curva ma solo sulla superiorità in rettilineo; sviluppare un vantaggio di motore diventava pertanto una questione strategica.

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Il secondo elemento di nostro interesse della 1992 Indy 500 è costituito dalla prestazione di Al Unser sr, che concluse terzo con una macchina spinta non da un convenzionale V8 sovralimentato come Ford o Chevrolet ma da un monoblocco V6 sovralimentato ad aste e bilanceri di derivazione stradale, frutto del programma Buick.

Le ottime prestazioni del Buick nel 1992 erano arrivate dopo un decennio di fallimenti. Se le concessioni garantite negli anni sotto la forma delle “formule di equivalenza” avevano finito per garantire ai Buick un picco di potenza paragonabile se non superiore agli “special purpose” di Ford e Chevrolet, il fatto che l’architettura del monoblocco fosse sempre quella di uno stradale da 300 bhp causava problemi di affidabilità insormontabili. Per dare l’idea, nel 1985 il Buick conquistò le prime due posizioni in qualifica con Pancho Carter e Scott Brayton ma dopo 20 giri entrambi erano già a seguire la gara dai box.

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Dopo l’ennesima figuraccia nel 1991, General Motors spinse affinché la USAC rimuovesse il vincolo del design di derivazione stradale. Tony George acconsentì per permettere a Buick e Menard di avere un minimo di ritorno dal loro programma, che aveva già bruciato una fortuna per risultati risibili (quello di Unser Sr era stato il primo [!!] motore Buick a vedere la bandiera a scacchi in tutta la storia del programma). L’intenzione della USAC e di Tony George era di permettere ai piccoli costruttori, quando non garagisti in senso letterale, di gareggiare a Indy con dei motori che almeno in teoria raggiungessero un livello minimo di competitività. Ma la strada verso l’inferno è lastricata di buone intenzioni.

La Indy 500 del 1992 aveva dimostrato che un motore ad aste e bilanceri era in grado di ottenere risultati, ora si trattava solo di aspettare che qualcuno meno scalcinato del team Menard cogliesse la palla al balzo.

La terza storia del prologo arriva dall’altro capo del mondo: tra la fine del 1992 e il gennaio del 1993, la Honda annunciò la terminazione del programma F1 per dedicarsi alla Indycar a partire dal 1994. Per i motoristi americani bisognava in fretta correre ai ripari, e piuttosto in fretta.

“The Unfair Advantage” e le formule di equivalenza

La 500 Miglia di Indianapolis costituiva e costituisce ancora oggi lo spartiacque della stagione Indycar. Prima di Maggio, un team dedica la maggioranza delle sue risorse alla preparazione per la Indy 500 dell’anno in corso. Superata l’ultima settimana di Maggio iniziano i preparativi per la 500 della stagione successiva. Non sorprende quindi che la Indy del 1994 costituisse il principale argomento di conversazione di una cena tra Roger, Paul e Mario una sera di Giugno 1993.

Per usare un’espressione resa popolare da Mark Donohue (il pilota feticcio di Penske prima della sua tragica morte nel 1975), Penske ricercava sempre il “Unfair advantage“, quel vantaggio prestazionale decisivo per l’esito vittorioso e che di solito proveniva da una interpretazione ‘aggressiva’ di regole e dallo mobilitazione totale di tutte le risorse tecniche a disposizione. Se l’obiettivo è vincere, è stupido combattere ad armi pari.

(Un dettaglio che mi rende Penske più simpatico rispetto ad altri cultori dell’unfair advantage, come Toto Wolff o Chris Horner, è che Penske non si lamentava mai quando erano gli altri a sviluppare il vantaggio ‘sleale’, che peraltro quasi mai significava ‘irregolare’).

Come avevo accennato, fino al 1991 i Buick a Indianapolis andavano sempre incontro a una missione suicida. La loro sorte nel 1992 fu mitigata dalla Clausola 115-D: “Turbocharged four-cycle single non-overhead camshaft (camshaft in block) engines with pushrod operated valve mechanisms, two valves per cylinder, will be limited to a maximum piston displacement of 209.3 cubic inches (3430cc) and a maximum of eight cylinders”. L’architettura era sempre esotica, ma il vincolo dello “stock block” era stato espunto; adesso sarebbe stato possibile costruire un motore per Indy senza portarsi dietro il vincolo di un monoblocco pesante e poco ottimizzato.

Ma in ottica ‘unfair advantage’ la parte ghiotta era quella della Clausola 118-B, che quantificava la massima pressione di sovralimentazione dei motori ad aste e bilanceri a 55 pollici di mercurio [1.86 bar, dannati americani], 10 in più dei loro rivali con distribuzione ad albero a camme.  In sintesi, dalla 115-D garantiva un vantaggio nella cilindrata mentre la 118-B garantiva un vantaggio di boost.

Quella sera i due ingegneri fecero un calcolo a spanne sui proverbiali tovaglioli: l’Ilmor/Chevy del periodo erogava poco più di 760 cavalli, questo ipotetico motore avrebbe garantito almeno 900, forse 940, quindi più di 150 cavalli di vantaggio sulla concorrenza [!].

Ma Penske, uno che il regolamento lo conosceva bene, era preoccupato da una terza clausola, la 118-D: “USAC reserves the right to alter manifold pressure settings for any event“. Non era specificato, ma era sotteso anche “at any time“. Se si fosse diffusa voce di quanto stavano provando a fare, sicuramente la USAC, ostile com’era ai grandi team della CART, avrebbe dato un taglio con l’accetta al vantaggio sleale così onestamente costruito. Occorreva anche che l’operazione venisse condotta in assoluta segretezza.

Un altro nodo del progetto invece si risolveva da solo. Per scongiurare lo scenario di un rapporto privilegiato tra motorista e cliente, qualche anno prima Tony George aveva aggiunto una regola per cui un fornitore di motori era obbligato a rifornire un numero minimo di squadre diverse. La presenza di altri clienti avrebbe potuto inficiare la segretezza ma qui lo stesso Tony George inconsapevolmente aveva risolto il problema da lui creato.

Siccome la regola era in parziale contrasto con l’obiettivo romantico di rendere la 500 accessibile anche alle “PMI del motorsport”, che quasi mai avrebbero avuto risorse e facilities per costruire decine di motori, fu introdotta la categoria concettuale dei “developemental engine”, cioè quei motori che non avevano disputato ancora nessuna gara. Per i motori sperimentali non valevano gli obblighi di cui sopra; il nuovo progetto di Penske e soci avrebbe soddisfatto il vincolo, quindi anche da questo lato le spalle erano coperte.

A posteriori sembra strano, ma Penske, Morgan e Ilien furono i primi a intravedere la possibilità offerta dal regolamento. Mi sembra di ricordare che in seguito uno di Honda raccontò l’idea era venuta anche a loro, ma venne scartata senza nemmeno fare un esperimento mentale. In quella sera però i tre percepivano più rischioso non provarci, visto che erano sicuri che qualcuno, forse con più risorse di loro, avrebbe tentato un esperimento simile in futuro.

JFDI: “Just Fucking Do It”

Ricapitolando, il trio si era posto l’obiettivo di sviluppare un motore:

  1. Con un’architettura ignota per Ilmor
  2. In tempi record: considerando almeno quattro mesi di test su pista, il motore avrebbe avuto a disposizione solo sei mesi per passare dallo stato di idea astratta a motore capace di girare su una vettura in modo convincente; di solito ce ne vogliono almeno nove.
  3. Vittorioso al primo tentativo (ricordo dal 1911 un motore non vince al debutto a Indianapolis), perché “I’m Roger Penske, I like money and I like winning
  4. Quattro
  5. In totale segretezza
  6. In parallelo allo sviluppo del motore regolare per il resto della stagione, il 265-D — già una rivoluzione rispetto al 265-C
  7. Con le risorse (tempo, uomini, denaro, attrezzatura) che gli altri programmi lasciavano disponibili, dato che per il 265-D aveva la precedenza (c’è comunque un campionato da vincere e diverse scuderie di F1 da supportare)
  8. Con gli stessi ingombri e bilanciamento del 265-D, data l’impossibilità per tempi, costi e sicurezza operativa per Penske di sviluppare un telaio dedicato

Spero che iniziate a capire perché questo progetto, nato da un’osservazione acuta durante una cena tra tre menti geniali, è rimasto nei cuori degli appassionati. Con tutti questi vincoli, l’unico modo possibile per portare a compimento l’impreso era di essere perfetti nella gestione di ogni singola fase.

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Illien, penna in mano visto che CAD era ancora ai primi anni di vita, si occupò della stesura dell’architettura e definì i principali parametri quali alesaggio, corsa, angolo tra i cilindri e ingombri complessivi. Non si limitò a copiare un design preesistente ma inventò un nuovo motore con l’obiettivo di massimizzare il vantaggio in termini di capacità e turbo boost. I vincoli, soprattutto sugli ingombri, portarono a qualche scelta subottimale ma il vantaggio di cavalleria era tale che si poteva sacrificare qualcosa. Done is better than perfect.

A metà Luglio distribuì ai vari progettisti compiti e tempistiche dettagliate, che andavano dalla progettazione dei componenti principali fino alle singole viti e bulloni, incluse tolleranze di fabbricazione e materiali da utilizzare (quest’ultimo era un compito critico perché le regole USAC proibivano l’utilizzo di materiali troppo esotici). A parte le pompe dell’olio e dell’acqua, tutto il resto sarebbe stato progettato da zero. Per aiutare Ilmor, Penske assegnò al progetto alcuni dei suoi motoristi del suo team Nascar, che utilizzava motori pushrod da decenni (questo dettagli sarà importante dopo).

Dato lo sviluppo affrettato, non c’era tempo di progettare le componenti seguendo l’ordine naturale di progettazione, quindi si trattava spesso di progettare parti singole senza sapere quale sarebbe stata l’interazione col resto. Un salto nel buio, in altri termini. Per esempio, il primo componente ad essere stato sviluppato fu l’albero motore, unicamente perché era quello che richiedeva più tempo per essere prodotto (23 settimane!), seguito dal treno di valvole, meno critico per la produzione ma che costituiva il principale single point of failure.

We need it quick” “How long? it will take at least six months” “Don’t be silly. You’ve got three weeks” Questo scambio di battute tra Morgan e Jeff Williams, incaricato di progettare l’albero a camme, racconta bene questa fase progettuale, che vedeva tutti i progettisti fare straordinari improbabili (e non pagati) pur di completare l’incarico. E quando dico straordinari improbabili, intendo: “Sono le 20; se volete, potete restare a lavorare qua fino alle 3 o 4 di notte, ma sappiate che domani si comincia sempre alle otto di mattina

Tutte le persone coinvolte racconteranno comunque che l’esperienza fu esaltante, merito anche della leadership di Morgan: umana, determinata ma sempre autorevole e non autoritaria. Soprattutto, tutti i dipendenti condividevano la prospettiva di star realizzando un’impresa senza precedenti il cui esito sarebbe stato positivo solo se tutti, dal primo all’ultimo, avrebbero contribuito  con tutte le loro capacità.

Per i dettagli tecnici sulle scelte di design e sulle loro motivazioni, rimando a “Beast”, al capitolo 9 degli articoli di Henri Greuter oppure, se siete nerd con in più una laurea in ingegneria meccanica, a “Introduction to Analytical Methods for Internal Combustion Engine Cam Mechanisms” dello stesso Jeff Williams (che dall’esperienza del 265E scrisse suddetto libro universitario).

OPSEC

Di tutti quanti i problemi da affrontare, quello più sfuggente ma anche il più delicato era mantenere quella che si definisce “operations security”  (OPSE), ciò le procedure da implementare per evitare che gli avversari arrivino a contatto con qualsiasi informazione sensibile. Penske escogitò tutti i trucchi possibili per non destare sospetti.

Visto che il motore regolare era il 265D (dove il 265 faceva riferimento ai 2.65 litri) e stava arrivando a compimento, tutti si aspettavano che il progetto successivo sarebbe stato definito 265E. Penske di conseguenza utilizzò questa denominazione per il motore ad aste e bilanceri  da 3.43 litri malgrado non c’entrasse nulla con il nome 265. Di conseguenza ogni nuovo componente veniva contrassegnato come destinato al “265E”.

Un vantaggio per Penske è che all’epoca l’unico team Indycar a prodursi il telaio in casa, quindi molti componenti critici vedevano la luce sotto lo stesso tetto. Anche se il telaio per forza di cose era quasi identico (sebbene l’aerodinamica dell’engine cover dovette essere riprogettata), i dettagli meccanici erano totalmente diversi. Per esempio, il cambio doveva reggere una coppia molto più elevata e di conseguenza era più grande e più esigente nel raffreddamento. Ça va sans dire, da Settembre 1993 a Maggio 1994 nella fabbrica fu interdetto l’accesso a chiunque non facesse parte di Penske Cars.

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Più problematico era il rapporto con i fornitori: quali di questi sarebbero stati in grado non solo di produrre i componenti nei tempi e nella qualità richiesta, ma anche di non far trapelare nulla? Rispetto ad altre realtà, Ilmor aveva due vantaggi: la prima è che era basata in Inghilterra e non in America (quindi esisteva una distanza fisica che riduceva le interazioni indesiderate), la seconda è che pagava bene e subito, quindi le aziende terze erano ben disposte ad essere rispettosi della loro confidenzialità.

Nel dubbio, per tutti i dettagli più caratteristici di un motore ad aste e bilanceri, come le valvole, molto più grosse nel 265E, Penske piazzò gli ordini specificando che era per il motore del team Nascar, che invece adottava da decenni l’architettura pushord.

Per ridurre il rischio di vedere la scure del legislatore stroncare il suo progetto, Penske si premurò di risolvere con la USAC tutti i dubbi legali nel più breve tempo possibile ma senza svelare il piano complessivo. Nelle parole del capo dei commissari tecnici della USAC: “From my position, when an intelligent man asks intelligent questions, he does it for a reason. (…) But I had no sense of (…) where this was going“.

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La segretezza si estese anche alla fabbricazione vera e propria: siccome sarebbe stato poco pratico costruire i motori a Brixworth e inviarli in America per i test al banco e in pista, si dovette approntare una linea di produzione separata e mantenerla segreta, almeno per il resto della durata della fase sotterranea. Si decise quindi di affittare un piccolo capannone a Reading, vicino al quartier generale di Penske, dove una piccola equipe di motoristi (tre), assoldati e addestrati per l’occasione, si sarebbe occupata di costruire i 265-E. Per non dare nell’occhio, al capannone fu data la copertura [!!] di un negozio di articoli per auto da corsa.

