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L’ANGOLO DEL FROLDI: L’ARTE DELLA GUERRA E TOTO

“Il meglio del meglio non è vincere cento battaglie su cento bensì sottomettere il nemico senza combattere”

Non so se Toto Wolff abbia mai letto Sun Tzu, sua è la frase di apertura di questo articolo, contenuta nella celebra opera “L’arte della guerra”, ma ho qualche vago sospetto che lo abbia fatto. O che qualcuno del suo squadrone anglo-tedesco gli abbia suggerito come modo operativo in pista, e soprattutto fuori dalla pista, alcune delle massime contenute in quel libro.

Si tratta di un’opera vecchia 2500 anni, scritta da un militare di professione, che non è solo e semplicisticamente un trattato su come condurre una guerra in senso vero e proprio, letterale, ma anche un’opera per conoscere se stessi e per affrontare le tante “guerre” metaforiche che dobbiamo combattere nella vita di tutti i giorni.

Che c’entrano la Formula Uno, Toto Wolff e l’arte della guerra?

La Formula Uno è uno sport, per quanto atipico e tecnologico. Lo sport è nato per sublimare la nostra parte aggressiva ed agonistica.

Toto Wolff è un ottimo, forse attualmente il migliore, Team Principal. Credo che solo il Jean Todt dei tempi d’oro in Ferrari potrebbe essere migliore di lui.

Va da se che a me ispira sentimenti di “odio-amore”, per motivi facilmente comprensibili: lo ammiro ma visto che vince sempre, e contro la Ferrari, mi fa inviperire non poco.

Ora, la strategia comunicativa del manager AMG è abbastanza chiara. E si ricollega a Sun Tzu. In americano si direbbe win/win.

Esalta l’avversario oltre modo, sminuisce i propri meriti oltre modo.

E lo fa perché sa quanto è forte la sua squadra. L’umiltà vera o affettata, paga sempre (vedasi quante volte in Ferrari invece se la tirano eccessivamente, esempio della gestione Arrivabene, e poi vengono “ridicolizzati” quando i risultati non arrivano dopo i proclami roboanti). Valorizzare l’avversario paga sempre: se l’avversario vince, tu potrai dire… ve lo avevo detto (tra l’altro la Mercedes vince da anni, quindi è perfettamente “fisiologico” che prima o poi un ciclo dominante si interrompa, per quanto non veda alcun crollo della corazzata grigia); perdono gli altri, tu potrai dire di aver vinto nonostante gli avversari. E la tua vittoria verrà esaltata, perché prima avrai creato l’eccitazione strumentalmente.

Tra l’altro questa strategia comunicativa è anche una strategia che mette  “perfidamente” ed inevitabilmente pressione all’avversario diretto. Quando tu dici in mondovisione, e lo fai dire al campione del mondo in carica, che la Ferrai è 5 decimi di secondo avanti a Barcellona, e poi la Ferrari si becca una batosta come in Australia, dove gli rifili quasi un minuto, gli avversari avranno addosso una pressione doppia, e verrano letteralmente processati dalla stampa, soprattuto se è una stampa isterica come quella tricolore. E questo Toto, che ben conosce l’Italia, lo sa.

Non so come andrà a finire la prossima gara e ho seri dubbi che questo Mondiale sia combattuto. Lo spero, ma suppongo sia più facile che accada ciò che è accaduto nel 2014, 15, 16. Ma so che a livello comunicativo, a livello psicologico, Toto è già un bel pezzo avanti per far perdere l’avversario. Fuori dalla pista. Senza neanche aver combattuto.

Appunto. Sun Tzu.

 

Mariano Froldi, Direttore responsabile di FunoAT

IL PAGELLONE SEMISERIO DEL FROLDI: MELBOURNE

Cambiare uno può cambiare tutto?

La rivoluzione è arrivata, una testa è rotolata ma la storia non è cambiata. La prima tappa del mondiale di Formula Uno 2019 comincia esattamente da dove era finita. Copione d’ordinanza scontato come la commedia dell’arte italiana quando alla fine, a cavallo fra sei e settecento diventa trita e ritrita. E non fa più ridere. La verità è che la Ferrari è specialista nel vincere i mondiali di cartone. Poi però gli altri vincono davvero i titoli, quelli che restano negli albi d’oro. Ed a noi resta il cartone. Tra l’altro color rosso mattone opaco.

