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1990.10.21 The Duellists

Intro
Some races end immediately after the start, and others end with six laps to go
Ayrton Senna

E’ il 21 ottobre del 1990 ed è una splendida giornata soleggiata. L’anfiteatro in cui si svolge questa ennesima rappresentazione dell’eterna sfida fra i duellanti è Suzuka, uno dei circuiti più belli e complicati del circo della Formula 1. È un circuito tracciato con riga e compasso dai tecnici della Honda, ambiente ideale per i piloti di altissimo livello, pieno di curve a raggio multiplo come la Spoon, o da pelo sullo stomaco come l’infinita 130R, vero terreno di sfida fra chi ha i numeri e chi quei numeri non potrà mai nemmeno sognarli. Le macchine, reduci dal giro di riscaldamento, si allineano docilmente sulle rispettive piazzole di partenza. Il leader del mondiale guadagna la prima posizione, la Pole Position, e il suo rivale di sempre gli si para accanto, lievemente arretrato, sulla seconda piazza. I duellanti sono ancora una volta, l’ennesima volta, uno accanto all’altro. Pochi secondi ancora e il rombo dei motori salirà altissimo, come un latrato ancestrale che solo chi ha provato ad assistere ad una partenza di Formula 1 dal vero può conoscere; pochi secondi ancora e la loro gara sarà finita. Le loro macchine accartocciate l’una all’altra nella via di fuga della First Curve come facilmente prevedibile da chiunque avesse seguito le loro vicende; da chiunque avesse sentito parlare i duellanti con le loro parole di guerra.
Come spesso accade per capire gli eventi di oggi bisogna fare un tuffo in quelli di ieri.

 

Ieri: Alain, Ayrton e Stefan
…the storming Ayrton Senna, who has just paced the fastest lap, is still catching Alain Prost, in fact catching him very fast, something like three and a half seconds a lap by our official hand timing…
Murray Walker – BBC Commenter

Ieri è il 3 giugno 1984 e sul Principato di Monaco sta diluviando; siamo al giro 31 degli infiniti 76 previsti ma appare altamente improbabile che possano effettuarsi tutti. Montecarlo è già una pista estrema con l’asciutto: si corre a 170 kmph di media in un budello delimitato da guardrail, senza vie di fuga e senza la minima possibilità di una sbavatura; le ruote corrono a pochi centimetri dai bordi della pista e un minimo errore di valutazione può costare la gara, o peggio, le gambe. Questo in condizioni normali; ma oggi non ci sono condizioni normali; oggi la pista è un acquitrino scivoloso. Nelson Piquet ha coniato una geniale e dissacrante immagine per descrivere Montecarlo; “è come correre in bicicletta nel salotto di casa propria.”
E il salotto, normalmente teatro della bella vita monegasca, oggi è una piscina scoperta. Alain Prost sta conducendo la gara sulla sua McLaren-TAG MP4-2 ma la sua andatura è pesantemente condizionata dalle condizioni della pista. Dietro di lui c’è un giovane pilota che sta lottando per costruire la sua strada nel feroce mondo della Formula 1; il suo nome è Ayrton da Silva ma lo ha cambiato ritenendo il cognome del padre, troppo comune in terra brasiliana, anonimo e scontato; e per contro prediligendo quello della madre, Senna.
Il ragazzo si è già fatto notare da chi ha l’occhio lungo per le competizioni ma Ayrton sa che è meglio costruire la propria carriera lentamente e con precisione. La meticolosità sarà sempre il suo tratto distintivo e alla luce proprio della pianificazione preferisce incominciare la stagione ’84 con la Toleman; squadra di rincalzo ma che gli permette lo svincolo immediato e gli dà fiducia. E la fiducia, il ragazzo la ripaga ampiamente il 3 giugno. La pista è un acquitrino, dicevamo, e in queste condizioni i quasi 100 cavalli in meno che il motore Hart della Toleman PG184 paga al TAG-Porsche della MP4-2 sono meno evidenti. Non conta quanti cavalli hai ma solo quanti ne riesci a scaricare a terra con l’abilità di un equilibrista e la dolcezza di un barbiere. E di abilità il giovane Ayrton ne ha da vendere. Senna durante le qualifiche aveva strappato un tredicesimo posto ma il suo ritmo impossibile da sostenere per chiunque lo ha già portato in seconda posizione e sta girando con una media di oltre tre secondi più veloce dell’affermato leader della gara e del mondiale, Prost. Ho appena detto che il ritmo di Senna è impossibile da sostenere da chiunque ma questo non è propriamente vero. Dietro all’impacciato Prost e al fenomenale Senna c’è un giovane tedesco che in comune con Ayrton ha l’interesse che il grandi team riversano in lui; il suo nome è Stefan Bellof e la sua Tyrrell, se possibile, è ancora meno performante della Toleman-Hart di Senna. Durante le qualifiche ha fatto l’impossibile per portare la sua 012 al ventesimo posto, il primo dei non esclusi; i cavalli sono pochi e il telaio è quello che è, ma Stefan adora la velocità tanto da detenere tutt’ora il record (imbattuto e imbattibile) sul tracciato comunemente considerato il più pericoloso, tecnico e veloce che la storia della Formula 1 abbia mai visto: il vecchio Nurburgring Nordschleife. Stefan è terzo e riesce a guadagnare qualche manciata di centesimi persino sull’incredibile andatura di Ayrton. Anche Stefan incontrerà sulla sua strada il quarto personaggio di questa giornata di pioggia ma questa è un’altra e purtroppo triste, storia.
Jackie Ickx è un ex pilota di Formula 1 e il 3 giugno sta interpretando il ruolo di direttore di corsa; è il quarto personaggio di questa storia monegasca e al giro trentunesimo, con Alain in prima posizione, Ayrton che sta guadagnando secondi su secondi sulla vettura di testa e Stefan che inanella sorpassi che hanno dell’incredibile, come quello sulla Ferrari di Arnoux, prende una delle decisioni più contestate della storia della F1: dichiara bandiera rossa. La gara è finita; troppo pericoloso continuare. I rimanenti 8 concorrenti in pista (dei 20 partiti) accolgono la decisione con animi contrastanti; Prost è sollevato, a lui il bagnato non piace e da quando ha visto volare la Ferrari 126 di Didier Pironi quasi in cielo per poi ricadere accartocciata su sé stessa nel nubifragio di Hockenheim un paio di anni prima, non è più lo stesso.
Oltretutto, già da qualche giro, stava segnalando al suo box problemi di vibrazione in frenata ai suoi dischi dei freni anteriori. Bellof è sempre stato lieve nelle sue emozioni e prende la decisione con la consueta scrollata di spalle. Ayrton è furioso: sa che le chances di mostrare al mondo quello che vale dipendono proprio da gare come queste; sa che Alain Prost è uno dei migliori piloti in circolazione, il leader del Mondiale e sta velocemente diventando il punto di riferimento, l’uomo da battere, il metro di paragone. La decisione lo insospettisce; in fondo Ickx corre il mondiale Endurance con la 956 Porsche ufficiale; proprio quella Porsche fornitore del motore della McLaren di Alain. Teme, come molti del resto, che la decisione dell’ex pilota belga sia dettata più dalla volontà di risparmiare alla McLaren-Porsche l’onta di un sorpasso in pista da parte della semisconosciuta Toleman-Hart che da reali necessità di sicurezza. Ayrton ignora che a prescindere dal risultato di Monaco tutti i team ora sanno chi sono le promesse su cui puntare e lui, meno indisciplinato e più costante del pur velocissimo Bellof, è il primissimo della lista.

 

Una convivenza difficile
…for my team-mate in 1988, it was a choice between Ayrton Senna and Nelson Piquet …I said that Ron (Dennis) should take Ayrton, because he was the more talented driver…I don’t regret it, but, from my own point of view, on that occasion I definitely made a mistake…
Alain Prost

