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F1 2018 AMERICAN GP: AN INTRODUCTION

COTA. Circuit of the Americas. Austin, Texas.

This will be the end? Probabilmente no, ma ci andremo molto vicini. Quando prima di un GP si cominciano a fare ipotesi su “Tizio sarà campione se Caio arriverà nella posizione x” allora vuol dire che l’epilogo è vicino.

“Quando sono già stato quì?” Questa potrebbe essere la frase che la gran parte dei ferraristi potrebbe porsi in questo weekend. Disappunto che anche quest’anno viene esorcizzato nell’analisi delle colpe. Piloti, squadra, FIA. Lo stesso copione da anni con minime variazioni giusto per renderlo meno noioso ma ugualmente irritante (in base ai punti di vista ovviamente)

Più colpa di Vettel? Oppure della Scuderia, di Arrivabene? Oppure è la solita Fia che vuole male al simbolo stesso della F1? Ross Brawn, che a Maranello ha lasciato la “miseria” di 5 mondiali e 57 vittorie, ha dato di recente un suggerimento non richiesto ma molto sensato alla Scuderia, quello di rimanere uniti nelle difficoltà e di non iniziare il gioco delle colpe. Invece i rumors e gli atteggiamenti visti a Suzuka indicano un’altra realtà, quella di un team lontano da quello visto a inizio stagione, con una apparente eppur avvertibile frattura tra il pilota e il team principal, tra quest’ultimo e il direttore tecnico e la squadra tutta.

Ha ragione Ecclestone a definire con lombrosiana sicumera che è la “troppa italianità” del team la causa principale dei suoi mali? Oppure più semplicemente, ma non per questo giustificabile, la morte di Marchionne e la totale mancanza di un management all’altezza abbiano provocato i danni che si sono visti dalla domenica di Monza al tragicomico Gp del Giappone? Che hanno portato un pilota vincitore di 4 mondiali ad essere definito un pilota fragile da eminenti addetti ai lavori, un team principal ad accusare apertamente i suoi ingegneri e questi ultimi a barcamenarsi con una monoposto che si è trasformata in una bestia difficile da addomesticare?

Lasciando perdere cali prestazionali in merito a sensori e batterie, che pure avrebbero una certa base di fondamento, resta l’istantanea di una squadra che non è assemblata e addestrata per una maratona lunga 21 gp. Gli addetti ai lavori dicono che una maratona comincia a farsi selettiva dopo il 30esimo chilometro. E i fatti dicono che a questa soglia la Ferrari è arrivata col fiato corto a differenza della Mercedes, che è saputa stare in scia in momenti di crisi e ora opera un definitivo, quanto inaspettato nella sua perentorietà, allungo che la porterà solitaria al traguardo.

L’altra faccia del dualismo sono Hamilton, miglior stagione di sempre in F1, Wolff team principal che prende le decisioni più impopolari forte della logica del risultato finale da perseguire che già si era vista nella Ferrari dell’era Todt (però con la pretesa di insegnare agli altri come ci si comporta in merito) e un team che è capace di produrre uno sforzo tecnologico ed economico proprio quando serviva di più.

C’è da restare annichiliti e sgomenti anche guardando al 2019, consci che l’avversario sembra imbattibile e non sbaglia un colpo. E con una RBR che è sempre all’agguato e che potrebbe avere la PU Honda come arma per operare un definitivo salto di qualità, potendo già contare sul pilota più annunciato, più tosto e più benvoluto dai commissari Fia.

Detto ciò, ecco un’altra serie di notizie interessanti ci accompagnano verso l’appuntamento di Austin, circuito che non è la solita “tilkata” ma un collage, finalmente con un senso, di famigerate sezioni di altri circuiti da pelo sullo stomaco, come la sequenza Maggotts-Becketts-Chapel, il motodrome di Hockenheim e la curva 8 del circuito di Istanbul.

– Hamilton propone l’inversione della griglia per rendere interessanti i Gp più noiosi della stagione. Un altro passo verso la Formula wrestling?