Il problema è che, come sempre, ci facciamo troppe illusioni. E un pò la colpa è anche di noi (in generale) della stampa. Creiamo troppe aspettative, soprattutto in Italia, per ovvi motivi, poi puntualmente clamorosamente smentite. E, tra l’altro, quest’anno fa pure più male degli altri anni, perché l’allucinazione collettiva ci aveva preso tutti in contropiede.

Come si può battere un caterpillar come quello anglo tedesco, se non si cambia qualcosa?

Tutti a gran voce abbiamo chiesto la testa di Maurizio Arrivabene. Non che non ci fossero motivi validi. Ma un uomo non fa i peccati e le glorie di un team. Compreso Mattia Binotto, che ha vinto la faida interna che, soprattutto l’anno scorso, ha dilaniato il team in due fazioni l’una contro l’altra armata.

Ma a livello tecnico, cosa è cambiato esattamente?

Nulla. Stessi uomini, stessa organizzazione; alla fine stessa monoposto, pur con estremizzazione di concetti aerodinamici e telaistici.

Perché la stessa squadra, con le stesse criticità, avrebbe dovuto essere superiore alla stessa squadra, con le stesse eccellenze, che dal 2014 fa un pò quello che vuole?

Lasciamo perdere il regolamento cucito ad hoc. Lo sappiamo. Ma sono almeno tre anni che non ci sono più scuse. Che se sei più forte li batti. Sennò li devi applaudire, studiare e battere. Questa è la lezione dello sport, ma è anche la lezione della vita. Alcuni spifferi, sempre più insistenti e forse consistenti, ci dicono di un reparto tecnico che non si è mai davvero aggiornato. Di un sistema di lavoro che non è davvero efficiente, soprattutto in un’era “schifosamente” virtuale, imposta dalla FIA. Di una mancata, ancora, correlazione fra pista e simulatore e galleria del vento.

Mattia Binotto ha una grande responsabilità ed un grande peso. Speriamo si sia trattato, ciò che abbiamo visto in Australia, uno spettacolo imbarazzante, solo di un incubo di una notte di mezza primavera. In caso opposto dovremo prepararci ad una lunga traversata nel deserto. E anche la testa del tecnico bergamasco purtroppo rotolerà, nella consueta resa dei conti in salsa modenese.

Bottas. Voto: 9. Vittoria e giro più veloce. Bottino pieno. Se, come io temo, quest’anno sarà tutta una gara interna fra il re e lo scudiero, non posso fare altro che tifare per lo scudiero. Non foss’altro perché non vorrei vedere il record di Michael abbattuto dagli uomini in grigio. Ma d’altronde, i record sono fatti per essere battuti. Bottas sembra uscito da una cura tipo Rocky 4, quando si allena in URSS per combattere contro Ivan Drago. La testa, soprattutto nei piloti, conta.

Hamilton. Voto: 7. La pole era praticamente scontata, eppure se l’è dovuta sudare. In gara, una volta che per seguire la Ferrari di Vettel il suo team ha sbagliato strategia, non ha avuto più possibilità di recuperare e, saggiamente, si è portato a casa un utilissimo secondo posto.

Mad Max. Voto: 9. Gara consistente senza errori in partenza. Che poi erano davvero il suo tallone d’Achille. Ancora qualche giro e forse, dico forse, avrebbe potuto impensierire Lewis. Sarà sicuramente protagonista.

Red Bull-Honda. Voto: 9. Quante volte li abbiamo presi in giro i nipponici? Beh, avete visto come la monoposto austriaca ha sverniciato la Ferrari di Vettel? Vedremo con l’affidabilità, ma la power unit pare esserci.

Ferrari. Voto: 3. Ed eccoci alle dolenti note, come direbbe Dante. Non ha funzionato niente. Macchina che sembrava un catorcio rispetto a quella ammirata a Barcellona. Troppo brutta per essere vera? Chi lo sa. Era dal 2012 che non mancavamo il podio alla gara inaugurale.