La costruzione dei motori era usurante tanto quanto il resto della storia. Particolarmente sfibrante risultò il treno di valvole, che adottava i cuscinetti ad aghi per ridurre il più possibile la frizione dei componenti, il che significava inserire a mano migliaia [!!] di rullini delle dimensioni di un ago metallico per ogni unità. Bastava che uno solo di questi fosse fuori posizione per far guastare il motore. I tre ebbero incubi per mesi, in senso metaforico ma anche letterale.

L’inizio della fine o la fine dell’inizio?
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Oltre alle grane tecniche causate dai continui cedimenti delle valvole, l’ultimo trimestre del 1993 portò guai societari per Ilmor, le cui conseguenze potevano essere esiziali non solo per il 265E ma anche per il resto dell’azienda. Le squadre corse non si sviluppano nel vuoto e Ilmor aveva sempre contato sul supporto di Chevrolet, gruppo General Motors. Ma GM aveva deciso di tagliare il budget alle corse: nella contrattazione per il budget per il 1994, GM accolse le richieste di Ilmor rivedendole molto al ribasso. Il board di Ilmor declinò l’offerta e GM il giorno dopo annunciò l’abbandono di Chevrolet dalla Indycar. Disastro.

Gente informata disse che si trattò anche di una ripicca per la collaborazione di Ilmor con Mercedes per il programma F1, avventura che peraltro aveva aggravato il bilancio della società, visto che i risultati erano stati mediocri e alcuni team non erano stati in grado di onorare i contratti fino in fondo (la Pacific invece fallì e non pagò niente). Arrivati a questo punto, a Roger, Mario e Paul non restava che una cosa sola: volare a Stoccarda, sfoderare il miglior discorso di cui erano capaci e convincere i dirigenti di Mercedes-Benz a entrare nel progetto.

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Era l’unica via ma era anche un azzardo: oggi siamo abituati a considerare il motorsport come parte della brand identity Mercedes ma all’inizio degli anni Novanta la situazione era radicalmente diversa. Dopo la tragedia di Le Mans ’55 la Mercedes era stata ferrea nel proposito di non impegnarsi più in alcuno sport motoristico. Solo alla fine degli anni Ottanta la dirigenza aveva ammorbidito le posizioni, con l’ingresso nel DTM nel 1986 e poi nel 1987 con il primo importante progetto per Le Mans, le cui vetture sarebbero state preparate dal team Sauber e pilotate da un tridente di piloti di cui avrete sentito parlare: Karl Wendlinger, Heinz-Harald Frentzen e Michael Schumacher.

Nel ’91 però il board aveva bocciato l’espansione del programma prototipi così come aveva negato l’ipotesi di un ingresso in F1. Ci vorrà il 1993 e l’immaginazione del nuovo CEO Helmut Werner, che sognava il marchio Mercedes come simbolo di massime performance e di eccellenza ingegneristica, per riportare la casa costruttrice nel gotha del motorsport.

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Penske e soci erano lì per intercettare questa volontà e trovarono subito l’accordo, con Mercedes che si sarebbe sostituita a Chevrolet come quota di proprietà di Ilmor. Penske menzionò a Wegner il motore pushrod, che ne fu convinto e concordò nel lasciarlo un segreto. Ma ad una condizione: tutte le macchine Penske che correranno a Indy lo dovranno fare con il “Mercedes” 265-E. Il progetto è stato salvato a costo di renderlo irreversibile: un fallimento ora non sarebbe stato visto come la vana chimera di un John Menard ma avrebbe sporcato l’immagine di una delle più grandi case costruttrici al mondo che per la prima volta in mezzo secolo voleva dar prova di sé al livello più alto delle competizioni automobilistiche.

I primi passi

Nel frattempo la progettazione e la costruzione erano in corso e a Reading si era arrivati alla fase dei test ai banchi dinamici, fase che, come ormai avrete intuito, era improntata alla massima segretezza ancor più che in Inghilterra.

La routine era questa: il negozio apriva alle sette in punto, di giorno si lavorava al negozio e nei tempi morti si assemblavano quei maledetti cuscinetti ad aghi; si staccava alle sei di sera, dopo una cena veloce si passava ad assemblare o aggiustare i motori fino a mezzanotte. A questo punto, se un motore era pronto, veniva caricato su un camion e portato ai banchi dinamici della fabbrica Penske principale, veniva fatto girare fino alla termine della notte dopodiché si riportava tutto al Taj Mahal e si cancellava ogni traccia del passaggio [!] in modo che gli ingegneri la mattina non notassero nulla di fuori posto (qualcuno comunque si interrogò perché, la mattina all’inizio del turno, i banchi fossero già caldi).

I primi run non furono troppo esaltanti: appena una settantina di cavalli in più (!) del normale 265-D. Non male, ma una mandria di un centinaio di cavalli stava pascolando da qualche parte fuori dal recinto. Intanto che ai banchi cercavano di capire come far raggiungere ai motori le prestazioni teoriche del progetto iniziarono i primi test in pista.

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Le sessioni di test si iniziarono a Febbraio al miglio di Nazareth e il pilota incaricato dello shakedown era Al Unser jr, alla prima uscita con la squadra. Siccome il circuito era di proprietà di Penske la sua scelta garantiva più sicurezza informativa (la vigilanza era comunque stata addestrata a non far assistere nessuno all’infuoridel gruppo di meccanici) e una migliore logistica. Di contro, due erano gli svantaggi.

[fonte]

Febbraio in Pennyslvania significa tre cose: neve, neve e ancora neve. Per poter anche solo scendere in pista dovettero prima spalare la neve dalla traiettoria, che si accumulò in due muri alti tre metri [!] lungo tutta la traiettoria. Unser guidava letteralmente in un tunnel di neve. Va da sé che queste condizioni era possibile effettuare degli installation lap, verificare il funzionamento del motore in condizioni di impiego reali e se un pilota è sensibile intuire se il motore spinge o no, ma è impossibile lavorare sulla prestazione, simulare le condizioni di gara o anche solo quantificare con precisione il vantaggio. Sia come sia, il motore resse per tutte le 150 miglia del programma; ogni tanto erano necessarie delle pause ma per i limiti biologici del pilota in un ambiente glaciale, non per i limiti meccanici del progetto.

Il secondo svantaggio è più comico. Il circuito è di proprietà di Penske, ma chi è che abita a Nazareth?

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Quei bastardi stanno tramando qualcosa

Se questo fosse un film questa parte sarebbe bollata come una coincidenza troppo improbabile per essere vera ma si sa che la realtà non ha nessun obbligo di essere verosimile. La famiglia Andretti, Mario e Marco, abitavano e abitano tutt’oggi a poche miglia da Nazareth e il capostipite della dinastia era sotto il portico di casa sua quando Al Unser jr iniziò a far rombare il suo motore. Può l’udito di un leggendario pilota, da solo, mandare a gambe all’aria la segretezza gelosamente preservata con mesi di sotterfugi?

Absolutely I heard it. I could hear everything that was on the track, I could hear it very clearly. The noise was very different from a typical Indy car engine. I knew it was a secret test, and I didn’t know exactly what the details were, but it was clearly something very different“.

Il dubbio che il suo istinto aveva brillantemente sollevato non fu però seguito da un’indagine più approfondita e il segreto di Penske e soci fu salvo.

La prima fase di test comunque procedette spedita, anche se i pistoni e in generale il treno di valvole erano, come previsto, i componenti più soggetti a rotture. A Brixtworth l’attività di riprogettazione era febbrile, e per ridurre al massimo i tempi morti dallo UK spedivano i pezzi di nuova fabbricazione con il Concorde [!] due volte al giorno. Si risparmiavano tre ore per ogni viaggio, sei ore al giorno. In qualche caso era Morgan stesso, per ridurre i tempi, a pilotare il suo aereo personale da Brixworth a Londra per far arrivare i pezzi a Heatrow in tempo per il decollo del cargo più veloce del mondo.

La fase successiva dei test, quella più estesa, fu svolta da Paul Tracy nel superspeedway di Michigan, che al contrario dell’one mile oval di Nazareth era una delle piste più veloci del campionato e che quindi poteva replicare al meglio le condizioni di Indianapolis. C’era meno neve ma la temperatura era sempre intorno ai 5 gradi, e il povero Tracy per non morire assiderato scendeva in pista praticamente in tuta da sci.

Emerson Fittipaldi, il terzo pilota dell’armata Penske, si godeva il sole del Brasile e i suoi sterminati frutteti.

Siamo arrivati a meno di tre mesi da Indianapolis: il motore c’è e gira ma non è ancora ottimizzato, la centralina è abitata dai demoni dell’elettronica, il cambio regge a fatica la coppia sprigionata e in generale nessun motore ha mai superato 250 miglia prima di rompersi. Una cifra che, come il nome suggerisce, è esattamente la metà della distanza di gara. Nessuno comunque era abbattuto: il programma era in linea con le tempistiche e comunque grazie alla spinta del 265E avevano già migliorato il record della Michigan Speedway.

Nel frattempo c’è da inviare il team in Australia per l’inizio della stagione. I commentatori più attenti osservarono che qualcosa covava sotto le ceneri: Penske aveva iscritto al campionato otto macchine ma cinque erano TBA/TBA, ovvero senza specificare il modello di telaio né di motore. Qualche voce iniziò a girare, visto che in più di un’occasione Penske o il progettista Beresford vennero approcciati dai giornalisti curiosi di conoscere qualche dettaglio in più su un “progetto segreto”, ma nel complesso non era trapelato nulla di rilevante. “If I had a new engine, why would I tell you? I don’t know what you’re talking about

Smithers Illien, libera i cani la Bestia!”

Aprile fu un mese chiave per la storia del progetto. Il 6 Aprile Penske, Illien e Morgan volarono a Stuttgart per illustrare il motore pushrod e incassarono il via libera definitivo di Mercedes-Benz per il 265-E, che venne ridefinito “Mercedes-Benz 500I” (ma nei documenti interni sarà sempre il 265E). Per Mercedes sarà la prima partecipazione al Brickyard dal 1948. Incassato il via libera della proprietà, il motore fu sottoposto all’ispezione della USAC che non trovò nulla di irregolare.

[fonte: https://www.evo.co.uk]

La scadenza per l’iscrizione delle vetture alla 500 Miglia di Indianapolis era a fine Aprile, di conseguenza il 13 Aprile Penske svelò al mondo i suoi piani con una conferenza stampa in grande stile all’Indianapolis Motor Speedway Museum, insieme a Paul Morgan e Helmut Werner, il telaio 04 con “Mercedes Benz” in bella vista sull’engine cover e un mockup del motore. La macchina presentava una lunga pinna dorsale; gli altri team furono ossessionati da questo dettaglio aerodinamico ma in realtà si trattava solo di una misura mimetica per celare i veri ingombri del motore.

[Fonte]

La conferenza stampa passò alla storia anche per la sincerità con cui raccontarono ambizioni e storia progettuale del 500I, con Morgan che fece pure una breve lezione di tecnica per spiegare le peculiarità del motore, e Werner che dettagliò i suoi rapporti professionali e personali con Penske. Allo stesso modo nessuno glissò sui problemi ancora da risolvere, in particolare il nodo dell’affidabilità: nessuna unità aveva mai completato più di 475 miglia, che ad Indy si traduce in una infinità di pacche sulle spalle e un “Andrà meglio l’anno prossimo“.

Pochi giorni dopo Paul Tracy confermerà: “The reliability is not there yet. That’s the key thing. Another key thing is that all the guys in the team were as unaware of this program as everyone else until a few weeks ago. Only the five guys working on the project knew about it so that everyone has to learn how to make motor changes and how to work on the new gearbox.”

La notizia esplose come una bomba. Tony George paradossalmente era l’unico contento perché la storia avrebbe garantito alla corsa una copertura mediatica mai vista prima, mentre il resto della CART ebbe reazioni che andavano dall’ammirazione per il progetto, al disfattismo verso un motore che come minimo avrebbe avuto 150 cavalli di vantaggio e alla rabbia verso la USAC per aver permesso un “imbroglio” del genere. Nigel Mansell si distinse per il melodramma: “Indianapolis? Forget it, we’re going there to qualify for the second or third row if we’re lucky. What a brainless idea that is! I mean, how the hell can you give them 10 inches more turbo boost. That guarantees them 150 to 200 horsepower more“. Ma la USAC, a meno di usare l'”opzione nucleare” costituita dalla 118-D, non aveva armi per fermare il 500I, la cui rivelazione tardiva impediva azioni che non sembrassero palesemente ad personam motorem.

Superata anche la gara di Long Beach, in cui cedettero le trasmissioni sia di Tracy che di Fittipaldi ma che vedette Al Unser jr tornare alla vittoria e confermare la sua reputazione di specialista del tracciato, il resto del mese di Aprile fu passato ad affinare la wunderwaffe. Il componente più problematico continuava ad essere la centralina della Zytec, che oltre a funzionare male era plagata da una imprevedibilità che rendeva impossibile anche solo lavorare con profitto. A fine Aprile il team fu costretto all’estremo gesto: cestinare l’ECU Zytec, recuperare la Delco Gen-IV, che era stata la centralina del 265-D e precedenti, e mappare il motore a tempo di record. Un motore che, ricordo, adottava una configurazione completamente diversa da quelli per cui la Delco Gen-IV era stata sviluppata.

[fonte: https://octanepress.com]

Per far capire la cornice temporale in cui questa soluzione fu adottata, all’ultimo test di Aprile, l’ultimo prima di Indianapolis e col motore in teoria in versione definitiva, erano montate ancora le Zytec. Il race spec “Mercedes” durò 386 miglia; non è un buon inizio.

Un weekend lungo un mese

In questo articolo volevo concentrarmi sulla storia progettuale del 500I, dall’intuizione del trio alla gestazione fulminea ma non indolore e a tutti i problemi comportati dalla massima segretezza dell’operazione. Di conseguenza ho scelto in parte di sacrificare la storia dell’impiego operativo in quel Maggio del 1994. Per una narrazione davvero ben fatta e avvincente suggerisco di nuovo “The Beast” di Jade Gurss, che riesce a rendere tutti i saliscendi emotivi di quel weekend lungo meglio di come farei io in due anni di riscrittura. By the way, il nomignolo La Bestia fu coniato durante le prove di Indy da Emerson Fittipaldi, che aveva disertato quasi tutti i test e di conseguenza rimase meravigliato dalle prestazioni all’IMS.