– la FIA ufficializza il calendario 2019 che è una replica di quello del 2018. Con un deciso sdoganamento del tuning delle monoposto, che avranno le luci di posizione anche sulle paratie dell’ala posteriore

– la Williams ufficializza George Russel, prossimo campione della F2, come pilota per il 2019. Di sicuro Ocon e Kubica saranno altrettanto felici come il giovane inglese, più che altro per non dover guidare quella che nel 2018 si è dimostrata la peggior monoposto.

– I commissari Fia sanzioneranno i piloti che compiono un doppio spostamento in difesa della loro posizione in fase di tentato sorpasso da parte di un avversario. Cattiva notizia per Vettel? O Verstappen?

Tornando all’analisi delle variabili in pista, Pirelli non sceglie il salto di mescola per il Gp di Austin e propone soft, supersoft e ultrasoft, per un circuito dall’asfalto che non dovrebbe presentare eccessivi problemi di degrado anche se le mescole di quest’anno saranno di uno step più morbide rispetto a quelle del’anno passato. Nel 2017 la strategia migliore per chi partiva tra i primi 10 era la scelta di ultrasoft + soft, scelta che potrebbe essere copiata quest’anno ma che potrebbe anche vedere l’utilizzo della supersoft in Q2, per evitare di accorciare troppo il primo stint. Chi parte nelle retrovie potrebbe optare per la supersoft + ultrasoft, ma più probabile l’utilizzo della soft che offre maggiori garanzie in caso di sosta unica. Importante sarà gestire la frenata e la temperatura delle gomme nel rettilineo tra curva 11 e 12, oltre al possibile eccessivo scivolamento laterale nella sezione in contropendenza tra curva 2 e curva 10.

I tre top team questa volta si assomigliano nelle scelte con il solo Vettel a scegliere un treno di ultrasoft in più e il duo Red Bull che opta per un treno di supersoft più della concorrenza, con la sicurezza per tutti di poter provare adeguatamente passo e degrado di ogni mescola.

I team di seconda fascia e terza fascia hanno compiuto scelte più aggressive. Racing Point Force India, Williams e Sauber privilegiano le ultrasoft, Toro Rosso e Haas non pongono molta attenzione alla soft con Gasly e Grosjean, Renault copia Ferrari.

Fuori dal coro la McLaren che punta molto su soft. Da notare l’azzardo di Grosjean, Sirotkin , Gasly e Leclerc che hanno scelto un solo treno di soft.

Il meteo potrebbe riservare qualche sorpresa, con pioggia al venerdì e possibili rovesci al sabato e alla domenica, ma con percentuali sotto il 50%. Temperature piuttosto basse, difficilmente si supereranno i 20 gradi, con ovvie ricadute sulla gestione delle gomme.

Insomma, il palcoscenico sembra preparato per un’altra affermazione del duo Hamilton/Mercedes. Lo fanno supporre le ultime 4 vittorie di Hamilton su questo circuito e lo stato di forma della Mercedes. Ferrari è chiamata alla solita prova di orgoglio, quanto meno per ritrovare un po’ di ottimismo in vista del 2019, con Red Bull che sembra poter stabilmente impensierire la Scuderia e già proiettata all’anno prossimo, confortata dall’ottimismo dei tecnici Honda che si dicono sempre più vicini in termini di competititvità alle PU Ferrari e Mercedes, e “supportati” dalla decisione FIA di voler dare un ulteriore giro di vite all’utilizzo nelle qualifiche di olio nelle PU per ottenere un extraboost, grosso vantaggio per Ferrari e Mercedes e croce per la PU Honda.

Racing Point Force India continua il suo personale campionato che potrebbe anche portarla ad impensierire Renault e Haas per la vittoria del “gruppo B”. Si gioca in casa degli americani, potrebbe essere un vantaggio non da poco per la Haas. Anche Toro Rosso e Alfa-Sauber sono vicine nel punteggio, mentre McLaren e Williams aspettano solo che finisca il supplizio.