Sconcerto Ferrari.  Voto: angoscia palpabile. Binotto ha fatto giustamente il pompiere, ma va da se che sembravano tutti in preda ad una crisi isterica. Erano disarmati, e lo hanno ammesso candidamente: non sapevano perché andavano piano (fatto salvo che non nascondessero problemi alla PU). Quadro deprimente.

Perculate” di Toto. Voto: sublime. Toto ci ha tenuto subito a precisare che i suoi e lui stesso non capivano perché la Ferrari fosse andata così male; poi ha cercato di dare una spiegazione; a suo dire si sarebbe trattato semplicemente di un assetto sbagliato. Il manager austriaco sembra quello che ti porta via la fidanzata, ma contemporaneamente cerca di consolarti.

Non so se ne avete mai incontrati di tipi così. Non si può non “amare” uno così. Non vi pare?

Casco di Daniel Ricciardo. Voto: é la versione sotto acidi di quello di Jacques Villenueve. Come direbbe Bond: “Agitato, non mescolato”.

Vettel. Voto: è tutta colpa dei baffi, ed altre amenità. Invero, sembrava un passeggero in balia della monoposto.

Leclerc. Voto: a parte i baffi, idem come sopra.

Giovinazzi. Voto: SV. Auto danneggiata in partenza, l’incolpevole nostro portacolori non poteva fare molto di più.

Charlie Whiting. Voto: Che la terra gli sia lieve. Ho sempre pensato (Pino Allievi lo scrive e io sottoscrivo) che avesse un debole per i team inglesi. Molte sue uscite l’anno scorso, comprese le scuse in mondovisione al re nero non le ho mai capite. Comunque sia, se ne è andato uno dei pilastri della Formula Uno. Uno che avrebbe potuto raccontarci tanti aneddoti e tante curiosità su 30 anni di motorsport. Probabilmente ci mancherà.

P.S.: non dite che sono troppo pessimista, e se lo fossi davvero, mi perdonerete perché sapete quanto sia tifoso rosso e non vorrei battere il record dei 21 anni di digiuno. Purtroppo la prossima gara sarà già una specie di “redde rationem”.  Accendiamo ceri in chiesa.. rigorosamente rossi e possibilmente non opachi.

Come sempre, un particolare ringraziamento a @FormulaHumor e la pagina FB le cordiali gufate di Gianfranco Mazzoni

 

Mariano Froldi, Direttore Responsabile FunoAT

F1 2019 AUSTRALIAN GP: AN INTRODUCTION

“E si vociferava che avesse segnato anche Zoff di testa su calcio d’angolo…” Se dovessi scegliere una frase simbolo per i test pre stagionali di Montmelò non potrei che scegliere questa. Si perché ormai commentare i test è diventato come commentare i risultati delle squadre di calcio nelle amichevoli agostane. La fiera della fuffa e dell’aria fritta per il 90% dei casi. Aria che viene bonificata alla primo vero appuntamento ufficiale in cui ci scopre chi ha fatto bene i compiti per le vacanze e chi no . Almeno quest’anno ci siamo scampati la neve, a parziale supporto della effettiva veridicità dei valori messi in pista in Catalunya ma tra voci di vantaggio di mezzo secondo, Mercedes che quasi si presenta con la macchina del  2021 così, giusto per mettersi un pò avanti con il lavoro, Red Bull che vuole vincere il mondiale con la PU Honda e altre amenità varie ed eventuali, è comprensibile che l’appassionato di F1 sia un po’ confuso e bisognoso delle prime risposte certe alle sue paure/speranze.

Ed eccoci qui al primo appuntamento della stagione 2019. Come andrà quest’anno? Dominio più o meno palese di Mercedes? Hamilton che aggiunge un’altra catenazza al suo rinnovato petto ipertonico? Vettel ce lo ritroviamo ritirato come Marlon Brando a fine carriera? Red Bull “migliortelaiocheseavessimounmotoredegnodiquestonomelevatevi” attore protagonista a gettone?