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Le prove libere passarono senza che le Penske Mercedes spadroneggiassero: Fittipaldi, Tracy ed il rientrante Unser Jr erano sì veloci ma non in maniera devastante. Tutti gli altri team evocarono il sandbagging, cosa in parte vera (esisteva ancora la 118-D e in generale alla USAC non mancava la fantasia nell’escogitare pretesti per complicare la vita ai concorrenti scomodi) ma la vera ragione  era che in quella settimana stavano lavorando per risolvere gli ultimi problemi di affidablità: il motore raggiunse e superò le 500 Miglia per la prima volta nella sua storia solo l’8 Maggio, la seconda giornata di test.

Un altro problema era costituito dalla macchina: malgrado lo sforzo monumentale profuso nel creare una macchina che potesse accomodare due motori diversi e nel progettare un motore quanto più possibile interscambiabile con quello regolare, la combinazione PC23+500I restava comunque un ibrido e aveva prestazioni in curva subottimali. La differenza tra velocità di punta e velocità in curva nel 265-E era molto maggiore del 265-D e di conseguenza al momento di alzare il piede per impostare la curva il beccheggio era più pronunciato; superato l’apex la coppia enorme generata dalle ruote motrici invece generava un movimento di imbarcata che risultava in un curioso “sottosterzo di potenza”. Il sandbagging più o meno volontario inoltre aveva impedito a piloti e ingegneri di affrontare queste questioni e come conseguenza il bilanciamento aerodinamico della vettura risultò sempre lontano dall’ottimale. E’ invece un mito che i problemi di assetto sarebbero stati causati dall’altezza del 265-E: il centro di gravità era solo di 3 mm più alto della versione D.

Il 500I fu spinto al massimo teorico solamente per un giro, il 12 Maggio con Emerson Fittipaldi: fu il miglior giro di tutto quanto il mese, con la velocità media di 230.438 mph, ma quello che spaventò fu la velocità massima. La rilevazione ufficiale, che all’epoca veniva misurata solo sul rettilineo di partenza, era di 244 mph, ma era un dato rallentato per scelta (coff coff 118-D coff coff). Il vero banco di prova per Penske era il rettilineo opposto, e là i suoi uomini rilevarono 252 miglie orarie. “Please don’t tell me what that is in kilometers, it will only scare me!“. Per tutti coloro che condividono il dubbio di Emmo, essi corrispondevano a 405.6 km all’ora [!!!]. Con una faccia di bronzo notevole, gli uomini Penske giustificarono la prestazione magica con il vento a favore e il miglioramento della guidabilità.

[fonte: YouTube]

Il lavoro di preparazione, finora ineccepibile, ebbe l’unica battuta di arresto durante il Fast Friday, l’ultimo giorno di libere prima della settimana di qualifiche. Al termine di una giornata regolare, Paul Tracy fu mandato in pista per un’ultimo run a velocità di qualifica per verificare l’esistenza di un problema. “The thrill from West Hill” prese il suo compito troppo sul serio e approcciò il giro più aggressivo della settimana. Dopo le prime due curve a tavoletta, Tracy arrivò in curva 3 quasi ai 400 all’ora e alzò il piede di un nulla. Non fu sufficiente: la PC23 partì in testacoda e impattò col muro di curva 3, scivolò nell’infield e colpì il muro interno, rimbalzò in pista e salutò di nuovo il muretto esterno prima di concludere il suo folle giro presso il muro dell’infield di curva 4. Tracy passò il resto del weekend in ospedale, e questo de facto lo escluse dalla lotta per la vittoria.

[fonte: https://octanepress.com]

E venne il giorno della qualifica. Sotto un cielo grigio che minacciava pioggia, Al Unser jr mise in atto il potenziale del 500I. Nella 500 Miglia di Indianapolis la metrica che determina l’esito della qualifica è la velocità media, calcolata al termine di un run di quattro giri consecutivi.

Unser Jr affrontò la qualifiche come era solito: prima giro di studio per poi andare a salire. Se il primo infatti fu un dimenticabile 225.7 [363.2 kmh], seguirono un 228.3 e un 228.5 per poi concludere con il giro più veloce di tutte le qualifiche: 229.4 mph [369.2 kmh]. Fittipaldi fino a quel momento aveva mostrato un potenziale maggiore e ci si aspettava che battesse il compagno di team, tuttavia l’arrivo della pioggia concluse la sessione prima che fosse possibile segnare un tempo. Le qualifiche ripresero il giorno successivo, ma la pista era più lenta e Fittipaldi non avvicinò il tempo di Unser jr. Il brasiliano concluse solo terzo, dietro anche a Raul Boesel.

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Per via dei postumi dell’incidente Paul Tracy non aveva potuto partecipare alla prima sessione di qualifica; in ragione delle regole di Indy, i qualificanti del secondo giorno avrebbero popolato le posizioni dalla 13a in giù. Per Tracy l’obiettivo era solo di evitare altre corbellerie e qualificarsi, e centrò l’obiettivo con il 16° tempo di manche che si tradusse nella ventottesima posizione complessiva, infine la 25a sulla griglia di partenza per via di alcune penalità. A posteriori quello stupido incidente fu uno dei turning point della sua carriera.

Verso la gara
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Fino a quel momento, l’unica speranza covata dagli altri team è che il 500I fosse una specie di Buick ipertrofico, ovvero un motore potentissimo ma altrettanto fragile. Le prove libere avevano invece preso a sassate i loro sogni ancora in volo: non un singolo 500I aveva dato forfait. Paradossalmente vi erano stati più problemi con gli Ilmor/Chevrolet gli anni precedenti.

Altri speravano in una gara veloce e con poche interruzioni, nell’illusione che il 500I spremuto al massimo per due ore potesse andare incontro a un fallimento critico. Era vero semmai il contrario: per via della fretta con cui la nuova centralina era stata sviluppata, l’unica situazione di gara adeguatamente testata era quella del motore spinto al massimo. Come conseguenza i momenti che in Penske reputavano più critici erano le ripartenze e i periodi di Safety Car, in cui il motore poteva comportarsi in maniera imprevedibile.

Il colpo di scena, tutto interno a Penske, in realtà avvenne durante il Carburetion Day, l’equivalente del warmup, in cui uno dei motori di riserva si guastò a causa di un dei pistone fallato. Siccome non riuscirono a risalire al lotto in cui quel pistone apparteneva, dovettero affrontare la gara con l’incognita che un componente fallato si fosse fatto strada verso i motori da gara.

Il giorno della gara arrivò tutto il board Mercedes Benz per assistere al trionfo che era stato promesso loro. Per tornare al discorso su realtà e verosimiglianza che avevo citato nei test di Nazareth, ci fu il tempo anche per una scena che non avrebbe sfigurato in un film dei  Vanzina.

Penske aveva istruito i suoi emissari nell’ospitality: “Whatever you do, don’t upset the Germans (…) show them that they are VIPs“. Le chiacchiere stavano procedendo bene quando iniziò il consueto e patriottico l’airshow: uno squadrone di P-51 della Seconda Guerra Mondiale prese il volo e lo speaker descrisse la storia di ogni aeroplano a modo suo: “The first plane […] put down two German fighters!” e tutta la folla giù ad applaudire. “The second had shot down four germans!“. Ogni aeroplano che veniva annunciato sembrava aver ucciso sempre più tedeschi, informazione a cui la folla rispondeva con un boato sempre più grande e a cui la board invece reagiva con malcelato nervosismo. Il colpo di genio per tranquillizzare i capoccia tedeschi: “Oh, this crowd will cheer anything, they’re so excited about this race“. Dopo Chuck Yeager e i suoi 13 abbattimenti, iniziarono i preparativi veri e propri.

“You just don’t know what Indy means!”

Sarò anticlimatico (vi ho già invitato a comprare il libro di Gurss? giuro che non ci guadagno niente), ma la gara va quasi come tutti si aspettavano.

Alla bandiera verde Unser jr e Fittipali bruciarono la concorrenza e si involarono. Fittipaldi seguiva il teammate a circa un secondo ma le instabilità in curva rendevano complicato il sorpasso. Nelle retrovie Tracy accusava lo stessi problemi e la sua rimonta era asfittica. Alla prima sosta sia Tracy che Little Al stallarono il motore; in entrambi i casi si era trattato di semplici errori di guida ma come risultato il canadese perse tutte le posizioni che aveva guadagnato fino a quel momento mentre l’americano lasciò strada libera a Fittipaldi.

La gara di Tracy, poco spettacolare nel suo complesso, si concluse al giro 92 quando si fermò ai box col motore in panne, il primo di tutto il mese di Maggio. Dopo qualche minuto di panico ai box constatarono che non era stato il 500I a cedere ma il turbo, che altrimenti non aveva mai dato problemi.

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Fittipaldi aveva scelto l’assetto migliore e girava sistematicamente più veloce di Unser jr ma ebbe anche lui la sua dose di sfortuna quando intorno al giro 130 si alzarono di colpo le temperature del motore. Si fermò ai box per investigare e i meccanici scoprirono che la cartaccia di un hot dog stava ostruendo l’afflusso d’aria verso il radiatore. Rimosso il detrito e rifornito di carburante si rimise in marcia ma ora la sua strategia era sfalsata rispetto alla concorrenza. Come conseguenza, non sarebbe arrivato a fine gara con 7 pit stop come avevano pianificato ma avrebbe dovuto fare uno splash’n’go a qualche decina di miglia dalla conclusione.

[fonte: YouTube]

Fittipaldi comprese bene il problema e spinse come un matto per costruirsi il margine per la sosta. A 20 giri dalla fine, arrivò alle spalle di Unser jr per doppiarlo; il dominio Penske era tale che Little Al a sua volta aveva doppiato tutti tranne Jacques Villeneuve.

Il doppiaggio di Unser avrebbe significato che anche in caso di una bandiera gialla nel momento peggiore Fittipaldi avrebbe avuto il tempo per completare la sosta ed emergere davanti al rivale. Anche Unser era conscio che le sue uniche speranze di vincere richiedevano che restasse nel giro di testa quindi resistette in maniera leale ma strenua.

[fonte: YouTube]

Al box Penske intuirono che il duello rischiava di finire molto male molto in fretta ma non fecero in tempo ad aprirsi in radio per convocare Emmo ai box che la PC-23 #2 andò a sbattere in uscita di curva 4. Il rottame della vettura di Fittipaldi caracollò malinconicamente sul main straight fino ad arrestarsi sotto il muretto Penske; una prestazione dominante si era conclusa col beffardo 17° posto ma del resto lo sapete: “to arrive first, first you have to arrive“.

[fonte: https://autonxt.net/]

Al Unser jr evitò di causare altri problemi; l’ultimo sussulto della corsa fu una bandiera gialla al giro 197. Come vi avevo raccontato, il motore era particolarmente delicato ai bassi regimi, e una bandiera gialla prolungata a fine gara rappresentava lo scenario peggiore per Ilmor. Dopo i due minuti più lunghi della carriera di tutto lo staff del team Penske, Unser jr tagliò il traguardo sotto la bandiera a scacchi e regalò la conclusione ideale al progetto: il 500I aveva compiuto la sua missione di vincere nel Brickyard.

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Penske aveva preso una regola concepita per favorire General Motors e la trasformò nel suo “vantaggio sleale” che annichilì la concorrenza. Il trionfo segnò anche l’inizio della collaborazione tra Ilmor e Mercedes oltre che l’ingresso della casa tedesca nel campionato nordamericano a partire dal 1995. Per Mercedes fu anche la prima affermazione sportiva importante nel settore delle monoposto.

[fonte: https://octanepress.com]

Il bollettino finale recitava 1°, 17° e 23° posto. La classifica non sembra raccontare un vantaggio così oceanico come prospettato dal resto del paddock ma altre metriche raccontano una storia più veritiera: 24 dei 25 migliori tempi della gara vennero siglati da un 500I, 39 su 50, così come 193 giri di gara su 200 erano stati condotti da una PC-23/500I.

[fonte: trovata su Reddit.com]

A completare il trionfo per Penske e Ilmor, sull’ultimo gradino del podio, alle spalle di Al Unser jr e Jacques Villeneuve, c’era Bobby Rahal, partito quasi ultimo con un vecchio telaio Penske PC-22 e il “normale” Ilmor-D.

The Beast, l’indomani

Penske aveva pensato a un piano anche per il dopo ma stavolta gli andò male. La CART non appovò l’idea di regolarizzare il motore ad aste e bilanceri (come del resto si era sempre opposta all’impiego del più umile Buick) e il V8 rimase l’unica architettura permessa per la serie. Non che il 500I ne avesse bisogno: il suo mito era già nato e la 500 Miglia forniva già terreno sufficiente in cui svilupparsi. Sul fronte dell’Indiana, la USAC si comportò in modo simile: visto che l’architettura proposta da Penske avrebbe dato il via ad una corsa tra i motoristi a costruire un motore pushrod specifico per Indy, i costi sarebbero lievitati e la competizione avrebbe imposto condizioni ancora più proibitive per i team minori.

Per ridurre i rischi della proliferazione dei pushrod, due settimane dopo Indy la USAC tagliò la pressione di sovralimentazione da 55 a 52 pollici. Poiché le proiezioni davano ancora una settantina di cavalli di vantaggio, Ilmor e Penske reputarono utile continuare a investire nell’architettura ad aste e bilanceri. Del resto, ora avrebbero potuto pensare ad affinare anche la prestazione, visto che da Gennaio in poi tutto il lavoro di sviluppo era stato dedicato solo al perseguimento dell’affidabilità, quindi i cavalli persi sarebbero stati recuperati con facilità.

La Ilmor aveva già avviato la costruzione di altre 30 unità quando, diversi mesi dopo, arrivò la notizia di una seconda riduzione del boost, stavolta a 48 bar. Il vantaggio motoristico era tale che anche con questa limitazione il nuovo progetto avrebbe comunque avuto più cavalli del V8 standard tuttavia sarebbe stato troppo esiguo per rientrare dei costi. Con disappunto e tante parole poco gentili (non fosse altro per la perdita economica secca costituita dalle 30 unità da buttare), Penske e Ilmor accantonarono il progetto. Il 500I divenne ufficialmente storia.