Rocco Alessandro

 

2018 F1 JAPANESE GP: AN INTRODUCTION

GP del Giappone. Circuito di Suzuka. Sveglia puntata ad orari inumani per essere una domenica mattina. Giusto 10 minuti prima della partenza, al diavolo caffè e colazione. Divano e occhio cerchiato in attesa dello start. In attesa di una gioia immensa, una gran delusione o semplicemente di una gara come molte altre. Si potrebbe definire un rito pagano votato al Dio delle corse. Almeno per chi come gli europei, questa religione l’hanno inventata e fatta prosperare. Diciassette curve, altrettante sfide, tantissime storie, pietre miliari nella storia della F1: Prost-Senna del 89-90, lo sfortunato Bianchi, l’incidente tra il “vecchio” Alesi e il “nuovo” Raikkonen nel 2001, il motore in fumo di Schumacher nel 2006, il contatto Schumacher-Sato del 2003, che quasi costava il mondiale al tedesco, i due titoli di Hakkinen e la vittoria di Raikkonen partendo diciassettesimo.

Storia recente e anche molto meno epica, sono il duopolio Red Bull-Mercedes che dal 2009 si dividono le vittorie, con l’unica eccezione di Button su McLaren del 2011. Monoposto dominanti che hanno lasciato briciole agli avversari, con Ferrari che non vince a Suzuka dal 2004.

Nel 2017 un componente da pochi euro, una candela di accensione, constringe Vettel al ritiro dopo pochi giri e priva la gara dell’unico motivo di interesse davvero valido, oltre che dare la definitiva mazzata alle speranze del tedesco e della Ferrari di vincere il titolo. Quest’anno si arriva a Suzuka con una situazione tecnica e di punteggio ancora più pesante. Le ultime due gare hanno evidenziato una Mercedes che sembra aver trovato la “pepita d’oro” prestativa che le possa permettere di amministrare senza patemi le ultime gare in calendario, una Ferrari che si scopre improvvisamente in deficit di potenza (si vocifera di un “trick” scoperto dalla FIA sulle batterie della MGU-K che garantirebbe una supplementare erogazione di potenza) e di trazione e un Hamilton con un vantaggio che si può definire quasi definitivo, 50 punti, mentre nel 2017 erano solo 34.

Segnali di risveglio li hanno dati Red Bull e Max Verstappen, autori di una bella gara partendo da fondo griglia in quel di Sochi e che potrebbero avere qualche voce in capitolo a Suzuka. Per quanto riguarda gli altri team, escludendo a priori Williams e McLaren che ormai fanno davvero solo numero, ci si potrebbe sbilanciare e immaginare una Sauber-Alfa lottare con Haas e Racing Point Force India per i punti. Fari puntati anche su Toro Rosso che dovrebbe portare una versione aggiornata della PU Honda, sicuri di essere riusciti ad operare il sorpasso nei confronti della PU Renault. I giapponesi vorranno fare bella figura in casa, vedremo se non si tratterà dell’ennesimo boomerang.

La speranza è quella di vedere una gara serrata tra Ferrari e Mercedes su una delle piste più belle del mondiale, che possa essere un buon viatico per una finale di stagione quanto meno appassionante per la lotta nei singoli GP.  Anche il meteo potrebbe giocare la sua parte nel rimescolare le carte e regalare qualche emozione in più. Al momento le previsioni danno un venerdì e sabato con pioggia e domenica soleggiato nelle ore centrali della giornata.

La scelta della pirelli per Suzuka non prevede salto di mescola: supersoft, soft e medium le gomme selezionate. Molto dipenderà dalle temperature ma potrebbe essere possibile l’utilizzo delle supersoft e delle soft in gara, proprio in questo ordine. Data la lunghezza del tracciato e la differenza di prestazione potrebbe essere difficile pensare di qualificarsi con soft nella Q2. Isola ha dichiarato che, considerando mescole più morbide rispetto al 2017 e l’asfalto abrasivo, saranno probabili due soste partendo con gomme morbide. Si era detto lo stesso nei precedenti GP, previsione che si è dimostrata del tutto errata.