Diciamo che questo stato d’animo è colpa in parte dell’umore del ferrarista bastonato, un po’ come quei cani che ne hanno prese tante e appena vedono il padrone di mazza munito assumono la posizione migliore per prenderne il meno possibile. In parte però sarebbe illogico pensare il contrario in quanto il trend degli ultimi 4 anni è grigio senza speranza, e quelle poche che ci sono state sono cadute sotto i colpi di candele da 4 soldi, punizioni autoinflitte che neanche i santi in epoca medioevale e farneticazioni alcoliche con inflessione bresciana.

Però…c’è un però. In questo caso direi che ce ne siano più di uno:

  • Binotto ha sostituito Arrivabene al timone della Scuderia Ferrari. Un ingegnere al comando di un nutrito gruppo di ingegneri. Fossimo in politica lo potremo chiamare un governo tecnico, che potrebbe anche funzionare. Dal punto di vista della “politica”, dei rapporti con la Fia, i beneinformati dicono che fare peggio di Arrivabene è impresa ardua quindi, fiducia su tutta la linea. Intanto, anche se nato in svizzera ma italianen dentro e fuori, ha tirato un sospirone di sollievo alla rimozione del logo “missionwinnow”. Va bene tutto, ma si sà che certi epiteti portano una sfiga clamorosa.
  • Regolamento FIA in merito alle nuove norme aerodinamiche per favorire i sorpassi, vedi ala anteriore modello spazzaneve sulla a22. Insomma il solito unicorno che tutti citano ma che nessuno vede ossia lo spettacolo attraverso i sorpassi in pista. Tralasciando il discorso che lo spettacolo sia tale solo in funzione dei sorpassi (cara LM è F1 non indycar…), la nuova ala anteriore ha creato due distinte scuole di pensiero: quella Ferrari-Alfa-Haas e tutti gli altri, capitanati da Mercedes-Red Bull. Nel paddock si è già discusso a lungo su chi abbia trovato la soluzione migliore che potrebbe portare un vantaggio difficilmente colmabile. Un po’ un diffusoreBrawn 2.0. Quello che è certo è che, alla faccia del cambio regole per avere meno carico aerodinamico, praticamente tutte le squadre lo hanno recuperato e girano più forte del 2018. FIA bene, bravi, bis. In Mercedes addirittura hanno provato due specifiche di monoposto. C’è chi dice perché la versione A fosse lenta, chi che l’hanno fatto per prove comparative per decidere la via di sviluppo da seguire durante la stagione.
  • Honda-RBR. Sembra uno di quei matrimoni tra zitelli in cui ci si mette insieme perché il tempo passa e non ci sono partiti migliori sulla piazza. Ma che almeno nei test si sta rivelando meno mortificante di quanto ci si immaginava, in merito a possibilità di vittoria. Soliti rumors dicono che a Montmelò abbiano usato più PU di MB e Ferrari e che la PU nipponica crei un po’ troppe vibrazioni al posteriore ma, tutto sommato, il matrimonio potrebbe rivelarsi felice.
  • Gomme…che ormai sono la variabile impazzita per eccellenza. Quelle 2019 sono tutte “ribassate” dei famigerati 0.4 mm che tanti purgatori hanno fatto guadagnare alla SF e ai suoi tifosi sotto forma di contumelie a divinità varie ed eventuali. E, a differenza della SF, come contrappasso, nei test la MB non le ha digerite granchè, con Hamilton che si è già affrettato a dichiarare che non gli piacciono e che la dicitura C1, C2 ecc ecc crea confusione… Forse pensava ai modelli citroen. Certo è che Pirelli sarà sottoposta all’ennesima stagione di forti pressioni da parte dei team che male si adatteranno alle nuove coperture.
  • Ferrari si presenta con uno junior team conclamato, Alfa Romeo, che sembra molto competitivo e uno “ufficioso”, la Haas. Mercedes formalmente non ha junior team. C’è il caso, remoto ma non impossibile, che Alfa possa trovarsi nella posizione di rubare punti a Mercedes. E poi in Alfa quest’anno c’è Kimi….che non vede l’ora di tirare altre staccate a ruote fumanti a Vettel…ehm …volevo dire Hamilton. Inoltre non ci sarà Ocon in griglia, tempi duri per MB…
  • Vedremo se Renault riuscirà ad elevarsi dal suo ruolo di regina del gruppo B. Da quello che si è visto al Montmelò non sembra. Palese invece lo squaglio totale in casa Williams. Paddy Lowe che scappa con la coda fra le gambe. Chissà che Kubica non si sia già pentito di aver rifiutato il ruolo di pilota al simulatore Ferrari.