Il passaggio della 500 Miglia di Indianapolis sotto l’egida della IRL nel 1996 infine concluderà l’epoca delle formule di equivalenza, col risultato che l’unico ad aver investito miliardi senza riceverne alcun ritorno sarà proprio quel John Menard che senza volerlo aveva messo in moto tutta la storia. Suppongo che ci sia una morale da qualche parte.

Il 1994 oltre Indianapolis

Mi sono concentrato finora sulla storia del 500I/265E perché esaltante nonché unica nel suo genere ma questo non vuol dire che il campionato PPG Indy Car 1994 sia stato privo di spunti di riflessione.

Il campionato fu un monologo del team Penkse, che dimostrò di non avere bisogno di un motore ad hoc per dominare: vinse 12 gare su 16, comprese 5 triplette [!!], e a fine anno fece tripletta anche in classifica piloti. Il dominio fu soprattutto di un uomo, Al Unser jr, che si dimostrò impeccabile e da solo fu in grado di vincerne 8. Il record resiste ancora oggi, raggiunto da Alex Palou solo nel 2025. La PC-23 fu insomma l’equivalente Indy della Mp4/4 . Alle spalle della corazzata Penske accadono però tante innovazioni nella struttura del campionato che rendono il 1994 un anno fondamentale nel percorso che dischiuse alla Indy Car il suo periodo di grazia.

[fonte: sconosciuta, trovata su Pinterest.com]

Anche dal nostro punto di vista di appassionati di F1 possiamo trovare interesse, visto che si assistette al debutto in Indycar di Jacques Villeneuve, che dopo un inizio ricco di incidenti (spaventoso quello di Phoenix) trovò velocità e consistenza al punto da risultare uno dei pochissimi capaci di battere sul campo le Penske, grazie a una gara da campione a Road America che gli valse la prima vittoria in carriera e il titolo di rookie of the year.

Insieme a JEV debutteranno anche il team PacWest e il team Forsythe/Green, con cui Jacques disputerà le stagioni 1994 e 1995. I due non godranno mai delle risorse delle squadre principali ma in più di un’occasione dimostreranno che anche realtà piccole, se giocano al meglio le proprie carte, possono costituire più di un semplice inciampo per i top team.

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Diversa la storia del “figliol prodigo” Michael Andretti, che nel 1994 ritorna in Indycar sposando la causa e le ambizioni di Chip Ganassi, le cui ambizioni erano di costituire un terzo polo per una serie che nell’ultimo decennio era vissuta sulla rivalità Newman-Haas e Penske. L’annata fu positiva e a fine anno sarà il “primo dei normali”. La pietra angolare del progetto è costituita dai telai Reynard, all’epoca il più grande costruittori di telai sportivi al mondo, che dopo aver dominato le serie inferiori  (come la F3000) decise di giocare tra i grandi del motorsport. In Indy gli riuscì ben e già nella prima stagione arriveranno tre successi, di cui uno con Villeneuve. Reynard sarà anche il telaista dietro al progetto BAR F1, e sappiamo che le cose qui prenderanno un’altra piega.

[fonte: sconosciuta, trovata su Reddit.com]

Dopo un 1993 stellare, i grandi assenti saranno Newman-Haas e la propria coppia piloti. Mario Andretti, alla veneranda età di 54 anni, dopo 421 gare, 4 titoli USAC/CART e 52 vittorie tra il 1964 ed il 1994(ma solo una 500 Miglia), pone fine alla sua carriera Indy con una stagione finale ribatezzata “Arrivederci Tour”. Nigel Mansell invece è tenace come l’anno prima ma tra la perdita di competitività del pacchetto Lola/Ford-Cosworth, qualche sfortuna meccanica e “cinetica” (es Vitolo che gli vola addosso durante la 500 Miglia) e alcuni errori fuori personaggio (come lo scontro fratricida nel New Hampshire) non riesce a portare a casa nessuna vittoria di tappa. Il deterioramento dei rapporti con il paddock nordamericano e le sirene della F1 alla fine porteranno il britannico a tagliare i ponti con l’America e a tornare nella serie madre, che lo riabbraccerà ma con riserve.

[fonte: https://global.honda/en/]

Come avevo accennato in apertura, il mercato dei motori incassò anche l’esordio di Honda. Il motore, progettato e costruito interamente in Giappone, è però terribile e a differenza dei telai Reynard nel 1994 porta ben poca gloria ai team clienti. Il loro principale utilizzatore per quest’anno, Rahal/Hogan, li scarica dopo non essere riuscito a qualificarsi per la 500 Miglia, una replica quasi esatta di quanto già accaduto nel 1993. Già dal 1995 la storia per HPD sarà molto diversa e l'”umiliante” 1994 sarà un lontano ricordo.

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Il 1994 passa infine alla storia per l’annuncio da parte di Tony George, presidente dell’ovale di Indianapolis, della creazione di una serie alternativa alla Indycar/CART nel 1996, la Indy Racing League (IRL). “Non è in grado di gestire una gara, come pensa di gestire un campionato intero?” (Roger Penske su Tony George). Ne riparleremo.

La stagione, in breve

La serie si apre con una scena che era già diventata consuetudine: pole stratosferica di Mansell in Australia. La gara sarà molto caotica, con la partenza rimandata a causa del maltempo e continue interruzioni e scrosci di pioggia. L’eventò andò così tanto per le lunghe che la gara dovette essere interrotta a dieci giri dalla conclusione perché il sole era tramontato ed in pista era calata l’oscurità.

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Si capisce già che l’anno seguirà un copione diverso quando Mansell, tradito dall’asfalto viscido, si gira da solo mentre era in testa durante una ripartenza. In questo clima degno più di una gara endurance alla fine la vinse Michael Andretti, che cancella i cattivi ricordi dell’anno passato e conferma le ambizioni di Chip Ganassi e Reynard. Emerson Fittipaldi in seconda posizione conferma la reputazione di regolarista mentre papà Mario conquista l’ultimo podio in Indycar. Il passato e il futuro in un’unica scena.

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Anche la seconda gara a Phoenix appartiene all'”anno lungo” del duello Penske-Mansell. Tracy parte dalla pole ma rischia di farsi male per davvero quando impatta insieme a Jacques Villeneuve (che vince il premio “Ray Charles” per la situational awareness) sulla vettura incidentata di Hiro Matushita. La spunta Emerson Fittipaldi davanti ad Al Unser jr (prima doppietta Penske) e Mansell, che per un soffio evita un incidente che avrebbe avuto la stessa dinamica di quello di Zanardi.

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A Long Beach Al Unser jr si conferma essere il “King of the beach” e vince su Mansell, la cui gara è stata complicata stavolta da una foratura causata dalla disattenzione di Andretti jr. Tracy era in pole ma dopo essere sopravvissuto a due [!] scontri con i doppiati alla fine viene lasciato a piedi dalla trasmissione, che tradisce anche Fittipaldi mentre era in testa.

Jacques Villeneuve tira fuori un numero degno del padre: ritmo eccellente e sorpasso impossibile su macchina più veloce della sua, va in testacoda contro le barriere sei curve dopo, riparte e percorre mezzo giro con l’alettone posteriore penzolante per raggiungere i box per le riparazioni. Concluderà con 5 giri di ritardo.

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Ora Unser e Fittipaldi conducono la testa della classifica con 37 punti, davanti a Mansell con 35, Tracy, come l’anno prima, può contare solo sui due punti delle due pole.

Non vi devo raccontare di nuovo la storia di Indy, no?

A Milwakee la pole di Boesel illude il paddock ma in gara le monoposto biancorosse tramortiscono la concorrenza con il primo 1-2-3 della stagione, con Unser e Fittipaldi che conclusero davanti a tutti malgrado fossero partiti dalla 13a e 12a posizione [!]. Mansell e Andretti sono 4 e 5 ma stra-doppiati.

[fonte: YouTube, canale: Hickey]

La successiva gara a Belle Isle conferma la differenza di narrativa rispetto all’anno prima: Mansell si prende un’altra pole da leone ma in gara viene sverniciato da Al Unser jr in pista e poi da Tracy ai box. La quarta vittoria consecutiva del figlio d’arte sarà sventata dal canadese, che con un’entrata da kamikaze spedisce Unser jr contro le barriere. Il team affronterà lo scontro fratricida con stoicismo ma non ci è dato sapere cosa abbia detto o fatto Roger Penske a saracinesche abbassate. Mansell tampona Fittipaldi con una dinamica simile ma è lui a rimetterci; non è il suo anno. I due sopravvissuti andranno a concludere la gara nelle posizioni di vertice; in classifica Fittipaldi si riporta a distanza di tiro da Unser jr.

A Portland va in scena la seconda tripletta Little Al-Emmo-Paul. Il confronto tra i primi due si risolve all’ultima sosta ai box: il brasiliano esce davanti ma in curva uno il talentuoso figlio d’arte ne anticipa le mosse e lo sorpassa. Il primo dei “normali” stavolta è Robby Gordon che ha la meglio su Mansell per un millesimo [!!!] al termine di un duello storico.

Ed è di nuovo Mansell ad animare la corsa a Cleveland, che, come l’anno prima, vede un lungo confronto con Fittipaldi per il secondo posto. Il duello è vinto dal brasiliano ai box ma il motore gli impedisce di arrivare sul podio per festeggiare. Per Penske sfuma la doppietta ma si consola con la settima [!!] vittoria di fila, arrivata anche stavolta con Little Al, che in classifica ha recuperato con gli interessi i punti sfumati a Detroit.

Toronto costituisce una parziale battuta di arresto per la corazzata Penske: Unser si ritira col motore rotto dopo tre giri mentre Fittipaldi e Tracy non sono realmente della partita. Il fatto che malgrado tutto concludono 3 e 5 da la misura della superiorità Penske dell’anno. Robby Gordon parte in pole ma va in crisi di pneumatici e viene superato da Mansell che incappa in una sorte simile e cede leadership e vittoria a Michael Andretti, il cui Reynard è probabilmente il telaio migliore per i cittadini.

Come tradizione, il superspeedway del Michigan tritura gomme, meccanica e piloti. Tra acceleratori bloccati (Mansell), motori in fiamme che inondano la pista di olio (Gordon), gomme scoppiate in pieno rettilineo (di nuovo Gordon), fiamme invisibili (Fernandez), testacoda per evitare altri testacoda (Tracy) e in generale una lunga lista di ritirati per i motivi più disparati, la spunta Scott Goodyear davanti a Luyendyck, come sempre l’uomo da chiamare per i circuiti da 380+ kmh di media. Unica vittoria del telaio Lola dell’anno.

[fonte: Racer.com]

Solo otto vetture vedono la bandiera a scacchi, e nessuna delle Penske vi fa parte – ironia della sorte, proprio nel tracciato di proprietà di Roger Penske. Dopo il pareggio in casa Unser jr ha 29 punti di vantaggio su Fittipaldi, circa il doppio su Tracy e Mansell (in quinta e sesta posizione).  La partita sembra aperta ma Al mette a segno una tripletta a Mid Ohio, New Hampshire e Vancouver che conclude la lotta per il titolo.

Nel primo appuntamento vince dopo aver condotto quasi gara in testa (Tracy gli rende la vita difficile ma si autoelimina con un sorpasso sotto bandiere gialle). Nel secondo rimonta dalla decima posizione ma riesce lo stesso a vincere; entrambe le gare si concludono con tripletta Penske (siamo a quota quattro). Nel terzo l’avversario da regolare è Robby Gordon ma anche stavolta le gomme rendono un pessimo servizio al pilota di casa Walker Racing. Fittipaldi vede il podio ma viene scaraventato a muro da Mansell all’ultima curva, Tracy invece viene tamponato da Michael Andretti dopo aver rallentato per doppiare Mario. In ogni caso con 56 punti di vantaggio a tre gare dalla fine (ricordo che la vittoria vale 20 punti, con 1 punto aggiuntivo per pole e giro più veloce) il titolo ora è una formalità.

[fonte: YouTube; canale: Hickey]

Al Unser jr sbriga la pratica alla gara successiva a Road America, ma l’appuntamento viene ricordato per un altro numero di Jacques Villeneuve. Il rookie canadese fa parte del gruppo di testa per tutta la gara, ma all’ultima ripartenza sfrutta la configurazione aerodinamica più scarica per superare in curva 1 sia Tracy che Al jr, con annessa toccata al connazionale, in seguito ritirato per problemi al motore. L’alta velocità di punta gli permette di rintuzzare gli attacchi di Little Al e va a conquistare la prima, meritatissima, vittoria in carriera. Unser jr può consolarsi con il titolo; a volte si vince anche in due.

Curiosamente proprio a Road America suo zio (Jacques VIlleneuve sr, sconosciuto in Europa ma con un’onesta carriera in Indycar) nove anni prima aveva conquistato il suo unico successo in carriera.

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Dopo il lungo assolo di Al, nelle ultime due gare della stagione si rivede sul gradino più alto del podio Paul Tracy. Unser jr completa la quinta tripletta a Nazareth e si ritira a Laguna Seca ma poco importa. Poca gloria anche per Newman-Haas: Andretti si ritira in entrambe le gare e conclude l'”Arrivederci Tour” con commozione (anche se non appenderà mai del tutto il casco al chiodo) mentre Mansell aveva a Nazareth l’ultima occasione di concludere in positivo la sua storia in America ma gli viene negata da una sosta aggiuntiva nei primi giri.

L’inglese era comunque in rotta di collisione con il resto del paddock nordamericano fin da quando, in estate, aveva accettato di ritornare in F1 in occasione del gran premio di Francia. Conclusa la stagione della Indycar, l’inglese si fionderà dall’altro lato dell’Atlantico per garantire alla Williams i suoi servizi per il finale di stagione, in cui tornerà alla vittoria ad Adelaide. Ma questa è un’altra storia.