Le scelte dei set di gomme dei piloti rivela una Ferrari nuovamente molto aggressiva nello scegliere coperture più morbide. Per entrambi i piloti un solo set di medium e ben 10 supersoft. Strategia che non ha pagato molto negli ultimi due appuntamenti, mentre i piloti MB hanno optato per una scelta più conservativa, portando più gomme soft e medium dei rivali.

I due Red Bull si sono posti a metà strada, snobbando le medium ma scegliendo più gomme soft di Ferrari e Mercedes. Scelte diverse che potrebbero avere conseguenze nel numero di gomme fresche da utilizzare in gara e nella definizione del setup corretto.

Gli altri team hanno fatto scelte paragonabili a Mercedes e Red Bull con l’eccezione della McLaren, assolutamente orientata su mescole più dure, segno di una scarsa fiducia nelle proprie possibilità in qualifica e di una partenza addirittura su gomma media.

Se Sochi rappresentava per Ferrari quasi l’ultima possibilità di invertire l’inerzia di un mondiale che ha preso la direzione di Brackley, Suzuka probabilmente potrebbe rappresentare la parola fine alla lotta per il mondiale 2018. La logica e la statistica dicono che è improbabile una debacle Mercedes e la Scuderia non sembra avere la forza, la convinzione e soprattutto il mezzo tecnico per dare battaglia. Sembra ci si avvii ad un replay del finale di stagione 2017, con tutte le possibili conseguenze del caso . Si vocifera di un Arrivabene in partenza per un ruolo dirigenziale alla Juventus FC, sostituito da Binotto e Mekies come DT. Sarebbe l’ennesimo cambio al vertice tecnico e operativo di un team che le sta provando tutte per vincere. Rimescolamenti che non si capisce se siano dettati più da una reale esigenza che dalla frustrazione di non trovare mai la soluzione giusta e soprattutto vincente. Al di là di queste speculazioni, sarebbe importante ritrovare una SF71H in versione SPA, dove tutti gli addetti ai lavori erano concordi nel ritenerla la macchina migliore del lotto. Se così sarà potremmo assistere ad un finale di campionato avvincente, altrimenti la ritrovata verve delle W09 metterà la parola fine a questo mondiale molto presto, per la gioia dei suoi tifosi e di Hamilton che raggiungerà i 5 titoli di Fangio e di MSC con la Ferrari.

Scrivendo un nuovo pezzo di storia della Formula 1.

Rocco Alessandro

 

2018 F1 BELGIAN GP: AN INTRODUCTION

Incipit
Società per Azioni, salus per aquam…Spa! Per chi ama la F1 questo acronimo significa solo una cosa: Università del motorsport!

Tracciato
Come dicevano quelli bravi per un ventennio:
“un cordiale saluto a tutti, il tracciato di Spa-Francorchamps situato sulle Ardenne misura attualmente poco più di 7km (ben 15km l’originale conformazione risalente al 1950), è il circuito più lungo del mondiale e collega le città termali di Spa, Stavelot, Malmedy e Francorchamps; uno dei punti più caratteristici è la famosa curva dell’Eau Rouge, che pochi temerari riescono a percorrere in pieno, originariamente sulla sommità di questa sgorgava una sorgente idrotermale; le gare fin qui disputate nelle annate di F1 sono sempre state ricche di colpi di scena e non di rado la vera protagonista è stata la pioggia che cadendo improvvisa ha sovente sparigliato le carte…”

Albo d’oro
Su questo tracciato hanno vinto solo i migliori: 4 volte di fila Jim Clark negli anni ‘60, 5 volte Ayrton Senna negli anni ‘80, ben 6 volte Michael Schumacher negli anni ‘90, 4 volte Kimi Raikkonen negli anni 2000, plurivincitori in attività anche Lewis Hamilton 3 volte e già 2 volte Sebastian Vettel