Alain ed Ayrton si incontrano parecchie volte sui tracciati dopo quel famoso Gran Premio del 1984 ma il loro rapporto si mantiene distaccatamente cordiale. Ayrton non è uno tenero, non lo è mai stato e sa bene che per arrivare in cima deve mostrare i denti in un mondo, quello della Formula 1 degli anni ottanta, dominato da enormi talenti e irriducibili personalità. Un mondo dove a brigante si risponde con brigante e mezzo, lontano anni luce dai Gentlemen Driver, i corridori gentiluomini, spesso frutto della ricca e affabile borghesia che riempivano la griglia di partenza dei GP degli anni cinquanta e sessanta. Gli anni ottanta sono fatti di ripicche e di prove di forza dove un folto e pelosissimo zerbino al posto dello stomaco non solo aiuta ma pare requisito indispensabile per poter sopravvivere.
E di pelo Ayrton ne mostra parecchio, alcuni, tanti, dicono persino troppo; ma al talento si perdona spesso molto e Ron Dennis decide di strapparlo alla Lotus (dove correva dal 1985) per creare il Dream Team degli anni ottanta per eccellenza: l’imbattibile McLaren con la coppia di piloti più forti e promettenti del lotto: il due volte Campione del Mondo Prost e il velocissimo e imbattibile nelle qualifiche Ayrton Senna.
E infatti imbattibile è l’aggettivo corretto per quella McLaren: l’unico Gran Premio in cui non domina uno dei due alfieri della scuderia di Woking è, molto curiosamente, il GP di Monza, il primo dopo la morte (avvenuta solo tre settimane prima) di Enzo Ferrari; vinto proprio da una Ferrari. Per il resto non c’è storia e il rapporto fra i due si mantiene relativamente distaccato ma cortese.
Cortese fino al primo vero intoppo all’Estoril.
Alla partenza del GP Portoghese, Senna si ritrova spinto fuori dalla traiettoria e quasi dalla pista da una manovra di Prost; dopo la ripartenza causata da un incidente al primo giro fra Derek Warwick e Andrea De Cesaris, il Brasiliano parte meglio ma quando il Francese cerca di superarlo, decide di restituire la gentilezza schiacciando letteralmente la MP4-4 di Alain verso le barriere. Il tutto in pieno rettilineo: a 280 kmph abbondanti. Prost riesce a trovare abbastanza spazio per evitare di decollare sulle barriere e si invola verso la vittoria. La gara ha poco altro da dire: Prost vince e a fine gara affronta a muso duro il suo compagno di squadra; entrambi hanno la loro versione; entrambi sono convinti di essere nel giusto; entrambi sembrano lasciare perdere la cosa.
Si narra che le guerre incomincino proprio in questa maniera.
C’è un altro particolare di questo anno iniziale di convivenza fra i due Campioni, ma bisogna fare un salto indietro quasi ad inizio Mondiale: siamo ancora una volta a Montecarlo, la pista dei Campioni, ma stavolta sull’asciutto. Senna e Prost hanno una vittoria a testa ma il Brasiliano sa bene come mettere pressione a chi gli si para davanti e sa che Prost è il termine di paragone per ogni pilota in quegli anni e, durante le qualifiche del Gran Premio, fa qualcosa di leggendario: in un ambiente dove i distacchi fra compagni di squadra (quindi a parità di vettura) si misurano in decimi lui rifila un secondo e mezzo ad Alain. In gara domina fino a quando va sbattere con un vantaggio impressionante sul secondo inseguitore; proprio Prost. Solo a posteriori sarà chiaro tutto l’episodio: Senna strizza il suo Honda RA 167-G V6 Turbo fino al limite, fino a sbattere perché vuole doppiare Prost; vuole mettere subito in chiaro, alla terza gara, sulla pista più difficile, la pista dei Campioni, chi è il leader. Chi deve vincere il mondiale.

 

Il patto Molotov-Ribbentrop
Il 1988 si chiude con la vittoria nel mondiale da parte di Ayrton Senna nonostante Prost abbia fatto un numero maggiore di punti; le regole obbligano a scartare i peggiori 5 risultati e Ayrton ha un numero maggiore di vittorie su cui contare.
Il 1989 parte con un’altra MP4 imbattibile equipaggiata però con un Honda V10 3500 cc aspirato. I rapporti fra i due sono, per contro, in caduta libera. Prost sopporta poco l’iper-professionismo messo in pista da Ayrton che segue il lavoro del suo team di meccanici dall’alba al tramonto. Ayrton è così: meticoloso e puntiglioso fino al parossismo e questa situazione, e la paura che Ayrton stia lavorando nell’ombra per mettere la squadra contro di lui, portano Prost ad un progressivo distacco dal team.
Prost è frustrato anche per un altro motivo: nel team c’è una politica di cooperazione fortemente voluta da Ron Dennis e i dati telemetrici (e di conseguenza gli assetti delle vetture) dei due piloti sono condivisi fra i gruppi di lavoro di Senna e quello di Prost. Il punto è che Ayrton spesso copia spudoratamente gli assetti di Alain finendo per rifilargli decimi su decimi, quando non secondi, in prova e in gara. Questo per il Francese è intollerabile come è intollerabile la venerazione che in Giappone, la patria dei motori Honda della McLaren, hanno per Senna. In più Senna è sempre stato aggressivo, molto aggressivo, soprattutto psicologicamente con chiunque egli abbia reputato potere essere un ostacolo alla sua fame di vittorie e Prost patisce questa condizione. Accoglie quindi con sollievo la proposta da parte di Senna di un patto di non belligeranza all’interno del team: la gara si gioca dalla seconda curva del GP in poi. La proposta di Senna segue la partenza del primo GP della stagione quando il Brasiliano, coinvolto in un incidente con Gerhard Berger su Ferrari proprio alla prima curva perde parte del musetto della sua MP4-5 e si gira. Il patto dovrebbe servire per evitare simili incidenti: finirà per essere il più classico dei casus belli.

 

Casus belli
…I must admit that Ayrton is an extremely good driver, he is extremely motivated, but in my view he is driving too hard. To be honest, from a personal point of view, it has become absolutely impossible to work with him.
Alain Prost

Imola, 23 aprile 1989.
Come spesso accade Senna si è qualificato in Pole position con Alain Prost al suo fianco. La partenza avviene in modo pulito e le due vetture sono prima e seconda quando al quarto giro la Ferrari di Gerhard Berger finisce dritta al Tamburello ad una velocità vicina ai 240 kmph, rimbalza, si appoggia, al muro che separa la pista dal Santerno per incendiarsi. Solo il minimo angolo di impatto e la perfetta efficienza dei soccorsi della pista impediscono danni gravi al pilota. La gara viene sospesa e viene deciso che la vittoria verrà assegnata in “aggregate”: sommando i distacchi al momento della sospensione con quelli della fine della gara, dopo la seconda partenza.
Sì, c’è da fare una seconda partenza e ognuno dei due piloti del team di Woking ha le idee chiare: per Ayrton la gara è già incominciata e quindi il patto ha cessato di essere valido e oltretutto era in testa; per Alain è necessario evitare i pericoli di un’altra partenza e quindi il patto è valido.
Alla ripartenza Prost scatta per primo e, ovviamente, Ayrton lo attacca a ruote fumanti proprio dove Alain, alla luce del patto, non si aspetta un attacco: alla prima curva, la Tosa.
Senna vince la gara.
Prost considera la misura colma e dichiara guerra al compagno di team.
Si isola progressivamente arrivando a denunciare la mancanza di parità di trattamento fra lui e il Brasiliano e giustificando i distacchi abissali che riceve spesso in qualifica da parte di Senna con presunte pressioni da parte di Honda sul team per far prevalere l’idolo delle folle giapponesi quale Ayrton oramai è diventato. In Francia Prost annuncia di non voler continuare con la McLaren per la stagione successiva. A Monza, all’ennesima sfuriata di Prost dopo che Senna gli ha rifilato un secondo e mezzo in qualifica, Dennis in persona interviene e rende pubbliche le telemetrie di Alain e Ayrton da cui si vede chiaramente da dove viene quel distacco; non si tratta di favori ma di percorrenza nelle famigerate curve di Lesmo. Prost non ci sta, in fondo Ayrton sta vincendo sulla macchina che lui ha guidato nello sviluppo e che spesso lui configura perfettamente per la gara; di fatto per Senna,
La penultima gara sui svolge a casa del motorista della McLaren, nel circuito di proprietà di Honda e dove Ayrton si trova a suo perfetto agio; il Brasiliano deve vincere sia la gara giapponese che l’epilogo australiano per sperare nel Campionato; Prost in uno dei suoi sfoghi ha giurato che non avrebbe “…più lasciato passare Ayrton…”; forse perché sa bene che con la regola dei 5 scarti Senna può ancora collezionare 18 punti portandosi ex aequo in testa ma con un numero maggiore di vittorie. L’incubo di un altro mondiale perso nonostante abbia accumulato un numero maggiore di punti contro uno che inanella vittorie a raffica sembra materializzarsi un’altra volta.