Per quanto riguarda il Gp di Australia in senso stretto, ormai è risaputo che, trattandosi di un circuito cittadino molto atipico, fornisce ben poche indicazioni sulla competitività complessiva delle monoposto in divenire. Circuito da medio-alto carico con asfalto scivoloso, in cui è importante avere un buon ritmo per azzeccare un buon giro e che necessita di una monoposto che sappia avere una buona trazione e riesca ad assorbire bene le non poche asperità dell’asfalto.

Situazione gomme: come ben sapete la Pirelli ha introdotto nuove gomme e denominazioni per la stagione 2019. Saranno disponibili “solo” 5 tipi di mescola, dalla C1 alla C5, oltre alle intermedie e full-wet, anch’esse riviste. Di seguito due grafici che illustrano mescole e temperature di utilizzo, quest’ultime con una finestra più ampia rispetto al 2018.

Nel 2018 la strategia di gara fu a singola sosta per quasi tutti, US+S. Dato che il lavoro Pirelli sulle mescole 2019 è stato fatto per minimizzare graining e blistering e per dare ai piloti la possibilità di avere passi gara migliori, non mi aspetterei più di una sosta anche per il 2019. Pirelli mette a disposizione C2 hard, C3 medium e C4 soft, con queste scelte per i piloti:

Quasi tutti orientati su un solo treno di hard, tre di medium e nove di soft, fatto salvo piccole differenze di un treno di gomme per mescola. Prevedibili due stint di gara C4-C3, da verificare la possibilità di qualificarsi in Q2 con C3 e fare l’ultima parte di gara con C4.

Condizioni meteo : previsto sole e poco vento per tutto il weekend. Temperature intorno ai 29°C.

In conclusione, pur dicendo che i test sono una cosa e la gara un’altra, che Melbourne è un circuito atipico e non fa testo per il proseguo della stagione ecc ecc, il primo giro di danza down under darà quanto meno una prima indicazione su chi è sul pezzo e chi no. Per il momento, sembra che, come nel 2018, Ferrari sia messa meglio di Mercedes, seppur di poco. In Ferrari si affidano a Mattia “Egon” Binotto, idolo di tutti quegli ingegneri che sognano di farcela ad arrivare nella stanza dei bottoni e alla cabala che dice che prima o poi le frecce d’argento dovranno abdicare. In Mercedes ad un Hamilton versione Geordie Shore, palestrato e supercool e alla forza di un colosso che alla bisogna, vedi 2018 post SPA, può spendere milioni e milioni per recuperare il gap con gli altri. La ricreazione è finita, è già tempo di esami.

P.S: apprendiamo sgomenti della morte di Charlie Whiting avvenuta oggi per embolia polmonare. Se ne potrebbero dire tante sul personaggio (vedi caso Bianchi) ma rispettosamente ci limitiamo al cordoglio che qualsiasi morte impone, nel rispetto di chi non c’è più.

Rocco Alessandro

L’ANGOLO DEL FROLDI: ASPETTANDO MELBOURNE

A che punto è la notte? Questa frase interrogativa mi è assai cara, come sa chi mi legge.

E’ un mio intercalare per dire: a che punto siamo? Ce la facciamo a vincere questo benedetto/maledetto Mondiale?

Intanto qualche mia riflessione dopo i test di Barcellona.

Mentre ero lì, al Montmelò, e stavo aspettando di andare via dal circuito con cari amici, ho assistito allo “smontaggio” del Paddock. Ammetto che lo spettacolo, razionale e certosino mi ha, in qualche modo, affascinato. E non avevo mai riflettuto abbastanza su questo particolare.