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Lorenzo Giammarini, a.k.a. LG Montoya

[Immagine di copertina tratta da https://www.evo.co.uk]

Salvo dove diversamente specificato, le immagini sono prese dall’archivio GettyImages

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IL PUNTO DELLA REDAZIONE

All’alba di questo 2026 la pausa invernale, che fa da ponte tra l’ultimo GP del 2025 e i primi test che ci saranno a fine gennaio, la così detta “silly season” alla quale abbiamo assistito è stata a dir poco memorabile. Ogni tipo di notizia è venuta fuori, dal super vantaggio che Mercedes e Red Bull Power Train hanno acquisito, al vantaggio che la stessa Ferrari ha raggiunto grazie a Shell, passando per Horner che vorrebbe acquistare tutta l’Alpine, per finire a Zoff che segnava di testa su calcio d’angolo! La verità è che in un mondo dove l’informazione viaggia alla velocità di un clic, c’è sempre fame della “prossima notizia” senza sapere aspettare che l’evento stesso avvenga. La verità è che tutte le squadre di F1, che parteciperanno al prossimo mondiale, non hanno percorso nemmeno un Km sia con le nuove monoposto che con il nuovo motore, la cui potenza è bene ricordarlo, sarà un mix tra motore endotermico e motore elettrico. Nessuno sa veramente dove ogni avversario realmente si trova e, sebbene alcuni segnali di divario prestazionale ci siano stati durante l’anno (perché Mercedes è stata l’unica che si opposta ad un cambio in corso delle regole), è pur sempre vero che tutti partono da zero e, soprattutto hanno avuto il tempo necessario per potersi preparare. Parlando di tempo di preparazione, Ferrari è quella che dovrebbe stare meglio, visto che il Presidente già a fine 2022 urlò “Obiettivo 2026”. Considerando che le persone come Elkann non parlano mai a caso, mi devo aspettare un anno spettacolare per la nostra Beneamata visto che questo obiettivo è stato dichiarato con largo anticipo, inoltre la Dirigenza Rossa non vincendo dal 2023 al 2025 è stata profetica… proprio perché il suo obiettivo è sempre stato appunto il 2026 (sigh!). Quindi a rigor di logica, rimanendo a digiuno in questi tre anni, la Ferrari di Elkann, Vigna e Vasseur un primo obiettivo lo hanno raggiuto (ri sigh!), solo che ora il tempo è scaduto ed è tempo di realizzare il prossimo target; quello più ghiotto. Quali sono i potenziali scenari che Ferrari potrà affrontare quest’anno? Andiamo ad analizzarli tutti.

Ferrari azzecca il progetto, tanto da risultare la vettura e quindi la squadra dominante per tutto il mondiale, in stile Mercedes 2014. A quel punto il campionato 2026 diviene un affare tra LeClerc ed Hamilton e, a Maranello potranno dormire sonni tranquilli per i prossimi tre anni. Poiché con Ferrari le polemiche non si sedano mai anche se dominasse, il problema nascerebbe allora a causa della rivalità tra i due alfieri Rossi (ad avercene di questi problemi!), in cui lo stesso Hamilton si ritroverebbe in un clamoroso déjà vu, con la differenza che vestirebbe una casacca rossa e, soprattutto avrebbe accanto come compagno un certo LeClerc il quale non sarebbe acerbo come lo stesso Rosberg nel 2014.

Ferrari azzecca il progetto, solo che non è dominante perché si troverebbe a doversi contendere il campionato con un altro competitor come minimo, se non addirittura con due. In uno scenario come questo la differenza la farebbero i piloti in pista e, gli sviluppi che la squadra riuscirebbe a portare durante la stagione. In una situazione del genere la Ferrari si troverebbe già sotto esame perché, sebbene su almeno un pilota non ci sono dubbi su come si comporterebbe, sia Hamilton che lo stesso team si troverebbero a dimostrare che, l’uno è capace ancora di performare come si conviene ad un sette volte campione del mondo e, l’altra dovrà sfatare la triste tradizione “maranelliana” di non saper sviluppare in modo efficiente durante l’anno. Questo sarebbe lo scenario in cui il sistema F1 vorrebbe trovarsi, proprio come un suino grufolerebbe nel suo porcile, perché la competizione in pista aumenterebbe in maniera esponenziale e, tutte le lotte che avverrebbero per il primo posto farebbero dimenticare il fatto che i piloti in pieno rettilineo dovranno alzare il piede perché non avranno più energia, per non parlare che in questa lotta all’ultimo sangue, agonisticamente parlando, ci sarebbe una Rossa. Inutile dire che da questa lotta senza quartiere, tra Ferrari e le due potenziali rivali dovrà esserci un solo incontestabile vincitore e cioè Ferrari stessa, questo per far fede sempre alla tesi che in un teorema è sempre vera: “Obiettivo 2026”.

Ferrari parte zoppa, nel senso che rispetto ai principali competitor, si trova un paio di decimi in ritardo. A questo punto la stagione inizierebbe già sotto pressione per tutto il team, viste le aspettative che si sono create nel 2025. Infatti sebbene Vasseur, durante l’anno ormai concluso, abbia dispensato saggezza non rilasciando dichiarazioni sensazionalistiche è anche vero che, con la sua confessione di aver abbandonato lo sviluppo della SF-25 già ad aprile, si è dato clamorosamente la zappa sui piedi visto e considerato che un qualunque sano di mente, sapendo che hanno iniziato a lavorare sul progetto 2026 con cosi largo anticipo, come minimo si aspetta una vettura competitiva. A questo punto la Rossa, come al punto due, si trova a dimostrare ancora di più che è un team cambiato, rinnovato e rinvigorito ed è quindi capace non solo di potersi risollevare (in stile Red Bull 2025), addirittura di poter adempiere alla sua missione che è quella di soddisfare la condizione necessaria della tesi di cui sopra. Inutile dire che Charles&Lewis daranno il loro inestimabile contributo perché sia chiaro, in questo teorema la cui ipotesi è per definizione da dimostrare, si presuppone che il sette volte campione del mondo si sia ripreso dallo scoppolone del 2025 e faccia il suo dovere.

Ferrari parte male, accusando un ritardo di almeno mezzo secondo. A questo punto la stagione è già bella che andata a meretrici, perché nel frattempo che a Maranello capiscono il problema, individuano lo stesso e lo risolvono, gli altri competitor già se ne sono andati. In questo scenario si da per scontato che Ferrari, sebbene in ritardo, riesca a recuperare in classifica solo che sarà troppo tardi e quindi già a settembre sarà “obiettivo 2027”. La posizione di Vasseur a questo punto sarà ad un bivio e tutto dipenderà dall’ennesima fiducia che gli daranno i piloti e, da come la squadra performerà immediatamente dopo l’estate. Inutile dire che se Charles continuasse a dare fiducia al suo team si ritroverebbe in un loop spazio temporale di proporzioni bibliche, visto che continuerebbe a farsi del male inutilmente perpetrando un assurdo accanimento terapeutico.

Ferrari proprio come nel 2014 canna completamente il progetto e, sebbene gli esperti diranno che ci vorranno tra i cinque ed i sette GP per capire veramente il “potenziale” della Rossa, a Maranello già sanno come andranno le cose ed agiranno di conseguenza: Vasseur salterà durante l’anno, LeClerc non aspetterà nemmeno l’estate per firmare con un altro top team e, Lewis di rimando annuncerà il suo definitivo ritiro, visto che non avrà più mercato. A quel punto la Rossa si troverà a dover rifondare da zero, auspicando di essere veramente competitiva per il prossimo ciclo regolamentare, che presumibilmente dovrebbe realizzarsi intorno al 2030 salvo sorprese. Mi sembra superfluo aggiungere che in caso si realizzasse questo scenario, i problemi non verrebbero comunque mai risolti se continuasse a permanere l’attuale dirigenza.

Non prevedo il futuro, né tanto meno posseggo un Palantir che mi permette di vedere oltre quello che non ci è concesso, cerco solo di usare una normale logica per capire come potenzialmente gli avvenimenti potrebbero svolgersi. La logica quindi ci impone questi cinque potenziali scenari, vedremo presto quale di questi si realizzerà. Nel frattempo colgo l’occasione di scrivervi GRAZIE per tutto il supporto che mi date commentando le mie righe. Quello appena conclusosi è stato un anno di crescita molto importante per me, attraverso anche e soprattutto le difficoltà, si sono rafforzati dei legami che erano già solidi prima. Per questo auguro al Direttore del Blog, a Salvatore ed a tutti voi appassionati lettori un augurio di felice anno nuovo.

Vito Quaranta

IL PAGELLONE FINALE – STAGIONE 2025

La stagione 2025 di Formula 1 passerà alla storia come una delle più curiose: per quanto prevedibile e scontato fosse il suo risultato c’è stato bisogno di attendere l’ultimo secondo dell’ultima gara per sapere chi l’avrebbe vinta. Direi che non c’è di che lamentarsi!

Un campionato che sembrava scritto sin dalle prime gare, con il dominio schiacciante di McLaren e Piastri, si è via via trasformato in un thriller degno dei migliori romanzi sportivi, culminato in un finale da cardiopalma ad Abu Dhabi dove Lando Norris ha conquistato il suo primo titolo mondiale con soli due punti di vantaggio su un Max Verstappen mai domo.

L’inizio di stagione aveva tutti i crismi della processione trionfale: McLaren aveva portato in pista una MCL39 semplicemente superiore a tutto il resto della griglia, ed è stato sorprendentemente Oscar Piastri ad approfittarne con una serie di vittorie che lo avevano proiettato in una posizione che unita alla scorza durissima che dimostrava ad ogni pie’ sospinto l’avevano ad un certo punto innalzato al livello del principale favorito per il titolo.  Lando Norris, dal canto suo, ondeggiava tra i suoi fantasmi senza riuscire a dare un senso alla sua stagione. Nella seconda parte di stagione Max Verstappen metteva in atto un’imperiosa rimonta che lo consacrava definitivamente nell’Olimpo di questo sport.

Mercedes e Ferrari deludono ampiamente, seppur in modi diversi. La prima con un potenziale nascosto che usciva di tanto in tanto sotto le briglie di un Russell magnifico (e nel finale anche di un Antonelli che ha cominciato a graffiare) ma senza mai trovare la sua definitiva personalità. La seconda, a dir il vero la più attesa del prestagione per via del clamoroso arrivo di Lewis Hamilton, con un “potenziale” sempre annunciato e mai concretizzatosi, figlio di un errore tanto epocale quanto inspiegabile in fase di progettazione per il quale si è stravolta una vettura che nel 2024 stava dando non poche soddisfazioni ai suoi piloti. L’avventura di Hamilton in Ferrari è praticamente finita prima ancora di cominciare già nei test pre-campionato che lo vedevano soccombere amaramente sotto i colpi di Leclerc oltre che del resto del gruppo.

Nonostante il dominio McLaren le vetture quest’anno, quanto a prestazioni velocistiche, erano tutte molto vicine: non ho memoria di qualifiche con distacchi così contenuti tra primi e ultimi della griglia. La fine del ciclo tecnico delle vetture a effetto suolo ha sicuramente influito in questa configurazione così che il dominio McLaren, più che a strabilianti soluzioni tecniche, è dovuto ad un pacchetto straordinariamente versatile, capace di essere efficace su ogni tipo di tracciato e con una gestione gomme inarrivabile per gli altri.

Anche con il senno di poi è difficile dire se la difesa a oltranza delle famigerate “papaya rules” da parte di Stella e Brown sia stata la scelta giusta. Il risultato finale dà loro ragione ma manca la controprova: se avessero puntato sin da subito su uno dei due piloti avrebbero conquistato il titolo piloti con largo anticipo? Va anche detto che la distanza tra Oscar e Lando in classifica non è mai stata, se non per un solo GP, superiore ai 25 punti sicché era anche difficile da parte loro imporsi per dirigere al meglio: magari avevano stabilito che se uno dei due piloti fosse rimasto indietro di x punti (poniamo i 50 che metterei io) allora la squadra avrebbe favorito l’altro con le strategie per mettere al sicuro il titolo. Ma se questo gap non si apre mai allora che fare? In quelle condizioni scegliere l’uno o l’altro pilota sarebbe davvero sembrato arbitrario e il rischio di fare un buco nell’acqua ancora più grande di quello che è sembrato (“sembrato” perché alla fine hanno avuto ragione quindi non lo è stato) era enorme. Puntano su Piastri, con Norris che perde più punti di quanti ne ha effettivamente persi, Piastri si pianta da Baku in poi, Max recupera ma Norris è troppo lontano per riprenderlo e alla fine perdono il titolo piloti: cosa si sarebbe detto in questa circostanza?

Ho particolarmente apprezzato i migliori rookie di quest’anno che hanno saputo inserirsi nel circus con prestazioni eccellenti e con bella personalità.

Tra esaltazioni e delusioni la lotta tra i piloti di quest’anno è stata comunque interessantissima ed è forse il caso di rompere ogni indugio e di passare al pagellone finale per tutti loro

 

  1. LANDO NORRIS – Campione del Mondo – voto 8 1/2

C’è un motivo se quando mi riferisco a Norris uso spesso il nomignolo “Landino nostro”: ho sempre avuto un debole per lui. Non è il mio pilota preferito, non lo reputo certamente il migliore in pista né farei follie per averlo se magicamente mi venisse offerto il posto di TP di un team di Formula 1. E tuttavia mi ha sempre fatto simpatia per il divertimento e il godimento che il guidare una vettura di Formula 1 gli ha dato e che non ha mai perso l’occasione per dimostrare. Oserei persino dire che (mi) ha trasmesso quella gioia di guida che tutti noi divanisti del motorsport vorremmo provare. O che abbiamo provato. Io so che cos’è. Fatte tutte le debite proporzioni, certo!, lo so. Immaginate un circuito della bassa padana che più bassa non si può. Immaginate un go-kart che si accende al settimo tentativo e solo dopo qualche calcio e qualche sputo. Immaginate Ottobre quando ancora era già segno di un autunno nebbioso e umido. Immaginate il frastuono del motore attaccato all’orecchio e quei primi giri a imparare la pista. Giro dopo giro, curva dopo curva, ogni volta meglio, ogni volta con il punto di corda sempre più affinato, ogni volta con i due rettilinei sempre meglio approcciati e con la velocità che di giro in giro diventa qualcosa di più di un concetto di fisica studiato sui banchi di scuola. Ecco che a un certo punto, in questo rutilante bailamme immerso nel miasmatico odore di miscela che scoppia nel motore, si entra in un’altra dimensione, in un altro mondo, in un altro universo. Un universo fatto di movimenti ripetuti in cui ogni muscolo, ogni nervo, ogni senso del nostro corpo è ordinato e assettato in una musica ritmica e armoniosa al punto tale che il descrivere questa sensazione come mistica non appare affatto un’iperbole. Parafrasando un celebre filosofo, questo feeling non è qualcosa che si può dire ma è qualcosa che si mostra da sé. E fatte tutte le debite proporzioni, tutte le tare del discorso che il caso richiede, applicati tutti i mutatis mutandis possibili immaginabili, è ciò a cui si riferiva nientepopodimeno che Ayrton Senna quando a Montecarlo 1988, tra lo sgomento dei giornalisti e degli appassionati, raccontò che al termine di quei giri perfetti che avevano meravigliato il mondo aveva sentito la mano di Dio che lo toccava. E se si arriva a scomodare persino il padreterno si può ben comprendere quanto intensi siano quei momenti. Io so cosa sono, dicevo, e lo sai anche tu, lettore appassionato di motorsport. Lo sai perché sono sicuro che ti è capitato e che mi perdonerai questo excursus che spero ti abbia fatto ricordare quelle sensazioni e che quindi sai cosa succede quando scendi dal go-kart, o dalla vettura, o dalla moto, dopo che le hai provate in circuito: ti si stampa un sorriso in faccia per ore e ore. (sì, ok, lo so: è un meccanismo fisiologico innescato da rilascio di endorfine e ossitocina causato dal dialogo elettrico tra i neuroni che raccolgono le oscillazioni dell’orecchio interno e il cervello… ma davvero importa?). Ed è così che è nato il mio debole per Landino nostro: il sorriso a 78 denti che aveva ogni volta che scendeva dalla sua McLaren sin da quando ha esordito mi ha sempre fatto pensare a tutto quanto ho descritto prima. Bello, nevvero?  Più che bello: bellissimo!

