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Hamilton raggiunge Fangio, Verstappen come Speedy Gonzales

Era già tutto previsto. Forse da molto tempo. Ma vedere il nome di Lewis di fianco a quello di Fangio fa comunque un certo effetto. Perchè ora davanti ne è rimasto soltanto uno.  E, come spesso è successo nella storia della Formula 1, il futuro predestinato alla rincorsa del record è già presente.

In Messico abbiamo visto il presente e il futuro della Formula 1, in un quasi-remake del gran premio dello scorso anno. Nello stesso luogo, Verstappen vince la corsa dominando, e Hamilton vince il campionato del mondo, il suo quinto, uguagliando, come detto, Juan Manuel Fangio. E portandosi a due lunghezze da Michael Schumacher.

Le qualifiche avevano confermato che quella di Città del Messico è una pista Red Bull. Ricciardo soffia la pole a Verstappen, che aveva dominato tutte le sessioni di prova fino a quel momento, lasciando interdetto Marko. Dietro di loro Hamilton e Vettel, con i primi 4 comunque molto vicini.

Si prospetta una partenza da brividi, ma Ricciardo sbaglia completamente lo start, e sia Hamilton che Vettel hanno le loro buone ragioni per cercare di stare fuori dai guai. E così Verstappen può passare tranquillamente in testa, davanti ad Hamilton, Ricciardo e Vettel che vince una breve lotta con Bottas.

Ma le Pirelli durano solo una decina di giri, poi il graining ha la meglio sulle strategie pianificate costringendo Red Bull e Mercedes ad un cambio un po’ anticipato per montare la gomma super soft. Le Ferrari riescono a ritardare il pit-stop di qualche giro, quanto basta per consentire a Raikkonen di far perdere un po’ di tempo ad Hamilton il quale, una volta liberatosi del finlandese, si ritrova a 9 secondi da Verstappen, un distacco quasi doppio rispetto a quello che aveva prima della sosta.

Ma anche con la gomma un po’ più dura, il graining non sparisce, e l’unico che non sembra soffrirne troppo è Verstappen, che mantiene la sua leadership con tranquillità aumentando il suo vantaggio su Hamilton che tiene tranquillamente a bada Ricciardo il quale a sua volta è incalzato da Vettel, che riesce a superarlo a circa metà gara, complice la presenza di alcuni doppiati.

E qualche giro dopo il tedesco ha la meglio anche su Hamilton, il quale molto intelligentemente non prova nemmeno a reagire. Non gli serve, gli basta arrivare settimo per vincere matematicamente il titolo.

Con la pista libera davanti, e gomme di qualche giro più fresche, Vettel inizia a volare inanellando giri più veloci. Ma Verstappen è distante ben 13 secondi. Hamilton, sempre più in difficoltà con le gomme, inizia a lamentarsi per radio, e Ricciardo, che nel frattempo sembra essersi liberato del graining, lo raggiunge e lo supera grazie ad un errore di Lewis. Che si ferma immediatamente per montare gomme ultrasoft. E lo stesso fa Vettel, che tenta quindi la carta della sorpresa. La Red Bull copre subito questa strategia facendo fermare Verstappen.

Ma il tedesco della Ferrari si ritrova nuovamente dietro a Ricciardo, il quale con gomme più vecchie gira su ottimi tempi, e superarlo non sembra cosa facile. Gli viene in aiuto la proverbiale obsolescenza programmata Red Bull, che fa fermare l’australiano a pochi giri dalla fine, quando sembrava avviato verso un comunque ottimo secondo posto.

A quel punto però Verstappen è troppo lontano per Seb, e va a vincere indisturbato il suo secondo GP del Messico di fila, davanti alle due Ferrari (terzo un Raikkonen invisibile e sornione per tutto il GP) e ad Hamilton, ad un passo dall’essere doppiato. Il quarto posto gli vale però il titolo mondiale. Quinto, doppiato, arriva un inesistente Bottas, lo seguono a 2 giri Hulkenberg, Leclerc, Vandoorne con una stranamente “competitiva” McLaren, Ericsson e Gasly, che prende l’ultimo punto disponibile grazie soprattutto ai problemi altrui. Poca gloria, stranamente, per Force India e Haas, e molto meno stranamente, per la Williams.

E’ il momento di celebrare il quinto titolo di Hamilton. Ma qualsiasi parola sarebbe superflua, è sufficiente ripensare a come ha corso tutto il campionato, due spanne sopra il diretto rivale, non quando la sua Mercedes è stata molto più forte della Ferrari (e ci sono state alcune occasioni in cui lo è stata), ma, soprattutto, quando non lo era, perchè ha sempre portato a casa la vittoria. Ed è questo che distingue quelli che di mondiali ne vincono più di uno da quelli che ne vincono uno solo. Verrebbe da dire che quest’anno abbiamo visto, dall’altra parte, l’eccezione a questa regola, ma c’è, forse, qualcosa che sfugge. E che magari capiremo fra qualche tempo.

A questo punto mancano solo due gare, e la Ferrari è teoricamente ancora in corsa per il mondiale costruttori. E, visto lo stato di forma della Mercedes nelle ultime due gare, non è vietato sperare. Due vittorie non sarebbero magari sufficienti, ma di sicuro risolleverebbero il morale, e ora a Maranello ne hanno parecchio bisogno.

P.S. da quando la Mercedes ha chiuso i fori nei cerchi e nei mozzi, non è stata più in grado di vincere, patendo grosse difficoltà con le gomme. E’ di sicuro un caso, così come lo fu il fatto che la Ferrari smise di volare quando la FIA montò il secondo sensore. Lo stesso tipo di caso che porta Ricciardo a ritirarsi 8-9 volte più del compagno. La storia della F1 è piena di questo tipo di “casi”, quindi niente di nuovo, basta godersi lo spettacolo, sempre e comunque.