Avete presente i “Transformers”, il noto cartone animato e la successiva serie cinematografica con sequel infiniti?

Ecco, finiti i test (o un Gran Premio) le parti del paddock si animano e si trasformano in enormi Tir, pronti anch’essi, con l’iniziale lentezza di un pachiderma, a ricompattarsi per riprendere la loro forma originaria.

Anche questo, se ci pensate è l’ingegno umano. Creare spazi dove non ce ne sono.

In Formula 1 i vari tir sono delle vere e proprie opere di ingegneria mobile.

Roba da sfidare la fisica. Dentro devono avere cucine, brandine, bar, sale per conferenze, uffici, officine etc etc.

Cosa possiamo dire di questi test finali?

La Ferrari (dicono) è la più veloce. Ma la Mercedes è più o meno al suo livello, forse leggermente in ritardo e, per quel che si è potuto vedere è certamente la più affidabile.

Tocco ferro, faccio il noto gesto apotropaico e ricordo a me stesso che tutti i Mondiali di Formula uno, ma soprattutto questi Mondiali, quelli del regolamento dei 4 ubriachi al bar, non si vincono senza affidabilità. Affidabilità.

Certo, è più facile dalla prestazione ottenere l’affidabilità che viceversa, ma non mi stupirebbe se qualche team avesse messo in cantiere di usare una o più PU rispetto alle tre, mettendo in conto ovviamente le draconiane sanzioni di questa balorda epoca in cui non solo i piloti non si possono allenare, ma pagano anche per la rottura di un cambio o di una PU.

Le parole di Hamilton nella conferenza stampa conclusiva dove, senza mezzi termini, affermava che la Ferrari è davanti di mezzo secondo? A mio parere Lewis gigionegggiava abbastanza.

D’altronde la scuola è quella di Toto-Troll, maestro supremo delle perculate iper-galattiche.

Tenere un profilo basso è sempre una nota vincente (vero Ferrari?) e soprattutto se vinci hai creato il clima per poter dire che hai prevalso contro grandi avversari. Nobilita la tua vittoria, la fa vedere molto più sudata, come se fare una monoposto nettamente superiore alla concorrenza non fosse un valore e un merito.

Il fatto è che, dopo i primi tempi abbiamo, capito il giochino di Toto (straordinario manager) e la cosa risulta abbastanza stucchevole.

Tornando alla Ferrari, resta da vedere il bicchiere mezzo pieno: monoposto che si porta facilmente al limite, con rapidi inserimenti in curva. Sembra sui binari.

Alla Red Bull, alla fine, di chilometri ne hanno fatto davvero pochi, vuoi per affidabilità, vuoi per Gasly.

Grande tristezza per due nobili decadute, Williams e Mc-Laren, soprattutto per la prima.  Anche se i tempi promettenti della seconda non devono illudere più di tanto.

E’ proverbiale l’efficienza del telaio RB. Il motore è ancora un’incognita anche se i nipponici paiono aver fatto un deciso passo in avanti.

E ora? L’Australia.

Con tanti interrogativi, come sempre dopo i test.

Ma le sensazioni “in rosso” non sono poi così male.

 

Mariano Froldi

L’ANGOLO DEL FROLDI: FORMULA FRANKENSTEIN

Della Formula Wrestling, cioè dello spettacolo sopra tutto che arriva alla finzione, attraverso norme artificiose e surreali, abbiamo già parlato. L’inversione fra causa ed effetto genera cortocircuiti imbarazzanti. Uno sport “funziona” quanto maggiormente è comprensibile dai tifosi/appassionati. E quanto è più chiara la sua “cornice” regolamentare, tanto più genera spettacolo. Il calcio ha cambiato poche regole nel corso della sua storia, eppure non vedo molto disamoramento, pur con alti e bassi fisiologici. Se per seguire lo spettacolo invece crei un coacervo di norme, tra l’altro fra di loro in contraddizione, allora stai sbagliando clamorosamente. Inseguire lo spettacolo a tutti i costi è il problema.