 

Suzuka, atto primo, 22 ottobre 1989
…in the record books the win still belongs to Nannini but anyone who was there will remember it as one of Senna’s greatest days. A day when, in equal machinery, the titans of the 1980s went up against each other, and Senna won the battle.
GP Encyclopedia

…from now on, this matter will be in the hands of the lawyers, people who understand the theoretical side, as for the practical side, it was obvious I won on the track.
Ayrton Senna

E’ il 22 ottobre del 1989 ed è una splendida giornata soleggiata. A Suzuka i duellanti sono uno di fianco all’altro pronti per la partenza e allo scatto; come sempre Senna ha incastonato una gemma preziosissima sull’anello di asfalto giapponese fermando il cronometro delle qualifiche a 1’38.041; il compagno, secondo è relegato a quasi due secondi di distacco, sulla stessa macchina, con lo stesso setup, senza nessuna scusa se non i suoi fantasmi con cui fare i conti.
Prost ferma il cronometro a 1’39.771 ed è rabbioso.
O forse solo rassegnato.
La partenza arride al Francese che scatta in testa inseguito da Senna che non ha avuto lo stesso spunto fulmineo. La gara si snoda per 40 giri con il Brasiliano all’inseguimento del Francese fino al giro 40 quando gli si incolla negli scarichi sperando di innervosirlo e condurlo all’errore.
Sì, errore.
Perché sorpassare a Suzuka non è semplicissimo e Prost non è diventato due volte Campione del Mondo a caso, non certo perché si sia mai lasciato innervosire da chi lo inseguiva in pista, fosse anche quel minaccioso casco giallo e verde. Al giro 47 Senna decide che deve provare il tutto per tutto: un secondo posto non basta per le sue velleità mondiali.
A Suzuka c’è una chicane stretta e tortuosa subito dopo un rettilineo ed una curva da brivido da percorrere in pieno sperando di non dover mai avere la necessità di correggere la traiettoria: la 130R. Lì Senna mostra tutta la sua ferocia agonistica restando nella turbolenza degli scarichi di Prost, con il muso che perde carico, con la macchina che scivola sulle quattro ruote, con l’indicatore della velocità che sfiora i 280 kmph e con la MP4-5 del nemico diritto nel mirino.
Ancora un rettifilo dove prendere altra scia e poi la staccata.
La chicane, dicevamo; si chiama Casio Triangle in onore dell’enorme cartellone della ditta giapponese che campeggia a fianco della stessa.
Lì si passa dai 300 e passa kmph del rettifilo precedente ai 90 kmph della percorrenza, lì Senna attacca e lì Prost mette in atto il suo proposito: “non lo lascerò più passare”, aveva detto.
Così fa.
Guarda negli specchietti, lascia che il muso della MP4 gli si affianchi e poi chiude la traiettoria ben prima che sia necessario per affrontare la prima delle curve del Casio. Le macchine rimangono incastrate e mestamente finiscono nella via di fuga asfaltata che segue il Casio. Prost ha matematicamente vinto il mondiale e, slacciate le cinture, si allontana dalla macchina. Senna rimane nella sua MP, chiede ai commissari di spingerlo per far ripartire la vettura, prosegue nella via di fuga e rientra subito dopo il Triangle. L’incidente e quanto ha fatto seguito hanno rubato quasi mezzo minuto a Senna che, oltretutto, deve anche rientrare ai Box per farsi sostituire il musetto danneggiato nello scontro. Alessandro Nannini su Benetton-Cosworth ha intanto guadagnato la testa della corsa e ha un vantaggio enorme su Senna che si lancia in un inseguimento epocale.
Prost, a bordo pista, non crede ai suoi occhi: l’avversario che credeva di aver sconfitto, come nei peggiori film di serie B in cui il cattivo di turno riemerge illeso da ogni assalto letale, è ancora in pista e sta inanellando giri spaventosi per recuperare su Nannini e andare a vincere. E così succede, con la fotocopia della manovra tentata su Prost e che aveva portato all’incidente, Senna attacca Nannini al Triangle e lo passa fra ali di tribune in visibilio e festanti per l’impresa a cui hanno appena assistito.
Prost non rientra al box della sua scuderia; passa da quello della Benetton e sale la ripida scaletta in metallo che porta alla direzione corse.
Senna taglia il traguardo per primo ma finito il giro d’onore lo aspetta la più amara delle sorprese: Jean Marie Balestre, il presidente della FISA, la federazione internazionale, è andato in direzione gara di persona per invocare la squalifica di Senna a tutto vantaggio di Alain. La motivazione ufficiale è di quelle che fanno sorridere: Senna ha ripreso la pista dopo l’incidente tagliando la chicane del Casio Triangle e percorrendo parte della via di fuga. Il percorso fatto dal Campione Brasiliano, di quel giro quindi, non è completo e pertanto la vittoria viene data a Nannini e il Mondiale a Prost. Senna è furente e furenti sono anche le centinaia di migliaia di spettatori presenti a Suzuka che accolgono il podio con gli incolpevoli Nannini, Patrese e Boutsen con una bordata di fischi a cui il mondo della Formula 1 non ha mai assistito.
Prost parla di trionfo della giustizia, Senna, apertamente, di furto, di arroganza del potere, di campionato falsato. L’influenza mediatica dell’asso brasiliano è immensa e la FISA vede vacillare l’autorità del suo arbitrato.

 

Ai materassi
…maybe we did make a mistake, maybe we should have blackflagged Senna immediately. In that case we’d saved ourselves a lot of trouble, but instead we, because of the importance of the duel, took our time to reach a decision. Maybe we should have been more strict…
Ronald Bruynseraede – 1989 Suzuka race director

La McLaren presenta appello contro la decisione e per tutta risposta la FISA mette in atto una campagna che rasenta l’incredibile contro Senna, accusato non solo di un incidente, quello al Casio, in cui palesemente non aveva colpa, ma anche di “dangerous driving”, di essere un pericolo per sé e per chi gli sta intorno, andando a rivangare episodi del passato e dandone interpretazione tendenziosa. Viene accusato di 5 episodi tra cui lo scontro fra lui e il doppiato Jean-Louis Schlesser, l’attraversamento della pista in Francia quando stava andando a parcheggiare la sua MP4 con il cambio rotto e ironia delle ironie dell’incidente con Nigel Mansell in Portogallo quando questo ultimo aveva ignorato la bandiera nera mostratagli e, da squalificato, aveva cercato di prendere la testa della gara a scapito proprio di Senna buttandolo fuori. Viene comminata una multa di 100.000 dollari e la sospensione della superlicenza FISA necessaria per poter partecipare alle competizioni motoristiche. Dennis raggiunge il furente Senna in Brasile e lo dissuade dal suo intento di ritirarsi, paga la sua multa e con un inganno gli fa firmare una lettera di scuse con la quale pacifica Balestre.
Ma la guerra, la peggiore delle guerre cui il mondo della Formula 1 abbia mai assistito, è appena cominciata e Senna vuole avere l’ultima parola.

 

Guelfi e Ghibellini
…he [Ayrton] took no prisoners, he had that brightly-coloured helmet, and you could clearly see him coming up behind you. He left you to decide whether you were going to have an accident with him. What you did depended on how badly you wanted to finish the motor race…
Martin Brundle on Ayrton Senna driving style

Il mondiale 1990 incomincia con Senna sulla McLaren e Prost diventato prima guida della Ferrari. Il campionato si snoda per lunghi mesi vivendo delle battaglie in piste e davanti ai microfoni che Senna e Prost mettono in atto. La guerra divide gli appassionati in Guelfi e Ghibellini, Lealisti e Repubblicani, Nazionalisti e Unionisti. Non ci sono molti dubbi sull’incidente del Casio e sulle responsabilità di Alain Prost ma Ayrton Senna, dagli anni della sua entrata in scena, ha mietuto la sua carriera di battaglie spesso al limite di quanto unanimemente considerato lecito. Prost diventa il simbolo di chi negli anni aveva mal sopportato lo stile aggressivo, al limite del persecutorio con cui Senna amava stare in pista; i colpi di freno in pieno attacco su chi lo inseguiva per fargli perdere il ritmo, o peggio, l’alettone; le staccate al limite; la pressoché impossibilità di sorpassarlo se non forzando le cose quasi al limite dell’incidente; o, spesso, oltre. Per lunghi anni la Formula 1 aveva vissuto di scontri leali e mediamente corretti con il solo Jack Brabham negli anni 50/60 a dare un segnale di discontinuità con il suo stile aggressivo al limite del vessatorio. Negli anni ottanta la musica cambia drasticamente e la lotta ai limiti del lecito diventa quasi una regola a cui appellarsi quando la pista non basta a risolvere le dispute. Carlos Reutemann ed Alan Jones dimostrano benissimo dove la guerra fra team mates possa portare; lo stesso Jones si fa strada nella sua corsa mondiale del 1980 mettendo fuori pista senza troppi complimenti il suo antagonista Nelson Piquet; Gilles Villeneuve e Didier Pironi con il “tradimento” di quest’ultimo ad Imola segnano per anni le generazioni future di chi considera l’episodio della pista del Santerno il prologo del volo disperato dell’Aviatore, come tutti nell’ambiente amavano chiamare Gilles, a Zolder. Senna era la summa di tutto questo e forse di più; univa ad un talento unico e probabilmente inarrivabile, una preparazione metodica e ingegneristica, una freddezza da chirurgo e una cattiveria e spietatezza impressionanti. Un clone, un automa, una chimera con la classe di Jackie Stewart, la precisione metodica di Niki Lauda e la determinazione feroce di Jack Brabham: praticamente una macchina da guerra su quattro ruote pronta a radere al suolo chiunque si fosse parato fra la sua sete di vittorie e il successo. Prost era la vittima sacrificale che rifiutava di essere tale, di immolarsi per il piacere pagano di quel dio dal casco giallo-oro, l’uomo con le sue debolezze e la sua mortalità contro il semidio feroce e crudele, Ettore che esce dalle mura di Troia per affrontare Achille senza avere speranza di vittoria; o di clemenza. Prost era il figlio prodigo della Federazione mentre Senna era il talento allo stato puro, punito dal potere temporale sotto forma del dittatore Balestre e del suo giocattolo FISA. Non c’era dialogo fra i piloti in pista e nemmeno fra i loro sostenitori fori da essa. Tutti sapevano che prima o poi si sarebbe arrivati ad una resa dei conti; l’unica incognita era quando questo sarebbe successo. Per l’ironia che la sorte spesso ama mostrare, i duellanti si sarebbero trovati esattamente nella stessa condizione di un anno prima ma a parti, ovviamente, invertite.