Curiosità
Alonso non ha mai vinto a Spa in F1.
Nel GP del 2000 si ammirò quello che da molti è considerato il miglior sorpasso nella storia di F1: Mika Hakkinen su Schumacher con doppiaggio di Zonta incluso!
Nell’edizione del ‘95 Schumacher vinse partendo 16° resistendo a Damon Hill sotto il diluvio con gomme slick.
Nel 2011 il primitivo episodio di blistering Pirelli: le gomme soft sulle RedBull durarono solo 5 giri!
Nel 2012 il crash più pirotecnico che coinvolse varie vetture: Grosjean su Lotus, Maldonado su Williams, Hamilton su McLaren e Alonso su Ferrari…
Le monoposto progettate da Adrian Newey hanno vinto qui ben 9 volte negli ultimi 25anni (2 Williams 4 McLaren 3 RedBull)
Nel 2003 il GP non fu disputato per mancanza di main sponsor.

Meteo
Probabili cirrocumuli di tifosi olandesi, precipitazioni sparse di Heineken, improvvisi blistering di gomme Pirelli.

Favoriti
Dato che quest’anno l’unico olio di cui si parlerà sarà quello delle patatine fritte, il favorito d’obbligo per il GP ma soprattutto per il titolo iridato, sara’ colui che trionferà con la PU 3 evo (Ferrari o Mercedes)

Record
il record sul giro appartiene a Sebastian Vettel  1’47”263 su RedBull-Renault 2009

 

Filippo Vettel

2018 F1 HUNGARIAN GP: AN INTRODUCTION

La leadership non è anarchia. In una grande azienda chi comanda è solo

Il vero valore di un leader non si misura da quello che ha ottenuto durante la carriera ma da quello che ha dato. Non si misura dai risultati che raggiunge, ma da ciò che è in grado di lasciare dopo di sé

Sergio Marchionne

Non potevo iniziare questo mio primo post sul Bring senza citare l’ormai ex plenipotenziario manager di FCA e Ferrari S.p.a., la cui scomparsa avrà sicuramente ripercussioni non solo sull’intero mondo dell’industria automobilistica ma anche su quello della Formula 1.

Indubbiamente infatti il carismatico leader italo-canadese ha saputo legare la sua carriera professionale al marchio del Cavallino Rampante, dimostrando una sincera passione per il mondo delle corse e per la Scuderia Ferrari; quale che sia il giudizio umano e professionale che ciascuno di noi voglia attribuire al defunto manager di Chieti, è certo che la sua eredità sarà molto difficile da gestire per il successore designato a Maranello, tale Louis Camilleri (di cui per adesso abbiamo potuto ben apprezzare solo la moglie).

Marchionne ha saputo infatti risollevare un reparto corse ormai ridotto ai minimi termini dalla lunga coda della gestione Montezemoliana, riportandolo ai vertici della massima categoria dell’automobilismo e creando al suo interno le condizioni per competere ad armi pari con quella corazzata anglo-teutonica che risponde al nome di Mercedes. Bisogna infatti riconoscere che alcune delle scelte strategiche e manageriali che sul momento avevano suscitato più di una perplessità tra gli stessi tifosi (me compreso) e tra gli addetti ai lavori, si stanno invece rivelando in grado di restituire autostima, convinzione e capacità tecniche alla Scuderia, qualità che erano complessivamente venute a mancare nell’era post Todt e Schumacher.

A Camilleri spetterà dunque l’arduo compito di confermare in primis quanto di buono fatto dal punto di vista manageriale ma anche di continuare con convinzione sul sentiero più impervio intrapreso dal suo predecessore, quello da percorrere per riportare la Ferrari a far valere la propria voce nelle stanze dei bottoni del circus di F1. Non un compito da poco, considerando che siamo alla vigilia di un altro importante cambio regolamentare.