Partiamo da lontano. Non so se avete presente il romanzo “Frankenstein, o il novello prometeo”. E’ uno dei prodotti più innovativi e originali della stagione europea del Romanticismo. E’ un romanzo assai breve, un romanzo gotico, dove l’autrice, Mary Shelley, si interroga sugli esseri umani che tentano di creare la vita dalla morte, cercando di diventare creatori, con risvolti attualissimi legati alla bioetica (in sintesi: non tutto ciò che si può fare nella scienza, necessariamente si deve fare).

Nella vulgata comune noi immaginiamo questo essere con viti, bulloni, etc etc. Prendiamo appunto la sua versione popolare. Oggi la Formula Uno sembra quel “mostro”: un “accrocchio” rattoppato qua e la, con intenti certamente nobili, si suppone, ma con esiti alquanto imbarazzanti e potenzialmente esiziali.

Vediamo: monoposto certamente veloci, dopo aver permesso lo sviluppo, almeno in parte delle Power Unit, ma molto pesanti e “grandi”: forse quelle con dimensioni maggiori se si eccettuano i primordi della Formuna Uno.

E’ il portato della scommessa del turbo ibrido, che di per se non è affatto una realtà o scelta sbagliata, e che avrà ricadute sicuramente nella produzione di serie.

Prima o poi (a mio parere più poi, perché un cambiamento tecnologico avviene non perché lo vuole la politica, ma perché i tempi sono maturi, come ci insegna la Storia) arriverà l’elettrico di massa sulle quattro ruote. I problemi da risolvere sono ancora due per la grande produzione: il costo e l’autonomia. Nulla di insormontabile, ma ci vorrà tempo.

Ma questo specifico turbo ibrido, era l’unica strada che si poteva percorrere in Formula Uno? Ha senso aver spinto la Formula Uno, tempio della velocità per eccellenza, in senso contrario, puntando sulla durata delle componenti? Come possono coesistere velocità e  durata? Sono un evidente ossimoro. E difatti, visto che devo usare 3 PU per 21 Gran premi, pena esemplari “punizioni” in griglia ecco che io, Team, decido che ad un certo punto si va in “modalità Taxi”, e il pilota diventa un autista con il braccio fuori dal finestrino. Lo ha spiegato di recente Mario Isola.

Per non parlare delle altre ridicole limitazioni (flussometro in primis) di tutte le altre componenti, e last but not least, la provocazione recente di un cambio standard per tutte le monoposto nel futuro prossimo. Cioè trasformare la Formula Uno in Formula Indy. Altro abominio, ma non perché la Formula Indy sia una cosa brutta; semplicemente si tratta di due cose diverse, che hanno filosofie completamente diverse. “Monomarca” contro “Plurimarca”.

Ci sarebbe potuto essere un altro ibrido, con poche regole chiari, senza assurde limitazioni sullo sviluppo con il continuo ripetere che si trattava di ridurre i costi. Anche qui: il massimo dell’esasperazione tecnologica sulle 4 ruote non può, semplicemente, coesistere con l’idea che ci debba essere un risparmio. E infatti, vieti i test liberi in circuito (cosa che grida vendetta davanti agli dei dello sport), uso i simulatori; mi obblighi ad usare tre motori, ne faccio rompere un migliaio al banco e poi alzo il piede per almeno un terzo della gara. E certamente i costi non diminuiscono, anzi, ci scommetto quello che volete, sono pari se non maggiori.

Torniamo a Frankenstein, ma soprattutto a quello cinematografico, il meraviglioso capolavoro comico di Mel Brooks, “Frankenstein Junior”. Igor l’aiutante, spiaccica per sbaglio, per terra, il cervello conservato di un grande scienziato che avrebbe dovuto animare la creatura, e per evitare rogne prende un altro cervello a caso, che risulterà essere anormale. Questa è la Formula Uno di oggi. Un corpo d’arlecchino con un cervello un pò così.

E’ vero, direte, queste sono cose che in altre salse e condite in altro modo, noi ed altri abbiamo detto.

Ma non è un buon motivo per non ricordarle.

Mariano Froldi