 

Suzuka, atto secondo, 21 ottobre 1990
Last year’s World F1 Championship was resolved in a very unsatisfactory way, Ayrton Senna was considered to be the guilty party when he and Alain Prost collided in the chicane before the pits. […] What an irony it would be if it should happen again handing the title to Senna
John Watson – McLaren former driver

E’ il 21 ottobre del 1990 ed è una splendida giornata soleggiata. Le polemiche per la decisione della FISA non si sono ancora spente. Senna e Berger, i due alfieri McLaren nell’incontro con l’organizzazione del circuito di Suzuka hanno fatto notare che la Pole Position avrebbe portato il pilota a partire sul lato meno gommato e più sporco della pista annullando di fatto il vantaggio di primeggiare nelle qualifiche. La direzione del circuito aveva acconsentito all’inversione della griglia quando Balestre è intervenuto in persona per impedirla, suscitando l’ennesima bordata di polemiche fra chi accusava Senna e Berger di sfruttare l’influenza del fornitore Honda e chi vedeva nell’atto del presidentissimo l’ennesimo gesto di ostracismo al probabile autore della Pole, Senna e di favore al probabile secondo, proprio Alain Prost. Ad aggiungere polemiche ci avevano pensato i fatti del briefing pre-gara in cui Nelson Piquet solleva dubbi sulle norme che obbligano chiunque fosse uscito al Casio di rientrare dal punto di uscita rischiando di creare una collisione frontale con chi fosse sopraggiunto alla chicane proprio in quel momento. L’intera assemblea approva la mozione per acconsentire di tagliare la chicane e Senna, dopo uno sfogo rabbioso all’indirizzo dei colleghi, abbandona polemicamente la riunione.
E’ esattamente quanto ha fatto lui l’anno prima.
E’ esattamente ciò che gli è costato il titolo.
La pole, come facilmente prevedibile, va ad Ayrton Senna; Alain Prost con la sua Ferrari è secondo senza nessuna scusa sui favoritismi del team a giustificare la sconfitta nelle qualifiche ma ha sotto le gomme l’asfalto utilizzato per la traiettoria, gommato e pulito, e può contare sulla sua abilità nelle partenze. Le macchine, reduci dal giro di riscaldamento, si allineano docilmente sulle rispettive piazzole di partenza. Il leader del mondiale guadagna la prima posizione, la Pole Position, e il suo rivale di sempre gli sia para accanto, lievemente indietro, sulla seconda piazza. I duellanti sono ancora una volta, l’ennesima volta, uno accanto all’altro. A Senna, per vincere il mondiale basta che il suo avversario non faccia nessun punto in Giappone ed ha già stilato la sua dichiarazione di guerra: sa bene come parte la MP e se alla prima curva non dovesse essere primo vuole davvero dire che il lato sporco gli è costato lo spunto e la gara. Il sillogismo è debole ma Senna ha dalla sua parte l’abilità mediatica e il carisma e questa suona come una dichiarazione di guerra all’indirizzo dell’ex compagno di squadra. La partenza conferma le previsioni di tutti: Prost scatta meglio, Senna arriva alla First Curve, la prima piega a destra del tracciato dopo la linea di partenza oltre i 200 kmph, quasi affiancato a Prost, sul suo interno; Prost stacca, scala le marce, imposta la curva. Senna non accenna nemmeno a fingere la staccata: entra nella fiancata del rivale e spedisce la tonnellata e passa di metallo delle due macchine e, soprattutto, i 400 litri di benzina che esse si portano nei serbatoi dritti nella via di fuga. Una nuvola di fumo decreta la fine del mondiale 1990: Senna è Campione del Mondo, slaccia le cinture esattamente come l’anno prima aveva fatto il Francese, si incammina verso la pit lane e al primo telecronista che lo avvicina ringhia beffardo: “…alcune gare finiscono subito dopo la partenza, altre a sei giri dalla fine…”. Il riferimento è chiaro; l’intento era chiaro fin dal venerdì, o forse fino dall’inverno precedente quando FISA aveva deciso a tavolino un mondiale. Lo sport esce sconfitto e lo sanno tutti, protagonisti compresi. FISA stavolta non interviene; il mondiale ha già perso buonissima parte del suo credito l’anno prima e durante i lunghi mesi di polemiche e di dichiarazioni bellicose.
La Formula 1 è lo sport delle ripicche fatte a 200 kmph di fronte ad un plotone di macchine cariche come uova di benzina.
Anche o forse principalmente questo decreta la fine dell’impero di Balestre e dell’esistenza della FISA ma i duellanti sembrano non accorgersene: la loro battaglia durerà altri due anni e sebbene meno eclatante non risparmierà colpi bassi, accuse ed epiche imprese in pista.

 

Epilogo
…a special hello to my dear friend Alain, we all miss you, Alain…
Ayrton Senna, Williams driver, Imola May 1st, 1994

La verità, perlomeno, la verità di chi scrive, è che Senna e Prost e la loro infinita querelle hanno idealmente rappresentato alla perfezione gli anni del loro dominio. Anni caratterizzati da personalità imponenti e da giganti dell’automobilismo pronti a tutto pur di primeggiare. Senna è stato l’innovatore per eccellenza in tanti aspetti dell’automobilismo degli anni ottanta. Dalla attenzione riversata sulla preparazione fisica alla analisi meticolosa delle telemetrie fianco a fianco degli ingegneri di pista. Ma Senna porta anche in pista il concetto di guerra totale ai suoi avversari; la pista finisce di essere il luogo primo della competizione; la battaglia finisce di essere nei 300 e qualche manciata di chilometri della gara ma incomincia davanti alle telecamere delle televisioni, nelle conferenze stampa, nei briefing pre e post gara e soprattutto nella pressione psicologica che ogni pilota riesce a portare a suo vantaggio. Senna, con la sua costante pressione su Prost gli riconosce la più grande delle onorificenze, lo esalta ad unico e vero avversario con il quale confrontarsi. Prost diviene il duale perfetto del Brasiliano; si configura per lui una ossessione: battere il Professore, come tutti nell’ambiente chiamano il Francese, significa essere il Migliore. La più cruda delle guerre che lo sport automobilistico ha assistito è stata in realtà il degenere tributo di un Campione immenso verso un altrettanto immenso Campione. L’ossessiva ricerca dell’immortalità attraverso la grandezza altrui. Il vero epilogo della storia è tutto in un collegamento radio fra la Williams di Ayrton Senna, la macchina nella quale il Brasiliano troverà la morte solo qualche ora dopo, e Alain Prost, ormai ritiratosi dalle competizioni e commentatore per la televisione.
Le prime parole che giungono dall’abitacolo del Brasiliano sono “Alain, we miss you…”, Alain, ci manchi.
Sono assolutamente certo che Senna per una volta abbia gettato la maschera del grande comunicatore ed abbia parlato dal cuore: gli mancava realmente il suo grande, eterno nemico.
L’uomo con il quale essere immortale, perché egli stesso immortale.

1985.09.01 The fastest man on earth

 Intro
Non è facile far scorrere lieve e agile una macchina larga quasi due metri e lunga quasi cinque come se fosse una Monoposto di Formula 2 ma lui pare riuscirci benissimo. Nella doppia piega della “Fermata del Bus” la lotta per il secondo posto è diventata quasi fisica con le due Porsche, la sua e quella del suo avversario, del suo nemico, che si affiancano e ballano sui cordoli. Ancora un giro; ancora una infinita discesa verso una piega velenosa dal nome sensuale, che si contorce, contro le leggi della fisica, fino ad arrampicarsi nei boschi delle colline delle Ardenne. Poi un lunghissimo rettilineo dal nome intimidatorio: “Kemmel”.