…almeno fino a metà della stagione 2024…

Quando si è accorto che esiste anche un piano di sopra. Quando, cioè, si è trovato in lizza per il titolo mondiale Landino nostro ha compreso che quel godimento effimero non esaurisce tutto quel che la vita ha da dare: il piano di sopra è quello dove parlano i grandi, mi verrebbe da dire con gretto idioma. Più o meno a metà della stagione 2024 è stato quando il sogno di fanciullo testimoniato da quel sorriso è stato soppiantato dal mondo reale. Quando le deiezioni caprine rilasciate su Instagram e Twitter non bastavano più. Quando tutti bussavano alla sua porta non per avere la battutina divertentina e lo scherzettino da bambino delle medie ma per chiedergli risultati. Gli sponsor, la proprietà, i manager, persino i “tifosi” che fino a un momento prima ridacchiavano di simpatia e si scambiavano “cinque” come alla festa del liceo ad ogni sua smorfia ora invece sbattono i pugni sui tavoli, fanno la faccia cattiva, pretendono di più. Financo del “bimbominkia” si è preso il nostro (e non senza ragione, aggiungo). E da lì la sua espressione si è via via sempre più corrucciata fino ad arrivare alla fintissima e falsissima posa che al traguardo di Melbourne 2025 lo ha trasfigurato in un peaky blinder da operetta. Da lì in avanti invece è emerso quello che era in realtà: un ragazzino spaventato dall’enorme pressione che il missile che McLaren gli ha dato nel 2025 comportava. Doveva vincere, tutti volevano che vincesse e non c’era spazio per altro. Per mesi e mesi abbiamo assistito alla deflagrazione di quell’espressione con il picco negativo a Montreal, teatro di una stupidaggine colossale proprio contro il suo compagno di squadra da cui è uscito scornatissimo non solo per la manovra palesemente stolta ma anche dal fatto che è stato l’unico a pagarne le conseguenze. Travolto dalla pressione e dalle scelte errate a quel punto sembrava oramai perso. Non era tanto per il distacco dalla vetta quanto dalla evidentissima incapacità di gestire il ruolo che la stagione gli aveva affidato. La velocità, quella non gli è mai mancata. Anche il più maligno dei suoi detrattori non potrà mai negare che Landino nostro è tra i 3-4 attualmente più veloci del circus ma, come ben sappiamo, esser veloci è condizione necessaria ma non sufficiente per essere vincente in Formula 1. Bisogna anche saper vincere e sembrava proprio che lui non ne fosse capace. Ebbene, in quel momento, molti hanno pensato che Lando non avesse la stoffa del campione, che gli mancasse quella cattiveria necessaria per vincere un mondiale. E che, invece, Piastri era the man, il puledro su cui puntare.

Da Zeltweg a Zandvoort abbiamo visto un Norris leggermente diverso: forse più “scarico” ha guidato con un po’ più di tranquillità ma, seppur vincente in 3 gare su 4, senza mai dare l’impressione di essere sicuro di sé e padrone dei propri mezzi. Paradossalmente proprio a Zandvoort sembra che un qualche clic sia scattato nella sua mente. Quella gara, condotta con inedita sicurezza, pur dietro al suo rampante team mate, lo ha visto fare un sorpasso chirurgico e inesorabile a Verstappen, un sorpasso di quelli che ti fanno capire che alla fin fine si può fare. Proprio quel frangente (tradito dall’affidabilità nel finale è finito sostanzialmente ultimo) è stato quello in cui si è trovato più lontano dalla vetta e, suppongo, sia stata la quasi certezza di non potercela fare a liberarlo completamente. Naturalmente il secondo step è stato il disastro Baku di Piastri. Se anche lui, l’australiano che abbiamo tutti ribattezzato Iceman 2.0 un po’ troppo presto, è prono alla stupidaggine colossale allora vuol dire che siamo sulla stessa barca, si sarà detto. Da lì in avanti, pur continuando a non dare l’impressione di essere un mastino (e non la darà mai, sia ben chiaro) ha lasciato fluire un po’ meglio la sua naturale velocità (6 prime file con 3 pole nelle ultime sei gare) e, al netto del mostruoso Max che si è visto nel finale di stagione, si è lasciato andare al suo talento, ignorando anche la improvvida squalifica di Las Vegas, fino alla curiosa e totalmente inedita tranquillità che ha caratterizzato la sua corsa di Abu Dhabi, di chirurgica perfezione considerato l’obiettivo che doveva raggiungere, anche tranquillizzato dalla mortifera strategia approntata dal suo muretto nei confronti di Verstappen.

Il voto alla sua stagione rimane lontano dalla perfezione, men che meno può essere da lode, perché troppi sono stati gli errori commessi, troppi i punti lasciati per strada in momenti in cui avrebbe dovuto fare la differenza, troppe le incertezze e i momenti di debolezza. Ma alla fine ha vinto, e questo conta più di ogni altra considerazione. Lando Norris è campione del mondo, viva Lando Norris!

  1. MAX VERSTAPPEN – voto 10

Se esiste un premio per il pilota della stagione, questo deve andare senza ombra di dubbio a Max Verstappen. L’olandese non ha vinto il mondiale per soli due punti, ma ha compiuto un’impresa che rasenta il miracoloso: con la terza macchina del campionato (classifica costruttori docet), partendo da oltre 100 punti di distacco a metà stagione, è arrivato a giocarsi il titolo all’ultima gara.

La stagione di Max è stata divisa in due parti nettamente distinte. Nella prima metà, ha dovuto fare i conti con una Red Bull che aveva perso quella superiorità schiacciante degli anni precedenti, limitandosi a portare a casa podi e piazzamenti senza poter impensierire le McLaren dominanti. Ad un certo punto sembrava rassegnato, mostrando una tranquillità inedita, facendo amicizia con i giovani che pendevano dalle sue labbra (Antonelli e Bortoleto in particolare) a cui non lesinava consigli e prendeva quel che veniva con filosofia, mi verrebbe da dire. Ma la realtà è che Verstappen non si è mai arreso, non ha mai smesso di spingere il team verso lo sviluppo, non ha mai perso la fiducia nelle proprie possibilità.

Dall’Olanda in poi è iniziata una delle rimonte più impressionanti della storia recente della Formula 1. Sei vittorie pazzesche (e tre podi) che lo hanno riportato in lizza per il titolo, una costanza di rendimento semplicemente incredibile, una capacità di non sbagliare mai che ha messo pressione costante sui rivali. Ogni gara era una sentenza: Max vinceva, gli altri inseguivano.

La squalifica McLaren di Las Vegas gli ha dato l’opportunità di giocarsi tutto ad Abu Dhabi, e anche lì Max ha fatto la sua parte, vincendo la gara e sperando in un errore di Norris che non è mai arrivato. Ha perso il mondiale, ma ha guadagnato ancora più rispetto da parte di tutti gli addetti ai lavori. Come lui stesso ha malignamente sottolineato in diverse occasioni, se si fosse trovato al posto di Norris o di Piastri avrebbe vinto il mondiale già a metà stagione… I due punti che gli sono costati il mondiale dove li avrà persi? Butto lì i miei 2 cents: a parte le due vittorie di Suzuka e Imola, in alcuni dei GP precedenti a Zandvoort, in questo sguardo retrospettivo, ho avuto la sensazione che il nostro non abbia proprio dato il massimo, forse conscio della troppa superiorità dell’avversario diretto. Mi vengono in mente il Bahrain, Barcellona, Silverstone e Budapest. Avete presente Alonso quando entrava in modalità cruise control perché leggeva la gara e non si dava chance di vittoria e poi non poteva approfittare di qualche errore davanti perché ormai troppo lontano (non ho tempo per ripercorrere anni e anni di gare ma gli è capitato anche quando nel 2023 aveva un’Aston Martin da podio)? Ecco, quella cosa lì, quel quid impalpabile che non è un momento preciso, una gara in particolare o un qualche evento di dettaglio facilmente identificabile. Secondo la mia opinabilissima visione della questione, Max sa perfettamente dove li ha persi, quei 2 punti, che non sono certo lo zero dell’Austria o il sorpasso di Norris ad Antonelli in Qatar (eventi su cui non ha alcuna responsabilità) ma che non ce lo dirà mai. Rimane comunque il miglior pilota visto in pista nel 2025 che, proprio per questo, per la rimonta quasi-epocale che lo ha visto protagonista, per la perfezione di guida che ha mostrato nella seconda parte del mondiale nonostante la vettura inferiore, lo consacrano ancor più dei mondiali vinti quale leggenda assoluta di questo sport.

  1. OSCAR PIASTRI – voto 8

La stagione di Oscar Piastri rimarrà probabilmente come quella delle occasioni mancate. L’australiano ha iniziato l’anno come un treno in corsa, dominando le prime gare con una facilità disarmante e costruendosi un vantaggio in classifica che sembrava inattaccabile. Per settimane, Oscar è stato semplicemente il pilota più veloce e più consistente della griglia, quello che faceva la differenza quando contava, quello che a differenza del suo compagno Norris sembrava perfettamente in controllo di ogni situazione al punto da far spuntare il nomignolo Iceman 2.0 che un po’ tutti gli addetti ai lavori e appassionati hanno cominciato ad affibbiargli.

Poi è arrivato Baku. Quel maledetto weekend azero che ha segnato un prima e un dopo nella stagione di Piastri. Da quel momento, qualcosa si è rotto nel meccanismo perfetto che aveva caratterizzato la sua stagione sino a quel momento. Quella sicurezza granitica e quella capacità di fare sempre la scelta giusta al momento giusto che sembrava aver conquistato sembravano svanite.

Il sorpasso di Norris in classifica è arrivato quasi inevitabilmente, seguito da quello di Verstappen nelle ultime gare. Oscar ha chiuso terzo a soli 13 punti dal compagno campione del mondo, ma la sensazione è che questo fosse il suo anno, il suo momento. Con la migliore macchina in pista per tutta la stagione, con un vantaggio di oltre 100 punti a metà campionato, avrebbe dovuto vincere il mondiale. Invece si ritrova terzo, con tanti rimpianti e la consapevolezza amara di aver lasciato sfuggire un’opportunità che, forse, potrebbe non ripresentarsi più. Cosa è successo? Non credo ci siano tanti misteri da svelare. L’erroraccio di Baku lo ha sopraffatto al punto che, vinto dallo sgomento, ha corso il resto del mondiale nel panico di poter ripetere quell’errore. Con fare meno aulico e facendo ricorso al bagaglio idiomatico-lessicale di un frequentatore di bettole, si è cagato in mano rimane l’espressione più adatta per descrivere il suo mondiale dopo la tappa azera.

Resta un talento cristallino, uno dei migliori della griglia, ma dovrà dimostrare di saper gestire la pressione nei momenti decisivi se vorrà vincere titoli in futuro. Ovviamente il suo 2025 rimane eccellente. Rispetto al passato è migliorato tantissimo soprattutto sotto il profilo della velocità pura, ove nelle precedenti due stagioni peccava non poco, quantomeno nei confronti di Norris, e ha dimostrato di sapere come si vince una gara. Ci ha anche fatto capire che tutto ciò non è ancora sufficiente per diventare campione del mondo. Ma se guardiamo la sua data di nascita c’è di che essere fiduciosi per il futuro.

  1. GEORGE RUSSELL – voto 9

Fatevi una domanda e cercate di rispondere sinceramente: quale pilota, dopo Verstappen è stato il migliore in stagione? Io ritengo che sia stato proprio lui,  George Russell, che chiude al quarto posto una stagione di grande solidità e maturità. Con una vettura afflitta da disturbo multiplo della personalità mai realmente in grado di impensierire le McLaren, il britannico ha portato a casa risultati importanti gara dopo gara, costruendo un bottino di 319 punti che rappresenta probabilmente il massimo estraibile dalla W16 a sua disposizione.

La costanza di rendimento è stata il suo punto di forza: pochissimi errori, qualifiche sempre ai vertici, gare gestite con intelligenza e senza forzature inutili e senza quella disastrosa qualifica a Montecarlo sarebbe stato l’unico pilota sempre a punti nel 2025. Russell ha dimostrato di essere un pilota completo, velocissimo e solido, capace di massimizzare il risultato anche quando la vittoria non era alla portata e di vincere quando lo era (unico vincitore in stagione, per ben due volte, al di fuori del trio di testa). I suoi podi sono stati sempre meritati, frutto di prestazioni solide più che di sfortune altrui.

Ha portato a scuola il suo nuovo team mate, il nostro Antonelli, senza smargiasseria e senza cattiveria, con un aplomb che più britannico non si può che gli ha consentito di affermarsi quale leader indiscusso della Mercedes, il che non era proprio scontato dopo l’uscita di Hamilton (e con Toto a pressare Max come Gentile su Maradona ai mondiali dell’82…). Si dice che l’unico pilota capace di poter contendere il titolo a Max in condizioni tecniche simili sia Leclerc, il che è vero, ma io ci aggiungerei il buon George che forse paga qualche millesimo di velocità ai due citati (ma proprio millesimi, eh!) ma in quanto a solidità psicologica e visione strategica in gara non ha nulla, ma proprio nulla, da invidiare loro.