Fatta questa doverosa premessa, il nostro amato carrozzone si appresta a sbarcare in Ungheria sul tracciato dell’Hungaroring. Sappiamo bene come lo stretto toboga magiaro possa essere capace di regalare gare dal sapore epico (soprattutto in caso di pioggia o di episodi particolari, leggasi Safety Car a più non posso) oppure vere e proprie scariche di Roipnol, che male (o bene, a seconda dei punti di vista) si conciliano con i caldi e assolati pomeriggi domenicali di fine luglio.

Dal punto di vista della lotta al titolo si tratta a mio giudizio di una gara chiave per entrambe le scuderie protagoniste del campionato, nonché di un primo importante spartiacque nella stagione 2018: una vittoria della Mercedes e del Gesù nero spingerebbe infatti Sebastian Vettel ancora più lontano nella classifica mondiale, sferrando probabilmente un colpo decisivo alle velleità iridate del tedesco/meridionale di stanza in Emilia Romagna.

Mentre però, a dare retta ai pronostici, la Mercedes si appresta a correre una gara (se non in difesa) con la voglia di raccogliere come oro colato ciò che verrà in più di un terzo posto, la SF si presenta con il ruolo di principale favorita, poiché i ricordi della gara dello scorso anno ci portano ad immaginare un perfetto sposalizio tra le caratteristiche tecniche della SF71H e quelle del circuito ungherese. Non a caso l’Hungaroring, insieme a Montecarlo e Singapore, viene annoverato come sicuro terreno di caccia per le rosse di Maranello.

A mio giudizio chi potrà sicuramente rompere le uova nel paniere alla SF (come d’altronde è stato nel Principato) sarà però la Red Bull, che sfruttando l’ottimo telaio, l’agilità della propria monoposto e la relativa importanza giocata dal propulsore in questa tipologia di circuito potrà ritagliarsi un ruolo da attore protagonista nel week end ungherese (sperando per loro che MV33 si svegli dalla parte giusta del letto).

La Ferrari quindi, che ironia della sorte viveva proprio un anno fa il punto più alto della gestione Marchionne, si presenta in Ungheria con una pressione psicologica degna di uno schiacciasassi: da una parte vi è la necessità assoluta di vincere per rilanciare le proprie ambizioni mondiali, dall’altra la voglia di omaggiare nel migliore dei modi il leader scomparso. Con altrettanta pressione si presenta ai nastri SV5, chiamato al pronto riscatto dopo il disastroso scivolone nel Gran Premio di Germania che potrebbe rivelarsi decisivo in una lotta al mondiale nel quale il principale rivale per il titolo si dimostra molto incline alle parole ma pochissimo agli errori in pista.

Poco da dire riguardo la “serie B” della categoria, nella quale la battaglia per il titolo di “primo tra gli altri” sarà probabilmente questione tra Haas e Renault, con McLaren (almeno con Alonso), Force India, Toro Rosso (almeno con Gasly) e Sauber (almeno con Leclerc) pronte ad approfittare di eventuali occasioni favorevoli. Williams sempre più in sordina dopo essere sprofondata in un abisso tecnico oggettivamente imbarazzante, considerando che nel 2014 era di fatto la seconda scuderia dopo la Mercedes.

Infine occhio al meteo che si preannuncia ballerino per tutto il Week End e che potrebbe aggiungere ancora più incertezza ad una gara che avrà sicuramente un sapore molto particolare.

Che dire, buon GP a tutti e ci si rilegge poco sotto.