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1959.01.22 Fotogrammi

 Intro
The question ‘why did you retire?’ is a much nicer one than ‘why don’t you reitre?’.
Mike Hawthorn

Alcuni sostengono che poco prima di morire ti scorra davanti agli occhi l’intera vita. I particolari di un’esistenza in pochi attimi impossibili da fermare.
Fotogrammi disordinati, sospesi nel tempo, come Polaroid sparpagliate sulle lenzuola sfatte della propria vita.
I calci tirati ad una lattina di metallo in una piazza vuota con la eco che irride il sacro eterno riposo di chi giace nell’ospedale a poche decine di metri da te.
O lo sguardo pieno di gioia per un mondiale vinto che fa da contraltare all’orrore di una pista trasformata in un campo di battaglia nel più grande incidente a cui la storia delle competizioni a motore abbia mai assistito.
Magari un ricordo per tuo padre, morto solo 4 anni prima in un incidente stradale; anche lui bruciato dal fuoco della velocità.
No, non c’è nulla di tutto questo.
Un solo pensiero riesce a prendere forma nei pochi istanti prima di lasciare le spoglie terrene. Uno solo, irriverente come una risata in chiesa.
Come una giacca di Tweed portata orgogliosamente a petto nudo.
Colorato come l’immancabile cravattino che ha sempre ornato le tue competizioni.
Il fatto che fra tutte le migliaia di volte in cui sei arrivato in ritardo, come vezzo o come necessità, beh, questa ti dovranno aspettare davvero parecchio.

 Fotogramma: Coda – 3.144 / First British World Champion
“Viene convocato per una sessione di prove a Modena. Trova Musso, Collins e Gendebien. Si accende la pipa a va da Ferrari: ‘Lei mi ha fatto venire dall’Inghilterra per questo?’; ‘E’ una prova molto importante’, gli risponde Ferrari. ‘No, è una presa per il culo’. Gira i tacchi e se ne va. Bellentani dice a Ferrari di cacciarlo. Ferrari: ‘c’è qualcuno più veloce di lui?’. Silenzio. Mike è stato l’unico a ribellarsi. Mi ha insegnato che ci sono occasioni dove bisogna saper dire di no.”
Romolo Tavoni

Il 1958 è l’alfa e l’omega per Hawthorn.
Ferrari ha finalmente la possibilità di portare a Maranello il titolo mondiale.
Un titolo che forse metterebbe a tacere la mille polemiche che in patria divampano ancora dopo la strage causata dall’incidente di De Portago alla Mille Miglia.
Poi, nel giro di poche settimane, la Scuderia perde due dei suoi tre alfieri.
A Reims affrontare l’infinita curva del Calvaire in pieno significa guadagnare quasi tre secondi sul giro.
Un’enormità.
Hawthorn segue Fangio e prima del Calvaire è ad una manciata di metri, alla fine di esso ha quasi perso di vista il Maestro.
Si ferma ai box e con la sua faccia irriverente va a chiedere all’asso argentino come faccia.
Il Maestro è stanco, sta meditando il ritiro e questa volta vuole condividere i suoi segreti con qualcuno.
Gli dice che sì, è possibile fare il Calvaire in pieno.
Ma occorre sentirlo; in modo quasi mistico, quasi in maniera trascendente.
Occorre osservare le foglie degli alberi in lontananza; le spighe del grano.
Percepire il loro movimento che svela la trama del vento.
Perché basta una bava, un refolo per portarti fuori traiettoria e una volta che sei anche solo mezzo metro al di là dell’invisibile linea di frontiera che delimita il percorso ideale, sei perso in terra straniera. L’auto troppo veloce per chiudere la curva, troppo instabile per frenare, troppo rapida per restare in pista.
Sei semplicemente un forestiero in una terra sconosciuta in attesa del tuo ineluttabile destino.
Anche Musso sente la stessa storia ma l’italiano è meno attento alle parole elargite col bilancino dal Maestro.
E poi a Reims lui deve vincere.
Perché i debiti non aspettano le volute dell’aria rivelate dalle spighe di grano.
Hawthorn piega in pieno il Calvaire.
Vincerà la sua unica gara del 1958.
Musso caparbiamente vuole fare altrettanto; perde la vita.
Poche settimane dopo, in un incidente tragicamente simile, Peter Collins, l’amico fraterno di Hawthorn, quello con cui ha diviso ogni momento libero, sempre a caccia dei sapori intensi che la vita da pilota può offrire, perde la vita al Pflantzgarten, sul Nurburgring.
Anche lui con le ruote poche decine di centimetri al di là della invisibile barriera che separa una curva perfetta da un viaggio senza ritorno.
Il colpo è di quelli che non lasciano scampo.
In Marocco, all’ultima gara, Hawthorn è stremato.
La vita gli sta chiedendo troppo; le sue energie sono al lumicino anche a causa di un male ai reni che lo sta piagando.
Tavoni si assicura la fedeltà di Phil Hill facendogli firmare il rinnovo per la stagione 1959; l’americano prima prova l’attacco al leader della gara Moss e poi, rischiando di finire fuori, tradito da una velenosa staccata anticipata dell’inglese, lascia la seconda piazza a Mike.
Il mondiale torna a Maranello.
Hawthorn dedica la vittoria ad un eterno amico scomparso.
Tutti pensano a Collins.
Mike pensa a suo padre Les.

 Fotogramma: Coda – 12.144 / Le Mans
During those terrible hours he [Lofty England n.d.m] was a tower of strength while people went back and forth debating what should be done. He saw the situation quite clearly and simply. Nothing he could say or do would alter the consequences of the accident. He had come to Le Mans to win a motor race, and as long as it kept going, it was his job to win it.
Mike Hawthorn

Mike è ossessionato dal Maestro.
E il Maestro ha un nome ed un cognome nel mondo delle competizioni a motore.
Si chiama Juan Manuel Fangio ed è semplicemente il migliore.
A Le Mans guida una Mercedes che significa da sempre il Nemico.
“Merc-Eater”.
Divoratore di Mercedes.
Il nomignolo scelto da Hawthorn per la sua Jaguar, e per sé stesso; perché non c’è distinzione alcuna fra l’uomo e la macchina.
Non ce ne può essere quando affidi la tua vita ad uno scherzo dell’ingegneria tenuto insieme da viti, bulloni; tenuto in pista da pneumatici che oggi non useremmo per montarli su carrello della spesa.
Le Mans, il Maestro, la Mercedes.
Hawthorn parte come se non fosse una gara di durata; parte per mettere in chiaro che l’Impero Britannico non piegherà la testa, ma il Re, come lo chiama Hawthorn, non fa prigionieri.
Non si è il numero uno per un semplice vezzo dei cronisti o perché si strappa l’ingaggio migliore.
Hawthorn-Fangio, Fangio Hawthorn; separati da pochi secondi; da un nulla.
Doppiano tutti, tutti tranne Castellotti, Levegh, Maglioli e Kling.
Sono le 18 e Frank England, per tutti ‘Lofty’, il direttore sportivo della Jaguar, ordina a Mike di rientrare ai box.
Hawthorn si fida ciecamente dei suoi freni a disco e immediatamente dopo aver sorpassato Lance Macklin taglia letteralmente la strada al britannico per infilarsi ai box.
La manovra non è azzardata.
E’ semplicemente, follemente, sbagliata come Mike confiderà scosso e tremante a Rob Walker più tardi.
Hawthorn arriva lunghissimo; ottanta metri dopo il suo box.
Devono correre da lui e dirgli di fare un altro giro perché non possono intervenire sull’auto fuori dalla piazzola.
Mike riparte.
Dietro di lui l’apocalisse.
Macklin per evitare la Jaguar di Hawthorn che gli inchioda sul muso, sterza a sinistra mentre sopraggiunge Pierre Levegh.
La Mercedes del francese impatta la Austin e decolla.
Il pilota è sbalzato dall’abitacolo; sbatte contro recinzioni; contro l’asfalto, come una bambola di pezza.
Muore sul colpo.
La vettura colpisce un palo, si disintegra; il blocco motore piomba sulla folla insieme al cofano; trasformato in una ghigliottina micidiale.
Il telaio, perlomeno quello che ne rimane, vola sugli spettatori come una palla di fuoco.
I morti sono ottantatré.
Ottantaquattro se si conta Pierre Levegh.
Alfred Neubauer, direttore sportivo della Mercedes, vuole ritirare immediatamente le sue vetture ma attende una riunione di emergenza che si tiene a Stoccarda; poco dopo mezzanotte arriva la comunicazione lungamente attesa.
Le Mercedes, ancora in testa alla competizione con Re Juan Manuel, si ritirano.
Le Jaguar no.
Mike vince.
England andrà sul podio da un sorridente Hawthorn con una bottiglia di Champagne e poco dopo correrà ad inviare un trionfante telegramma direttamente alla regina per dedicarle la vittoria nella “corsa più prestigiosa del mondo”.
La foto del festante Mike fa il giro del mondo.
Il bimestrale francese l’Auto-Journal pubblicherà l’immagine con il sarcastico titolo: “A votre santé, Monsieur Hawthorn!”
Mike pare un bambino che fatica a distinguere il bene dal male.
Sconvolto appena si rende conto del disastro; rispedito in pista quasi a forza da Lofty; entusiasta sul podio.
E come un bambino avrà lo sguardo stupefatto quando solo sette giorni dopo, al Gran Premio d’Olanda, verrà accolto dal pubblico da una bordata di fischi.
O forse è intimamente convinto che non esista una frontiera fra la pista e la strada; fra la vita e la competizione.
Corre per divertirsi e si diverte correndo.
Sia in pista che fuori.
E in pista, si sa, spesso si muore.