  1. CHARLES LECLERC – voto 9 meno

La stagione di Charles Leclerc è stata quella della frustrazione consapevole. Il monegasco ha guidato magnificamente per tutta l’annata, estraendo dalla SF-25 prestazioni che sulla carta la vettura non avrebbe dovuto permettere, ma si è dovuto arrendere all’evidenza: la Ferrari non aveva il passo per lottare con le prime tre squadre.

Gara dopo gara, Charles ha dimostrato ancora una volta di essere uno dei talenti più puri della griglia, capace di giri in qualifica da brividi e di gestioni gara impeccabili. Ma quando la vettura paga decimi su decimi al giro ai migliori, anche tutto il talento del mondo non basta a fare miracoli. I 242 punti conquistati rappresentano probabilmente il massimo possibile con quel materiale, e questo già la dice lunga sulla prestazione di Leclerc.

Il punto vero della sua stagione, la vera unità di misura che ci consente di dargli il “votone”, consiste naturalmente nel confronto con il suo osannatissimo nuovo compagno di squadra. Il confronto con Hamilton, infatti, era uno dei motivi più interessanti della stagione. Se l’ormai attempato eptacampeao l’avesse messo sotto allora tutto il paddock e tutti gli addetti ai lavori avrebbero dovuto ridimensionare la considerazione che avevano sempre avuto di lui. Niente più wonder boy, niente più predestinato, niente più l’unico-vero-rivale-di-Max. Invece nulla di tutto ciò. Fin dal primo giro di test ha letteralmente seppellito Hamilton con dozzine e dozzine di decimi in tutte le circostanze, su tutte le piste, in tutte le gare. In qualifica 19-5 con una pole e 5 prime file mentre Lewis è rimasto a zero e in gara sette podi contro zero di Lewis la dicono lunga sotto questo profilo. Potevamo chiedergli di più?

Il “meno” che accompagna il suo voto è l’esito di una mia personalissima speculazione più che una considerazione di merito. La sensazione è che forse (ed è un forse grande come una casa in questa Formula 1 che impiega centinaia di ingegneri in sala di progettazione) il nostro eroe non sia un drago nell’indirizzare gli sviluppi o nel dare indicazioni in tal senso. Quante volte in stagione l’abbiamo sentito affermare di aver trovato la strada (sottinteso: tecnica e assetto) per migliorare senza poi vedere nulla di concreto? Quante volte è capitato in passato in situazioni analoghe? Non è forse vero che negli scorsi anni sembrava che fosse Sainz più “sul pezzo” sotto questo profilo e che quest’anno, senza il buon Carlos e con il pre-pensionato occupato a scrivere fantomatici dossier, non sapeva che pesci pigliare? I rumors del paddock dicono che Max abbia inciso tantissimo nello sviluppo RBR di quest’anno mentre invece lo stesso non si può dire del nostro. Intendiamoci, non intendo affibbiare a Charles alcuna responsabilità nella debacle tecnica del cavallino, ci mancherebbe, però nemmeno si può dire che lui abbia aiutato a far luce nella confusione tecnica che si è protratta praticamente per tutto l’anno.

Nonostante questo, la sua stagione rimane, dal punto di vista del pilotaggio, di altissimo livello. In particolare e per quanto possibile, il punto sul quale quest’anno si è decisamente consacrato il suo migliore è stato nella gestione gomme, vera pecca del primo Charles visto in F1. Ciò rende ancora più amara la frustrazione di non poter lottare costantemente per la vittoria, e conseguentemente per il titolo, ma tant’è. Chissà cosa vedremo nel 2026.

  1. LEWIS HAMILTON – voto 4 1/2

La stagione di Lewis Hamilton, tanto attesa per via del clamore suscitato dal suo addio a Mercedes, è stata semplicemente disastrosa, direi persino indegna per un pilota del suo calibro. Il confronto con Leclerc è stato impietoso sia sotto il profilo velocistico sia sotto il profilo di condotta di gara. I numeri che ho elencato poc’anzi nel tabellino di Charles non lasciano spazio a interpretazioni e raccontano di un anno da dimenticare in fretta.

Non si può nemmeno dire che non si sia impegnato perché i distacchi da Charles hanno oscillato in un range abbastanza stabile per tutta la stagione il che è segno, per l’appunto, di una dedizione abbastanza costante. Ma è proprio questo che ci fa vedere così negativamente la sua stagione. Non è l’Hamilton del 2022 che, una volta accortosi di guidare un mezzo catorcio, si era messo a guidare con il gomito fuori dal finestrino mangiando pop-corn. Qui stiamo parlando di un Hamilton che si era preparato al massimo per poter fare una figura di alto livello, pronto ad approfittare mediaticamente di un connubio potenzialmente esplosivo. Ve l’immaginate un 2025 in cui Lewis avesse lottato per il mondiale contro Max guidando una Ferrari?! Se si accetta la premessa del suo massimo impegno allora la delusione della sua stagione è destinata ad essere giudicata come un fallimento vero e proprio.

Per dargli mezzo voto in più ho dovuto derogare dal mio intento di non parlare e non considerare le “garette” del sabato: la sua vittoria in Cina in quel frangente è stato il classico fuoco di paglia.

A differenza di molti frequentatori di queste lande, io sono tra coloro che pensano di Hamilton che sia stato un fenomeno. Ma, ecco, è proprio questo il punto: è stato. Verbo al passato. Della stagione 2018 si tende a sottolineare l’errore fatale di Vettel a Hockenheim e gli sviluppi non eccellenti di Ferrari e poco la sua strepitosa guida. Se quell’anno Lewis non fosse stato perfetto (e sono in buona compagnia a pensarlo: sua santità, Niki Lauda, dixit) oggi i tifosi Ferrari non sarebbero digiuni di titoli dal 2007… Ma già nel 2019, pur dominato, si vedeva che guidava senza grandi motivazioni, senza i guizzi del campione, probabilmente appagato e affaticato dall’intensità delle due difficili annate precedenti (anzi tre se consideriamo anche il 2016 perso contro Nico anche se quella sconfitta odora più di hybris causa un inizio di stagione inguardabile)  Per quanto mi riguarda avrebbe dovuto ritirarsi nel 2020, da pluricampione indiscusso. La fiammata del confronto con Max del 2021, peraltro perso (anche se nel modo assurdo che sappiamo), è stata solo una buona base per la sceneggiatura di un film e non certo un’inversione di tendenza.

Sono passati anni e anni e l’unica cosa che si può dire di Lewis è che purtroppo non è un highlander come Fernandello nostro. E vederlo arrancare in pista, alle volte persino scherzato da qualche rookie (vero Ollie?), è pure abbastanza triste, se vogliamo.

Se continua, al netto di contratti e questioni finanziarie ecc. ecc. che non voglio toccare in questa sede, è solo per vedere cosa succederà con il cambio tecnico epocale che si prospetta nel 2026. In tutta onestà, io ci credo poco.

  1. ANDREA KIMI ANTONELLI – voto 7 ½

Andrea Kimi Antonelli ha compiuto un’impresa che va oltre i numeri: alla sua prima stagione in Formula 1, da rookie appena diciottenne, è approdato direttamente in un top team come Mercedes, con rischio di bruciarsi subito la carriera e che invece ha gestito con una maturità sorprendente.

Il confronto con Russell – questo è il punto cruciale – è stato la vera cartina di tornasole della stagione di Kimi. George ha vissuto un 2025 straordinario, probabilmente la sua miglior stagione in carriera, chiudendo quarto assoluto e dominando la Mercedes con autorità. Avere come compagno di squadra un pilota di quel livello, in quel momento di forma, avrebbe potuto annichilire qualsiasi rookie. Invece Antonelli se l’è cavata molto, molto bene.

La prima metà di stagione è stata complicata. Dopo un inizio promettente, Kimi è sembrato andare in difficoltà, e anche chi scrive si è lasciato indurre in qualche giudizio negativo di troppo, non considerando adeguatamente l’eccezionale livello di Russell che avrebbe dovuto fungere da pietra di paragone. Il distacco nelle qualifiche era evidente, alcune gare sembravano confermare i timori di chi pensava che il salto fosse stato troppo grande, troppo prematuro.

Ma riconsiderando a posteriori la straordinaria stagione di Russell, quella di Antonelli, con tutte le tare dell’esordio assoluto e della pressione mediatica insostenibile per un diciottenne che rappresenta le speranze della Formula 1 italiana, va salutata con tutti gli applausi del caso. Kimi ha retto l’urto, non si è mai perso d’animo, ha continuato a lavorare con umiltà e dedizione anche quando i risultati tardavano ad arrivare.

Dal punto di vista velocistico ha avuto alti e bassi, normalissimi per un rookie. Ma, ancora una volta, vanno pesati e misurati nel confronto diretto con il compagno di squadra. Alcuni weekend Antonelli è stato vicino a Russell, altri più distante e nella seconda parte di stagione è costantemente migliorato sopravanzando prestazionalmente Russell in diverse occasioni e standogli davanti in gara un paio di volte con la perla del secondo posto in Brasile. La costanza arriverà con l’esperienza. Interessante anche il fatto che, mediamente, sia stato più veloce in gara che in qualifica, il che è segno di ampi margini di miglioramento che speriamo di vedergli fare in futuro.

La Mercedes ha trovato il suo futuro, ne siamo certi o quantomeno lo speriamo vivamente: quanti anni sono che non vediamo un pilota italiano vincere un GP? Se la memoria non m’inganna si va indietro di una ventina d’anni ai tempi in cui Fisichella guidava la Renault. Se poi cerchiamo di ricordare un italiano capace di lottare per un mondiale dobbiamo addirittura andare al 1985, ricordando il compianto Michele Alboreto, indimenticato e indimenticabile gentleman driver di impareggiabile classe.

Antonelli ha dimostrato di avere tutto ciò che serve: talento cristallino, capacità di apprendimento, umiltà nel lavorare, nervi saldi sotto pressione. Il 2026 sarà l’anno della crescita vera, dove ci aspettiamo di vederlo fare il salto di qualità definitivo e avvicinarsi ulteriormente a Russell.

  1. ALEXANDER ALBON – voto 6 ½

Il buon Alex ha vissuto un 2025 a due facce. La prima parte di stagione di assoluto livello mentre la seconda parte largamente insufficiente. Williams quest’anno si è finalmente presentata al via senza un catorcio e il nostro ne ha saputo approfittare alla grande portando a casa parecchi punti con guida solida e veloce. In questa fase sembrava addirittura dare mostra di una classe ben superiore a quella di Carlos Sainz, il suo nuovo compagno di squadra, e gli addetti ai lavori hanno cominciato a pensare che tutto il buono che nelle scorse due stagioni (se ricordate, prima dell’annuncio di Hamilton, il nostro era stato accostato alla Ferrari più di una volta – e nessuno avrebbe avuto da ridire, aggiungo) Alex aveva mostrato sembrava lo avesse addirittura fatto assurgere a materiale da top team. Ecco, sembrava. Quando invece Carlos ha cominciato a “sentire” la vettura e ad adattarvisi con via via più scioltezza ecco che il nostro buon Alex è quasi letteralmente sparito. Il suo finale di stagione è stato disastroso sia a livello di risultati che, soprattutto, di prestazione nel confronto con Sainz. In qualifica è eloquente il 9-15 rimediato contro Carlos con il gap che si è aperto nella seconda metà (2-10). Carlos ha colto un paio di podi eccezionali quando lui nemmeno ci si è mai avvicinato. Insomma, nonostante i tanti punti raccolti e l’ottima posizione raggiunta nel mondiale (la migliore della carriera se escludiamo l’anno in RBR) la sensazione di una forte delusione è piuttosto importante. Tutto ciò suona come un paradosso ma non si può fare a meno di rilevare che se questo trend continuerà anche il prossimo anno la carriera del nostro buon Alex rischia di rimanere invischiata nei bassifondi.

  1. CARLOS SAINZ – voto 7 ½

La stagione di Carlos Sainz è speculare contraria a quella di Albon. Ad un inizio assai deludente in cui non solo non arrivavano i risultati ma anche a livello di performance sembrava anni luce lontano da Albon è corrisposta una seconda parte di stagione di assoluto livello. Un pilota della sua intelligenza avrebbe forse dovuto impiegare meno tempo per adattarsi alla vettura e questa è la pecca maggiore del suo 2025 perché l’opportunità di rientrare in un top team passa anche da questi particolari. Tuttavia, l’esaltante recupero mostrato nella seconda parte di stagione non ha affatto deluso. Se escludiamo il fasullo secondo posto della scandalosa Spa del 2021 ottenuto da Russell bisogna andare al 2017 per ricordare una vettura di sir Frank su un podio vero (peraltro, ci credereste? Un giovanissimo Stroll che fece faville a Baku!!) e il nostro buon Carlos nel 2025 ci è salito per ben due volte (Baku e Qatar) peraltro con due gare delle sue: veloci e intelligentissime.

Qualche errore di troppo, dettato da frustrazione, quando ancora non era sicuro di sé dentro l’abitacolo ne ha condizionato il confronto in classifica nei confronti di Albon ma noi tutti sappiamo chi è uscito vincitore dalla sfida interna nel 2025. Bravo! (e perché mai sancte domine Ferrari ha fatto questa mossaccia di privarsi di un pilota così?!)

  1. FERNANDO ALONSO – voto 8 1/2

A 44 anni compiuti, Fernando Alonso continua a sfidare le leggi del tempo e della fisica. Con una Aston Martin deludentissima, lo spagnolo ha portato a casa 56 punti, chiudendo decimo nella classifica mondiale. Un risultato che, considerato il materiale a disposizione, ha del miracoloso.

La costanza di rendimento di Fernando è stata impressionante. Gara dopo gara, ha estratto dalla AM prestazioni che sulla carta non avrebbe dovuto permettere, massimizzando ogni opportunità e commettendo pochissimi errori. La sua esperienza pluridecennale ha fatto la differenza in situazioni complicate, permettendogli di portare a casa punti anche quando tutto sembrava remare contro.

Il confronto con Stroll è stato, come al solito, impietoso. Lance ha raccolto 33 punti contro i 56 di Fernando, un distacco che non rende nemmeno completamente giustizia al divario prestazionale reale. Alonso lo ha dominato in ogni statistica, confermando ancora una volta di essere uno dei piloti più completi della griglia.

