Formula Frenesia

Al gran Premio di Barcellona possiamo affermare con un certo grado di confidenza di aver assistito alla storia.
Che poi la storia non sempre ci possa essere gradita, questo è un altro paio di maniche, o, come dicono in una delle patrie fondanti del Motorsport, un cavallo di un altro colore.
E di cavalli andiamo oggi a parlare; della loro razza e di quanto si riesca ad inferire sulle loro reali capacità.


Max Verstappen è la nuova stella delle competizioni motoristiche e lo è dopo appena una stagione in F3 dove ha ben figurato, mostrato doti di aggressività e controllo della monoposto non comuni  ma a dire che abbia svettato, ce ne manca.
Certo era giovanissimo e quindi ci sono tutte le attenuanti del caso.
Tutte tranne quella che gli impedirebbe di venire immediatamente catapultato nella massima divisione.
E tutto questo in un team che è noto per la rapidissima costruzione (e molto spesso l’altrettanto immediata distruzione) di carriere.
A tavolino.
Max mostra un ottimo manico, un’irruenza ed una cattiveria agonistica impressionante ma si sa che l’adolescenza è l’età in cui il cucciolo umano (di cui il pilota è una modificazione genetica a tratti inquietante) deve mettere alla prova  sé stesso e soprattutto la pazienza di chi gli sta intorno.
Finisce nella squadra B in predicato di venire promosso appena ce ne sia l’occasione.
E l’occasione (che di solito mina la moralità dell’uomo, sempre ammettendo che l’uomo stesso debba aspettare un’occasione per mostrare il suo lato peggiore) arriva ghiottissima dopo il Gran Premio di tutte le Russie.
Fuori Daniil Kvyat, reo di occupare una seggiola già assegnata d’ufficio al novello fenomeno, e dentro il fenomeno di cui sopra.
E la promozione, che non a caso condivide con l’occasione di cui si parlava prima una certa assonanza, porta con sé un regalo inaspettato.
Al gran premio del debutto in RBR, gli alfieri della Mercedes Benz finiscono per fare quello che buona parte degli spettatori attendono pazienti da tre anni: si tirano finalmente  a muro gli uni con gli altri.
Il boato dalle tribune del Catalunya mostra palesemente l’antisportività iberica.
Il boato nel mio palazzo mostra che gli iberici hanno invaso il norditalia.
Il boato sentito dai miei amici un po’ ovunque conferma che gli iberici hanno preso possesso del mondo ed “escono dalle fottute pareti” come gli xenomorfi ideati da HR Giger.
La possibilità di mettere il virgulto sul gradino più alto del podio non pare vera.
Ci sono solo un paio di dettagli da sistemare come ad esempio il compagno di squadra che lo precede; ma quello viene facilmente ridimensionato con una scelta di gomme tanto audace e spregiudicata che non solo non viene nemmeno presa in considerazione da Paul Hembery (il tipo con la voce da Stanlio, l’aspetto da Stanlio e la credibilità di Stanlio che ogni tanto appare affinaco a Stella Bruno-Ollio a spiegare i misteri della transustanziazione della gomma vulcanizzata) ma che lascia il simpatico australiano su tre ruote.
Pare che Helmut Marko (quello che ha definito il demansionamento del Russo in STR una “occasione” per Daniil) abbia fatto sapere che volevano dare la possibilità al dentone australiano di imitare un certo canadese a Zandvoort nel ’79 o un certo teutonico a Spa nel ’98; a sua scelta.
Pare che il prossimo modello a cui Dentone dovrà ispirarsi, più che un canadese o un tedesco, sia un brasiliano.
Con l’abitazione della nonna a pochi passi dal circuito di Interlagos.
Cosa non si fa per motivare il proprio personale.
Poi ci sarebbero la macchine col cavallino ma quelle erano già segnate dal venerdì quando si è saputo che il loro presidentissimo, che non perde occasione per fare proclami di vittoria imminente, avrebbe assistito alla gara.
Pare che ormai l’arrivo della dirigenza in rosso sia accompagnata da stormi di gatti neri che si suicidano rompendo specchi e transitando sotto scale e affini.
Come volevasi dimostrare tutto procede liscio come l’olio e il buon Max, messo in testa alla gara in una pista dove per definizione non si sorpassa, finisce per fare l’unica cosa prevedibile del gran premio: non farsi sorpassare.
E qua veniamo al punto nodale.
Perché le favole sono belle ma sono appunto favole; un luogo della mente con unicorni, principi azzurri, principesse disinibite che convivono con un’orda di minatori maschi di bassa statura, mele dall’elevato contenuto di cromo esavalente (no, quelle ci sono anche nel mondo reale) e piloti che sono fenomeni puri e che possono portare una macchina dove non potrebbe arrivare di suo.
Ma nel mondo reale, iniziano ad esserci un po’ troppi fenomeni per continuare ad utilizzare questo termine per definire qualcuno fuori dal normale.
Forse occorre incominciare a considerare quale sia davvero il valore aggiunto che può portare un pilota ad una monoposto; chiedersi come mai un team la cui ragione sociale è il marketing, pare sfornare a ciclo continuo “fenomeni”; domandarsi se davvero una monoposto che un pilota la porta al trionfo dopo appena una manciata di ore di guida, sia tanto difficile da portare al limite.
E di conseguenza chiedersi quale sia il reale valore di tutto ciò che troppo frettolosamente definiamo “fenomenale”.
Tenendo conto del costo umano che la costruzione di queste carriere studiate a tavolino reclama.
Perché per ogni talento puro che i geni del marketing sfornano ce ne sono almeno tre o quattro con le stesse splendide speranze, che si trovano a fare i disoccupati a 24 anni con la qualifica di “ex pilota di Formula 1“.
O i DJ.
Ma soprattutto, in questa Formula Frenesia in cui tutto deve essere immediatamente digerito e premasticato, domandarsi che fine avrebbe fatto un giovane canadese (che la Storia, lui sì che l’ha fatta davvero) la cui massima aspirazione pareva sfasciare una macchina sì ed una anche.
Sento già le critiche dal banco in fondo a destra che dicono che questa F1 è totalmente diversa da quella di Gilles e che fare paragoni è posticcio se non ampiamente tendenzioso.
Ma il tema è proprio questo.
Perché la Formula 1 è totalmente diversa dalla Formula 1 di trent’anni fa ma le F1 (intese proprio come monoposto) sono ormai troppo simili alle GP2 che sono simili alle GP3 che sono simili alle F3…
E il passaggio da una serie all’altra non è caratterizzato dall’aumento vertiginoso delle prestazioni, o della potenza, o del rischio.
Ma solo dal numero di giornalisti accreditati in sala stampa.
Ci piace davvero questa Formula usa e getta?
Che cosa possiamo realmente inferire del valore dei piloti quando questi non riescono a superare il limite della monoposto (e quindi la differenza di vettura narcotizza ogni sfida extra-team) e quando le sfide interne alla varie squadre (le uniche che paiono ancora probanti di qualcosa) finiscono per apparire decise a tavolino in base a interessi mai del tutto chiari?
La Formula 1, quello sport da vecchi che non riesce in nessuna maniera a allargare il suo bacino di utenza nel mondo dei giovani, pare però ne stia assumendo forse l’atteggiamento più degenere: masticare e ingurgitare tutto senza assaporarne il sapore, nell’eterna fretta di qualcosa di nuovo.
Perché il nuovo è sempre meglio del vecchio.
Ovviamente in attesa che un nuovo fenomeno ci stupisca con la prossima impresa su quattro ruote.

 

 

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