 Fotogramma: Coda – 21.729 / Bristol Cooper
Bob Chase è un amico fraterno di Leslie Hawthorn.
Ed è un discreto bevitore.
Dal letto di ospedale dove sta recuperando dopo l’ennesimo hang over prolungato viene a sapere dalla rivista The Motor che John Cooper vuole iscrivere tre delle sue nuovissime creature, le Bristol-Cooper, all’Easter Festival di Goodwood di Formula 2.
Due per l’Ecurie Richmond Team ed una per sé stesso.
Perché allora non una quarta?
Bob non può ma se Leslie promette di tenere sotto controllo l’esuberanza di suo figlio Mike allora ci penserà lui a finanziare la cosa.
La prima prova, il venerdì santo, con la creatura della azienda di Surbiton è un discreto disastro; la gara sarà il lunedì di Pasqua: le qualifiche l’indomani. I meccanici del TT Garage, l’officina meccanica di Leslie, smontano il propulsore e lo trovano in pessime condizioni.
La via crucis dei meccanici li porterà a riassemblare il motore giusto in tempo per la gara.
Mike non crede molto nelle penitenze divine e per contro passa la vigilia della gara a girovagare per i pub della zona ritenendo sia un ottimo viatico per il suo debutto su un palcoscenico di tale portata.
Durante le qualifiche mette tutti in riga stampando il miglior tempo; migliore fra tutte le Bristol; migliore persino di Juan Manuel Fangio sulla vettura che John Cooper gli ha ceduto.
Ovviamente vince la gara di Formula 2 togliendosi il vezzo di superare all’esterno John Cooper sulla sua creatura; ovviamente controllando la belva con una mano sola mentre con l’altra gli mostra le due dita a “V” di scherno.
Il piccolo segreto, oltre al piede pesantissimo di Mike, è la benzina a nitro metano da 100 ottani che il padre porta con sé in dote dal TT Garage. Distillata secondo quella che sembra essere una ricetta segreta di famiglia; assolutamente legale in un’epoca dove, preparatori a metà strada fra alchimisti e apprendisti stregoni, potevano inventare una vittoria dal nulla.
Il suo vero successo, però, non è la vittoria nella Levant Cup Race, o nella seguente di Coppa Libre (Chichester Cup Race) poche ore dopo.
La sua personale Pasqua è piazzarsi ottimo secondo dietro Gonzales su una Ferrari ufficiale nei 12 giri della Richmond Trophy Race; gara di F1 non valida per il mondiale.
Gara che vede sfilare oltre a Jose Froilan Gonzales, Juan Fangio, Stirling Moss, Geoff Duke.
Un’impresa di cui parlare per ore affascinando gli astanti al pub (e le fanciulle che resistono con difficoltà al fascino dell’inglese) nelle sere a venire.
Un’impresa che non passa inosservata nemmeno agli occhi avidi e attenti di un visionario costruttore di vetture da competizione nella bassa modenese.

 Fotogramma: Coda – 20.064 / Boreham
I saw him drive at Boreham and it rained like hell in the afternoon. He passed and led Villoresi in a 4,0 litre Ferrari, in the wet, in his little Cooper Bristol. I thought ‘This is my boy’.
Frank ‘Lofty’ England

England è il direttore sportivo della Jaguar e ha sul taccuino il nome e l’indirizzo di Les, Leslie Hawthorn. Les è un ottimo pilota ma non abbastanza per entrare nei ranghi ufficiali della casa britannica.
Ma il giovane Hawthorn, Michael; quello sì che è interessante.
Si è fatto un discreto nome nella Formula 2 Cooper Bristol e il nome vale un viaggio fino a Boreham, nell’Essex per il Meeting internazionale di agosto.
La pista è un acquitrino e il giovane Mike sporge dalla monoposto come se lo avessero incastrato a forza, a suon di crick e martellate.
Ma dio se viaggia!
Sulla sua Cooper T20 si qualifica sesto dietro a Luigi Villoresi sulla Ferrari 375 in pole.
Ma in gara, nel bel mezzo di un temporale monsonico mostra una grinta e una capacità fuori dal comune fino ad arrivare a condurre la gara.
Finirà terzo perdendo il vantaggio acquistato mano a mano che la pista si asciuga, ma l’impressione che desta in Lofty England è tale da fargli convincere il padre a portarlo a Silverstone il mercoledì successivo per un test privato con una C-Type preparata alla bisogna.
Nel giro di cinque tornate Mike è già al di sotto del record della pista.
Il sodalizio fra Lofty e Mick è appena cominciato.

 Fotogramma: Coda – 14.900 / Les
“The first motor races I ever saw were at Brooklands. I was only a very small boy, but to me it was heaven to watch the cars thundering round those towering cliffs of concrete where the banking curved under the Members’ Bridge, to wander along the lines of brightly coloured cars in their stalls in the paddock, to jump as an exhaust snarled suddenly and to sniff the aroma of castor oil.”
A 8 years old boy from Farnham

Ogni giorno torni a casa da scuola e entri direttamente in officina. Non sai bene nemmeno tu a fare cosa; ma solo restare lì, immerso nel crepitio continuo dei macchinari, le martellate senza sosta dei meccanici, l’odore pungente della benzina, ti fa sentire grande; molto più grande di quanto tu non sia in realtà.
Finisci sempre per sporcare la divisa della scuola e sai già che la mamma si metterà a brontolare salvo poi rassettare i vestiti per l’indomani.
Quanto può essere bello crescere in un’officina?
Vedere da vicino quei bolidi che esplodono di velocità e rumore e scintille e stridore di gomme sulle piste nelle vicinanze di casa tua?
Tuo padre è il capo, il capitano della nave, la tua guida in quel mondo.
Indulgente ma concreto.
Sa come fare affari perché conosce alla perfezione cosa piace alle persone nel mondo delle automobili, della velocità, del rischio.
Lo sa bene perché anche lui è intossicato dalla passione per le competizioni a motore.
Non a caso il Tourist Trophy Garage, per tutti semplicemente il “TT”, è ad un passo dal circuito di Brooklands.
Passa il tempo.
E’ il 1954 e sei un pilota affermato.
A Siracusa rischi seriamente di finire bruciato vivo dopo che un’uscita di pista fa collassare il serbatoio e l’abitacolo è inondato di combustibile..
All’ospedale a Roma, dopo lunghe operazioni alle gambe ustionate, non ci metti molto a capire che, nonostante sia relegato su una sedia a rotelle, si può individuare un discreto circuito su cui migliorare il tempo di tornata in tornata.
Perché sei Mike Hawthorn e non sei capace di fermarti; perlomeno finché non ti vietano di usarla dopo che nel tuo giro record hai investito un’infermiera.
Devi partecipare alla 24 ore di Le Mans in coppia con Umberto Maglioli; giunto a Parigi ti dicono di telefonare a casa.
Leslie Hawthorn, per te semplicemente “Les” stava rientrando con la sua Lancia Aurelia B20.
Tempo pessimo, pioggia, vento.
Una curva velenosa, l’auto troppo veloce, la corsia opposta e un camion che sopraggiunge.
Ti dicono che è in ospedale; in fin di vita.
Corri all’aeroporto per trovare posto sul primo volo per Londra.
Quando richiami per avvertire che arriverai presto ti comunicano che tuo padre non ce l’ha fatta.
Qualcosa si è rotto per sempre; il bimbo in calzoni corti macchiati di olio motore è rannicchiato in un angolo in fondo a te, da qualche parte.
Piange in qualche stanza oscura della tua mente ma tu non lo senti.
Non versi una lacrima.
Sei solo molto, molto più vecchio di prima.