E vi dirò di più. L’età avanza anche per il nostro eroe asturiano perché in un paio d’occasioni avrebbe persino potuto giocarsela per un podio che avrebbe avuto del miracoloso se non fosse stato per uno di quei pochissimi errori che citavo poc’anzi. Mi riferisco soprattutto al Qatar dove avrebbe potuto giocarsi il terzo posto in uno scontro ad altissimo livello di QI formulaunistico con Sainz se non fosse stato per un three-sixty improvvido quanto decisivo poco dopo metà gara.

Chissà se l’anno prossimo il genio di Newey si concretizzerà nuovamente in una vettura da sogno. Che farà, in questo caso, il nostro eroe? Vedremo nuovamente un vincitore ultraquarantenne in Formula 1? Bisogna andare agli anni 50 (!!!) per vedere qualcuno appartenere a questa speciale classifica: riusciremo ad affiancare il nome di Fernando Alonso a quelli leggendari di Piero Taruffi, Juan Manuel Fangio, Nino Farina e Luigi Fagioli? Incrociamo le dita!

  1. NICO HÜLKENBERG – voto 7 1/2

Nico Hülkenberg chiude undicesimo con 51 punti una stagione solida e concreta. Il tedesco ha confermato di essere un pilota affidabile e veloce, capace di massimizzare le prestazioni della Sauber e di portare a casa punti preziosi con regolarità.

Su tutto spicca il primo podio in carriera conquistato a Silverstone e salutato con enorme piacere da tutto il paddock oltre che dagli appassionati. In quel momento Sauber era salita addirittura al sesto posto nel costruttori e… peccato che subito dopo il nostro si sia addormentato per qualche GP prima di riprendere a fare punti: il nono posto finale nel costruttori, un po’ deludente (ma anche no se consideriamo da dove erano partiti) per come si erano messe le cose. Buono il confronto con un altro rookie di belle speranze, Bortoleto, sul quale ha prevalso ampiamente (e prevedibilmente) nella prima parte di stagione per poi soccombere proprio nel suo periodo di smarrimento dopo Silverstone ma infine ripresosi nel finale dopo che, chissà?, ha smaltito la sbornia. Scommetto che sta incrociando anche le dita dei piedi nella speranza che il team messo insieme da Binotto sforni un’Audi da primi posti in griglia…

  1. ISACK HADJAR – voto 8 ½ rookie of the year

Alla sua prima stagione in Formula 1, Isack Hadjar ha dimostrato di meritare ampiamente il sedile in Racing Bulls. Il giovane francese ha chiuso dodicesimo con 51 punti, alla pari con Hülkenberg, un risultato eccellente considerando che si trattava del suo anno di debutto nella categoria.

Mi sento di assegnargli il premio di matricola dell’anno non solo e non soltanto per i concreti risultati conseguiti ma anche per la performance che è riuscito a ricavare dalla vettura e per la forza mentale che ha dimostrato sia in generale sia nei confronti con i compagni di squadra.

Inoltre, ammetto di essere rimasto molto colpito dalla straordinaria reazione all’imbarazzante esordio australiano. Uscire come un pollo nel giro di ricognizione nel GP di debutto è un colpo che abbatterebbe chiunque. Ma non il nostro buon Isack che non solo si è ripreso alla grande ma per tutto l’anno è andato come un treno asfaltando chiunque si mettesse sulla sua strada aggiungendo la straordinaria perla del podio di Zandvoort che ha messo il sigillo sulla sua ottima stagione.

Hadjar ha mostrato velocità pura sin dalle prime gare e grandissima combattività che si è rivelata preziosissima in un campionato così livellato come quello di quest’anno. La sua capacità di adattamento è stata impressionante, con una curva di apprendimento rapidissima che gli ha permesso di essere competitivo sin da subito.

Ha avuto anche qualche momento di incertezza (soprattutto nella parte centrale del campionato), normale per un rookie, ma ha saputo sempre reagire con carattere e determinazione.

L’andamento della sua stagione è stato abbastanza parallelo a quello di Antonelli ma considerando la disparità di mezzi e qualche errore in meno commesso in bagarre mi fanno dire che il premio di rookie of the year sia ampiamente meritato.

Rispetto a quanto fatto da Lawson la stagione precedente, la sua promozione in RBR, che potrebbe apparire improvvida visto l’impari confronto che lo attende, forse è meno rischiosa visto l’imponente cambio tecnico in vista: la scusante per eventuali gap prestazionali sarebbe ampiamente giustificata. Inoltre, visto il suo caratterino, non mi sorprenderei se invece di soccombere come i suoi predecessori lo vedessimo ben figurare al cospetto di Max. Forza Isack!

  1. OLIVER BEARMAN – voto 7 1/2

Oliver Bearman ha vissuto una stagione da montagne russe, alternando prestazioni brillanti a momenti di difficoltà, ma chiudendo comunque in modo positivo con 41 punti e un tredicesimo posto finale che rappresenta un buon risultato per un rookie.

Il giovane britannico ha mostrato sin da subito di avere talento cristallino, con qualifiche spesso eccellenti e gare gestite con maturità superiore alla sua esperienza. Alcune prestazioni, in particolare nella seconda parte della stagione, sono state semplicemente straordinarie, con Bearman capace di tenere testa a piloti ben più esperti e con vetture sulla carta più veloci.

Mi ha fatto particolare impressione il fatto che abbia stravinto il confronto con Ocon che non è stato numericamente ancora più rilevante solo per via degli inevitabili errori da rookie che ha commesso qui e là durante la stagione. Un risultato notevole considerando che il francese è un pilota navigato con anni di esperienza in Formula 1. Oliver lo ha spesso dominato sia in qualifica che in gara, dimostrando di avere quel qualcosa in più che fa la differenza e che fa ben sperare il cavallino se l’eptacampeao dovesse prendere anzitempo la decisione di dedicarsi ad altro…

Nella simbolica gara di matricola dell’anno arriva una virgola sotto ad Hadjar e Antonelli ma solo per via di qualche errore in più dovuto alla troppa irruenza. Rimane comunque uno dei prospetti più interessanti per il futuro. Bravo!

  1. LIAM LAWSON – voto 5 ½

Liam Lawson chiude quattordicesimo con 38 punti una stagione di alti e bassi. Il neozelandese ha mostrato lampi di talento alternati a momenti di difficoltà, senza mai riuscire a trovare quella costanza di rendimento necessaria per fare il salto di qualità.

Le sue prestazioni però, in fin dei conti, sono più deludenti che esaltanti: alcuni weekend buoni e molti completamente anonimi. In qualifica ha faticato più del previsto, mentre in gara ha mostrato buone capacità di rimonta ma anche una tendenza a commettere errori nei momenti decisivi.

L’immediato declassamento da RBR a Racing Bulls di certo non lo ha aiutato anche se l’unica deduzione che se ne può trarre è che è stato un errore accettare l’offerta di Marko. Il confronto con Hadjar è stato decisamente vinto da quest’ultimo

La Racing Bulls lo ha confermato per il 2026 forse solo perché non voleva trovarsi con due rookie dopo la “promozione” di Hadjar in RBR quindi il prossimo anno sarà decisivo: o fa il salto di qualità o rischia di essere scaricato dal programma Red Bull.

  1. ESTEBAN OCON – voto 4

La stagione di Esteban Ocon in Haas è stata decisamente deludente. Il francese chiude quindicesimo con 38 punti un risultato magro per uno della sua esperienza e del suo curriculum.

Il confronto con Bearman è stato perso in modo sorprendente sia per il fatto in sé sia per via delle performance che sono state tutte appannaggio del giovane britannico. Ocon è un pilota navigato, con anni di esperienza ai massimi livelli, e capace di exploit di altissimo livello (abbiamo ancora tutti negli occhi Brasile 2024, vero?) eppure si è fatto spesso dominare dal rookie britannico. La sensazione è che la motivazione sia calata drasticamente, e che Esteban stia ormai navigando a vista in attesa di capire quale sarà il suo futuro.

In qualifica è stato discontinuo, in gara raramente efficace e non ha mai tirato fuori l’exploit salva-stagione che ne ha caratterizzato la carriera. Ammetto di essere prevenuto: Ocon non mi è mai piaciuto quindi il votaccio glie lo do volentieri!

Il 2026 sarà probabilmente l’ultima chance per Ocon di rilanciare la sua carriera in Formula 1.

  1. LANCE STROLL – voto 4

Lance Stroll chiude sedicesimo con 33 punti l’ennesima stagione deludente della sua carriera. Il canadese continua a non convincere, mostrandosi costantemente inferiore al compagno di squadra Alonso e commettendo errori che un pilota di Formula 1 non dovrebbe permettersi.

Il confronto con Fernando è stato, come sempre, impietoso. 33 punti contro 56, ma il divario prestazionale reale è stato ancora più ampio. Stroll è stato dominato in qualifica, spesso eliminato già in Q1, e in gara ha raramente mostrato il ritmo necessario per competere anche solo per la zona punti dove invece il suo attempato compagno di squadra riusciva a giocarsela costantemente.

La sensazione è che Lance sia ormai un pilota a fine corsa e senza motivazioni che mantiene il sedile solo grazie alle note ragioni. Senza questa particolare situazione, difficilmente avrebbe ancora un posto in Formula 1. Il talento in realtà ci sarebbe, ma la mancanza di costanza, la fragilità mentale e l’incapacità di imparare dagli errori lo condannano a essere un eterno mediocre.

Mah!

  1. YŪKI TSUNODA – voto 5

Yūki Tsunoda chiude diciassettesimo con 33 punti una stagione complicata che si è conclusa con la dolorosa esclusione dalla Red Bull in favore di Hadjar. Il giapponese ha pagato forse oltremisura l’improvvida decisione di accettare il richiamo di Marko. Ma non c’è altro da dire se non rilevare la sua anonimità in una stagione in cui è praticamente scomparso dai radar.

C’è stata qualche week end, soprattutto nella seconda parte di stagione, a seguito del miglioramento del pacchetto tecnico di RBR, in cui ha mostrato qualche segno della sua presenza ma niente di più.

È un peccato, perché Tsunoda a Faenza stava facendo tutto sommato abbastanza bene: era migliorato anno dopo anno e stava costruendosi una carriera se non eccellente almeno dignitosa. Invece ora, dopo questa annata da incubo, farà molta fatica a ritrovarsi.

  1. PIERRE GASLY – voto 6

La stagione di Alpine è stata semplicemente disastrosa ed è quindi difficile esprimere un giudizio sulla stagione dei suoi piloti. Il francese chiude diciottesimo con soli 22 punti, un risultato imbarazzante per uno della sua esperienza ma che, al contrario, potrebbe pure essere giudicato non del tutto negativamente considerando la povertà del mezzo di cui disponeva.

Il pilota c’è ancora, a mio giudizio, e ne sono testimoni certe prestazioni in qualifica di buon livello (su tutte il sorprendente quarto posto in griglia in Bahrein e le Q3 conquistate nel finale di stagione) ma il rischio di navigare sempre nelle retrovie è quello di perdere l’abitudine a lottare per qualcosa d’importante e di lasciarsi andare ad una certa arrendevolezza che quest’anno ha fatto troppo spesso capolino dietro il casco del francese.

Può vantare il dominio totale in squadra sia contro il povero Doohan che contro Colapinto che gli tiene alta la fiducia. Vedremo che accadrà nella prossima, misteriossima, stagione dove Alpine monterà il chiacchieratissimo motore Mercedes…

  1. GABRIEL BORTOLETO – voto 6 meno

Gabriel Bortoleto chiude diciannovesimo con 19 punti una stagione da rookie piuttosto difficile. Il brasiliano è arrivato in Formula 1 con grandi speranze, ma ha faticato tremendamente ad adattarsi al livello della categoria.

Gli errori sono stati troppi, la velocità pura spesso insufficiente. Bortoleto ha mostrato qualche lampo di talento, è vero, ma troppo sporadicamente per poterne dare un giudizio concreto e prospettico. Il confronto con un pilota di grande esperienza e in cerca di rilancio come Hulkenberg non è stato certo facile per lui. Tuttavia, va rilevato che l’andamento della sua stagione è stato assai diverso da quello dei tre migliori rookie (Hadjar Antonelli Bearman) del mondiale. Mentre questi hanno avuto un andamento riassumibile grossolanamente in bene-male-bene il suo è stato speculare: male-bene-male. Ha avuto, cioè, un inizio assai difficile, una buona parte centrale di stagione e poi un finale nuovamente difficile ed è questa forse la maggior perplessità sulla sua stagione.

Di converso c’è da dire che il suo adattamento al circus, con tutte le pressioni mediatiche coinvolte, sembra essere stato a detta di tutti gli addetti ai lavori assai eccellente il che è segno di una solidità di carattere che fa ben sperare per il prosieguo della sua carriera. Del resto, da un protetto di Alonso non potevamo aspettarci niente di meno!

La conferma in Sauber o, meglio, in AUDI con l’entrata di nuovi capitali e l’incrocio di dita legato al nuovo corso tecnico saranno un bel banco di prova per il 2026. E poi ci sta simpatico.

  1. FRANCO COLAPINTO – voto 5

Franco Colapinto chiude la stagione con zero punti, e anche se l’argentino è stato chiamato a sostituire un pilota a stagione in corso, situazione sempre complicatissima per chiunque, facciamo fatica a trovargli grandi attenuanti. Certo, non poteva fare granché nel disastro Alpine del 2025 ma almeno Gasly ha provato a remare controcorrente cogliendo qualche occasione per portare punti alla causa mentre lui, invece, non ha saputo fare granché.

Nonostante ciò, ha ottenuto il rinnovo per il 2026. Staremo a vedere.

  1. JACK DOOHAN – voto 5

Jack Doohan chiude la stagione dopo sei gare, senza punti e con prestazioni deludenti. Sono del parere che peggio di Colapinto non avrebbe fatto se avesse continuato ma non ci sono dubbi che in quelle poche gare non ha fatto vedere nulla di rilevante. Sarebbe da rivedere in una stagione intera ma sarà difficile. Di certo c’è che se gli capiterà un’altra occasione (e con il geometra in avanzato stato di decomposizione mai dire mai) per dimostrare il suo valore non dovrà lasciarsela sfuggire.

 

Alla prossima!

 

Life is racing, all the rest is waiting