 

Matteo a.k.a. Tornadorosso

 

2018 F1 GERMAN GP: AN INTRODUCTION.

“Solo i morti han visto la fine della Guerra”

Dittatore Centrafricano

Il Circus della F1 si sposta ad Hockenheim per quello che con ogni probabilità sarà il ballo d’addio del circuito in oggetto. La Germania perde il proprio GP dal 2019 ed Hockenheim di fatto rischia di perdere la F1 per sempre. Impossibile perciò non esser colti da un forte attacco di malinconia al pensiero di tutte le pagine di Storia della F1 che si son scritte su questo tracciato. Ma anche constatare come sia stato tragicamente amaro per molti. Vedasi la scomparsa del più grande di sempre in una gara di F2 il 7 aprile del 1968. O il Depa che perde la vita a bordo della sua Alfa 179 durante dei test privati il primo agosto del 1980. Infine Didier la cui carriera in F1 finisce drammaticamente col volo in prova il 7 agosto 1982. Fortunatamente si son viste anche delle belle pagine di Sport da queste parti: la Fenice che rompe a suo favore gli equilibri del Mondiale 1977 vincendo la prima edizione di questo GP. Tambay che nel 1982 si riprende (parzialmente….) quello che un destino infame aveva negato alla Ferrari il giorno prima. Prost che nel 1986 spinge la sua Mecca oltre il traguardo dopo esser rimasto senza benzina arpionando così il punto che mesi dopo lo aiuterà a prendersi il Mondiale ad Adelaide. Berger che nel 1994 riporta la Ferrari alla vittoria dopo un digiuno di quasi 4 anni. Barrichello che nel 2000 vince la sua prima gara in F1 guidando con le slicks su un Motodrom completamente allagato.

Nel 2002 venne introdotto il tracciato attuale in sostituzione di quello storico dai leggendari rettilinei immersi nella foresta nera. Si perse l’epicità dei dritti da più di 350kmh ma in compenso, grazie questa volta ad un buon lavoro di Tilke, la pista divenne più tecnica offrendo due nuove staccate violente (curva 2 e curva 6) che favoriscono i sorpassi ed una sezione extra che di fatto rappresenta una sorta di Motodrom “light” prima di quello vero. Il caso ha voluto che su questa pista si siano viste gare più interessanti dopo la modifica al tracciato del 2002 rispetto a prima: ad esempio nell’anno del debutto vi fu un epico ruota a ruota tra Raikkonen e Montoya protrattosi all’infinito e favorito dalla nuova conformazione della pista. Parlando di Profeti in Patria (o sedicenti tali) il Kaiser ha sempre goduto di accoglienze trionfali da queste parti (complice l’essere rossovestito, mix vincente per l’appeal in zona) mentre Nico Rosberg ha invece incontrato accoglienze ben più tiepide. Va altresì detto che qui ad Hockenheim il pubblico è solitamente ferrato in materia e particolarmente esigente, e che sa riservare a chi ama passaggi indimenticabili all’interno del Motodrom.

Passando all’attualità Ferrari si presenta in Germania in testa sia al WDC che al WCC. L’impressione netta è che l’inerzia si sia spostata dalla parte di Maranello e che se Hamilton probabilmente avrà ancora lo spunto necessario per prevalere in Qualifica per quanto concerne la gara Ferrari dovrebbe invece essere la favorita. La squadra italiana si sta presentando con importanti modifiche aerodinamiche ad ogni GP e nel Paddock è convinzione diffusa che la sua Power Unit sia ormai, seppur leggermente, migliore di quella MB. Brackley affronta il primo GP con Aldo Costa dimissionario, cosa che fa pensare ad una possibile fine di un’era per loro ma guai a darli per sconfitti. Hockenheim segna peraltro la fine dell’utilizzo delle controverse Pirelli da -0,4mm, cosa che mette MB sotto la lente d’ingrandimento sia per quanto concerne la gestione del famigerato blistering che la messa a punto degli assetti sulla W09. Redbull divorziata in casa con Renault dovrebbe giocare in difesa, cosa che potrebbe significare la presenza di un gap sensibile tra i due top teams e loro. Il resto del gruppo dovrebbe vedere i motorizzati Ferrari a loro agio nel sopravanzare del tutto o in larga parte quel che resta del plotone.

Buon GP a tutti

#wearebring #wearebetter #bringyourpassion