 Fotogramma: Coda – 0 / Hog’s Back
“3.4 Jaguar was one of those cars I was pleased to get back in one piece. Delivering it to Michael I remarked: ‘It’s a tremendous car, Mike, but you have to watch it in the wet, don’t you?’ He was dismissive. ‘Oh, you don’t know how to drive it, boy!’ was the attitude. Among the car’s modifications was a very low, 4.05:1, axle ratio Mike’s reason for this is simple: he doesn’t like being out-accelerated by ‘Kraut cars'”
David Phipps – Motor Racing Associate Editor

John Michael Hawthorn è alto, slanciato; istintivamente elegante e con un sorriso irriverente perennemente stampato sul volto.
Corre per divertirsi.
Solo per quello.
Corre alla Hawthorn.
Sempre.
In pista e fuori.
Inseguito dalla polizia mentre con Maglioli si sta recando a Le Mans; a 120 miglia orarie di media per arrivare al Nurburgring; attraversando l’Olanda come fosse un Gran Premio di Formula Libre; improvvisando un Gran Premio personale sulle strade statali per andare a bere il caffè a Pigalle  o a Montmartre.
La pista è una curiosa tappa di bitume e balle di fieno in un infinito circuito che è la vita.
Da affrontare con la farfalla del carburatore completamente spalancata.
E’ intimamente onesto, forse infantilmente onesto; mai una volta che un collega gli chieda dove staccare, un consiglio su una cambiata o una traiettoria e lui che non dica la completa verità.
Alcuni non lo farebbero.
Fangio a volte non lo fa.
Tanto è irriverente e istintivo nei rapporti umani quanto è freddo e calcolatore appena si mette dietro al volante di una vettura da competizione.
Un orologio capace di provare per la prima volta una Ferrari all’Aerodromo di Modena e stampare tempi record praticamente identici; un giro dopo l’altro; come un calibro svizzero certificato COSC.
Non lascia nulla al Fato perché quando viaggi a 250 chilometri all’ora non hai tempo nemmeno per pensare.
Ma il Fato riesce a far credere a chiunque che esso non esista.
Perché solo così è più facile che gli uomini ignari ne seguano ubbidienti il corso.
In questa storia fatta di fotogrammi disordinati, il Fato prende la forma di un Mercedes 300 SL guidata da Rob Walker.
Proprio sulla tangenziale di Guildford che porta a Londra.
Proprio nel mirino dalla Jaguar “VDU 881” di Mike.
La Merc-eater.
Hawthorn si sente pronto ad una delle solite gare su strada con cui smorza la noia di mattine troppo lunghe da quando pochi mesi prima si è ritirato dalle competizioni.
Deve incontrare Billy Butlin al Cumberland Hotel per organizzare una manifestazione caritatevole. Poi Louise Collins, la vedova del suo fraterno amico Peter, “Mon Ami Mate”, deceduto da pochi mesi. Ancora, Duncan Hamilton per discutere di affari relativi al Tourist Trophy Garage.
Aspetteranno.
Adesso c’è da regolare una volta per tutte una Mercedes con la sua VDU 881.
Germania contro Inghilterra. Silberpfeil contro Racing Green una volta ancora.
Giù per l’infinita discesa dell’Hog’s Back.
L’asfalto è scivoloso; piove e tira un vento d’inferno.
La sua Mk1 perde aderenza; lui è un passeggero senza altra possibilità che fare da spettatore all’ultimo atto della sua vita.
Sipario.
Applausi.
Titoli di coda.
Lascia la scena come ha sempre vissuto.
Integramente coerente con ciò che è sempre stato.
Né angelo, né demone.
Semplicemente, un uomo con le sue mille facce.
Complicato perché drammaticamente, unicamente vero.
Come ognuno di noi.

 Coda
Life’s short
John Michael Hawthorn

Mike Hawthorn aveva un male incurabile ai reni; alcuni stimano il tempo che gli sarebbe rimasto da vivere in pochi anni. Alcuni, in una manciata di mesi.
Molti credono che languire in un letto d’ospedale non sarebbe stato in linea con ciò che Mike è sempre stato.
Il Fato a volte pare prendere vie indulgenti.

1973.10.06 Le petit Prince

 Intro
La perfection est atteinte, non pas lorsqu’il n’y a plus rien à ajouter, mais lorsqu’il n’y a plus rien à retirer.
Antoine de Saint-Exupéry

Il Piccolo Principe alza gli occhi colore del mare verso Helen che, come di consueto, impugna in una mano il cronometro e nell’altra l’inseparabile macchina fotografica. Quegli occhi trasparenti sono abituati a guardare la realtà attraverso il serpeggiare di una tenue striscia di asfalto delimitata dalla sola abilità che hai nel tuo piede destro. Un breve cenno con la mano e un gesto di affetto; un bacio sulle dita coperte dai guanti ignifughi e soffiato verso la moglie del suo migliore amico.
Come lui pilota; come lui velocissimo.
Helen contraccambia scattando un’immagine a colori.
Gli occhi, azzurri come il cielo, non si vedono; sono già concentrati sui prossimi 5435 metri di pista.
Qua il Piccolo Principe ha portato a casa la sua prima vittoria solo due anni prima; braccia levate al cielo sulla linea del traguardo come ad indicare l’asteroide da cui proviene; con i suoi tre vulcani e la Rosa vanitosa che ne attende il ritorno.
Lo ha fatto da campione vero conducendo una gara all’insegna della velocità e della precisione con una macchina nervosa che lui ha addomesticato con la pazienza e la calma dei veterani delle competizioni a motore.
Lo ha fatto non ascoltando i consigli degli adulti: perché gli adulti, si sa, raramente capiscono e spesso occorre spiegare loro ogni singola cosa.
Anche oggi, sei ottobre, sei come il suo numero fortunato, non ascolta i consigli degli adulti.
E nemmeno vaticini che una cartomante gli ha fatto anni addietro.
Lui non crede in queste cose; il destino è fatto di ciò che scegliamo, non di profezie scritte sulla sabbia.
Solo cinque giri di pista e il Piccolo Principe tornerà a casa.
Il serpente di bitume e guard rail a cui nel deserto aveva chiesto se sarebbe stato in grado di riportarlo da dove era venuto, a prendersi finalmente di nuovo cura della sua splendida Rosa, lo morderà crudelmente, rimandandolo sul suo asteroide.
Qualche manciata di settimane e avrebbe compiuto trent’anni.

 Albert François Cevert Goldenberg
Ne t’en fais pas, avant de dépasser je me dis toujours que si je meurs, je ne pourrais pas être un héros
François Cevert

Solo pochi mesi e quello splendido bimbo dagli occhi azzurri di cognome avrebbe fatto Goldenberg, come suo padre. Ma è il 1944 e nella Francia occupata dai nazisti, avere un cognome ebreo non è decisamente una buona scelta. Cevert è il cognome con cui sua madre registra François all’anagrafe mentre suo padre organizza la resistenza contro l’invasore tedesco. Devono passare mesi prima che la famiglia si possa finalmente riunire e tornare alla normalità dopo l’abisso della seconda guerra mondiale.
François studia pianoforte con dedizione e ostinazione ma anche se ama volare veloce e preciso sui tasti di ebano e avorio, ama ancora di più correre sulle strade parigine.
Prima con la Vespa presa in prestito dalla madre, sostituita ben presto da una Morini 125 per poi passare ad una più potente Norton.
Ufficialmente le due ruote gli servono per districarsi nel traffico della metropoli francese visto che il padre, uomo solido e all’antica, non vede di certo di buon occhio il mondo dei motori.
Lo vorrebbe nell’attività di famiglia; una avviata e solida gioielleria ma François ha ben altro per la testa.
Quasi per caso si iscrive ad una competizione su due ruote a Montlhery e il suo talento ostinato e cristallino viene immediatamente notato da Jean Pierre Beltoise, pilota già affermato in Francia.
E’ il 1966 e, spronato da Nanou, la sua splendida fidanzata, perlomeno quella ufficiale, al secolo Anne Van Malderen, appariscente parigina di buona famiglia, si iscrive al corso di pilotaggio Le Mans Bugatti.
Il passaggio alla F3 francese è assicurato grazie alla vittoria del Volante Shell dove batte candidati ben più quotati di lui, compreso Patrick Depailler.
Ma François è un diamante grezzo.
Ha un istinto micidiale per la velocità; per la traiettorie più ardite ma manca quasi completamente della preparazione tecnica per la messa a punto del mezzo.
Inoltre non opta per una F3 Matra, la scelta più logica dal punto di vista delle competizioni. Spaventato dai costi di gestione proibitivi si affida ad una Alpine-Renault clienti che, in ultima analisi, si rivela essere un disastro su quattro ruote.
La sua presenza nella competizione è naif e approssimativa tanto che in una occasione arriva a rubare una ruota di una Mini parcheggiata davanti ad una stazione di polizia pur di assicurarla al rimorchio con cui trasporta la sua Alpine clienti fra un circuito e l’altro del calendario F3.
Il 1967 si conclude con 18 ritiri su 22 partecipazioni.
L’unico aspetto positivo della disastrosa stagione 1967 è il consenso pressoché unanime che François riceve dalla stampa specializzata e dagli addetti ai lavori.
Sotto la scorza di pirite c’è una gemma pronta a splendere se solo gliene si dà l’occasione.
La svolta arriva nel 1968 con la sponsorizzazione di Sicli, una azienda di estintori, e all’acquisto di una Tecno con la quale finalmente mostra tutte le sue potenzialità.
Cevert va in pellegrinaggio a Bologna dai fratelli Luciano e Gianfranco Pederzani per la messa a punto della F3 motorizzata Ford e il debutto, a Montlhery, con vittoria cristallina annessa dimostrano che la scelta è stata giusta.
Cevert e il suo diretto avversario, Jean-Pierre Jabouille, un altro francese dal piede pesantissimo e dal talento indiscutibile, arrivano alla gara decisiva, la Coppa Albi, separati da soli tre punti di distacco a favore di Jean.
La Tecno-Ford di François sulla linea di partenza fa le bizze e se non fosse per la signorilità di Jabouille che acconsente ad un ritardo alla procedura di partenza per permettere la sistemazione dell’ostinato Ford, oggi probabilmente staremmo raccontando una storia diversa.
Il Ford alla fine si avvia correttamente e Cevert inanella una gara pressoché perfetta che lo issa in cima alla classifica finale.
Jean-Pierre più tardi difenderà la sua scelta cavalleresca affermando che non c’è vera vittoria se il tuo avversario non può competere.
Con alle spalle la sponsorizzazione ufficiale della Shell e il nome di “nuovo talento francese” approda finalmente in F2; l’anticamera del salotto buono della competizione su quattro ruote per antonomasia.

E’ il 1969 e la stagione come ufficiale Tecno in F2 da parte del Francese procede alternando ottime prestazioni a risultati discreti. Il vero incrocio di traiettorie sia sportivo che umano avviene sul tracciato di Reims in una gara non valida per la classifica finale F2.
Sono anni in cui i piloti di Formula 1 partecipano anche alle gare di formule minori per raccogliere introiti promozionali e sponsorizzazioni e fra i partecipanti alla gara figurano tra gli altri Jackie Stewart, Jean-Pierre Beltoise e Pedro Rodriguez su Matra MS7-Cosworth, Piers Courage su Brabham BT30, Jo Siffert su BMW F269, Jacky Ickx su Brabham BT23C e Jochen Rindt su Lotus 59B.
Il francese domina la gara con una prestazione impeccabile e Stewart lo segnala immediatamente a Ken Tyrrell come un giovane su cui tenere gli occhi ben puntati.
Il caso vuole che il promettente Johnny Servoz-Gavin, secondo pilota ufficiale Tyrrell, subisca un incidente durante una gara di fuoristrada nel dicembre 1969. Viene colpito all’occhio destro da un ramo e conscio di quanto questo potrebbe influire sulle sue future prestazioni automobilistiche si fa curare in ospedale e rimane in una stanza oscura per un mese. La cura non pare bastare e le sue prestazioni da quell’episodio subiscono un rapido deterioramento. In Spagna, a Jarama, finisce a due giri dal compagno di squadra Stewart. Gli è praticamente impossibile giudicare la posizione della vettura quando approccia le curve a destra e l’incidente durante le qualifiche del Gran Premio di Montecarlo nel 1970 in cui urta violentemente le barriere alla Chicane lo portano alla decisione di ritirarsi dalle competizioni motoristiche.
C’è un posto libero in squadra; Stewart e Tyrrell hanno un’idea ben chiara su chi lo possa occupare.

Il debutto nella stagione 1970 avviene sulla difficile pista olandese di Zandvoort e, a parte un sesto posto a Monza, l’acerbo francese non riesce mai realmente a prendere le misure della difficile March 701 schierata dal Team Tyrrell.
Il 1971 è tutta un’altra storia e alla guida della prima monoposto marchiata ufficialmente, la Tyrrell 002 di Derek Gardner, disputa una stagione folgorante giungendo terzo nel mondiale dominato dal compagno di squadra Jackie Stewart.
Il perfetto affiatamento tra i due si intuisce al Ring dove le due monoposto blu viaggiano per l’intera gara ad una lunghezza di distacco senza un attimo di tregua o esitazione.
Nel dopogara un giornalista chiede a Jackie della condotta di François e lui risponde cristallino che il francese aveva la velocità per superarlo in qualsiasi punto.
François ridendo ribatte che ci ha provato ma un paio di ruotate del campione scozzese lo hanno fatto desistere.
La gara della vita per Cevert arriva a Watkins Glen quando riesce a condurre una gara superba rintuzzando gli attacchi di un Ickx scatenato.
E’ la prima vittoria in F1 e François la accoglie come un bambino davanti ai doni di Natale; braccia levate al cielo e felicità incontenibile.
E’ uno spirito allegro e familiare quello che si instaura immediatamente nel Team Tyrrell e molto spesso Nanou e François sono ospiti della famiglia Stewart.
E il campione scozzese pare davvero adottare il figlioccio francese; lo guida costantemente nel setup, nella gestione della meccanica e nella tattica di gara.
Per contro Cevert diventa ben presto l’icona del pilota di Formula 1 e un semidio modaiolo nella natia Francia.
Uomo copertina, protagonista della vita mondana e spesso al centro di liaison vere o presunte con le bellissime modelle e attrici che gravitano nell’arcipelago delle competizioni a motore; la più famosa, probabilmente, con la splendida Brigitte Bardot.

Il 1972 non è altrettanto foriero di successi e vede il duo in casa Tyrrell lottare con l’affidabilità della 002/006 che lascia spesse volte il francese a piedi.
Rimangono sugli almanacchi uno splendido secondo posto a Zolder e a Watkins Glen dove Cevert sembra sentirsi sempre più a casa sua.
La stagione 1973 vede una cavalcata trionfale di Stewart sulla Tyrrell 005/006 contrastato da Fittipaldi e Peterson che in lotta sulla velocissima Lotus 72 si tolgono punti a vicenda. Cevert è sempre più plasmato dalla personalità e dallo stile di guida del suo mentore ed amico scozzese con il quale stringe un rapporto di fiducia quasi genitoriale.
Il francese è veloce, preciso e quando non viene tradito dalla monoposto si tiene alle costole del due volte campione del mondo ma raramente riesce a sopravanzarlo.
Solo in Argentina, nella gara di apertura del mondiale, in Svezia e nella natale Francia riesce a mettere le ruote davanti al compagno di team.
Per lui non ci sono mai reali possibilità di vincere il titolo nella stagione ma Jackie è alla sua ultima stagione in Formula 1 e ben presto lascerà le redini del team in mano al francese che, come spesso ama ripetere con schietta onestà, è ampiamente materiale da mondiale piloti.

Le traiettorie che i piloti incrociano in pista spesso ricalcano quelle che li guidano nei lori percorsi di vita. Nel 1973 si sta facendo strada un altro giovane dal piede pesante e dalla condotta scapestrata. E’ sudafricano e il suo nome è Jody Scheckter.
Provoca un incidente catastrofico alla partenza del gran premio di Inghilterra a Silverstone e Fittipaldi ha parole di fuoco contro il collega. In Canada, a Mosport, finisce contro Cevert e la scocca della 006 del francese si accartoccia sui piedi di François provocandogli un profondo taglio alla caviglia.
Il suo stile di guida, avventato secondo i colleghi, è aspramente criticato.
François non lo sa ma il sudafricano sarà il suo futuro compagno di squadra per la stagione 1974.
Stewart ha infatti deciso di abbandonare il mondo delle competizioni alla fine della stagione.
Nella pausa di due settimane fra la gara canadese e quella statunitense la famiglia allargata di casa Tyrrell intraprende un lungo viaggio per visitare le Bermuda e le cascate del Niagara.
Cevert saltella con le stampelle e continua a chiedere a Stewart un consiglio sul suo futuro: ha ricevuto una offerta da parte di Ferrari per la stagione successiva e diventare il prossimo pilota in rosso è una idea allettante per chiunque.
A Watkins Glen Cevert vuole assolutamente fare bene; la considera casa sua; lì è sempre stato veloce.
I tempi cronometrati sono una sfida con il fenomenale Ronnie Peterson su Lotus; altro nome che gli addetti ai lavori tengono costantemente sotto occhio.
Nel circuito statunitense c’è una sezione velocissima e molto pericolosa detta “Esses”; un serpente di strada circondata da alti guard rail e con un avvallamento proprio in piena traiettoria che tende a scomporre le monoposto; perdere il controllo in quella sezione equivale ad una condanna senza appello.
La Tyrrell 006 ha un passo particolarmente corto e se da un lato ne fruisce in reattività e maneggevolezza, dall’altro ha la pericolosa tendenza a scomporsi sui cambi di direzione violenti.
Di colpo i motori si zittiscono e la auto tornano lentamente in pit lane.
Gli addetti ai lavori sanno che è un pessimo segnale e che qualcosa in pista è andato molto male.
Jo Ramirez, meccanico di François non vede rientrare le tre monoposto dalla livrea blu; le Tyrrell di Amon, Stewart e Cevert.
Si dirige verso il mezzo di servizio ma viene bloccato da Scheckter.
Il sudafricano seguiva da vicino la monoposto di Cevert ed è stato il primo a fermare la vettura e accorrere in soccorso del francese.
Quello che ha visto lo ha scosso fino alle fondamenta e ne cambierà radicalmente il modo di correre e l’approccio alle gare.
Anche Jacky Ickx, che certamente non figura fra gli animi più sensibili del circus, arriva in pit lane scosso; distrutto; in lacrime.
Da una primissima ricostruzione pare che la 006 di François, giunta all’avvallamento a pieni giri si sia scomposta, abbia virato verso destra urtando violentemente le barriera e, rispedita in pista la abbia attraversata per decollare sulle barriere di sinistra atterrandoci sopra capovolta.
Per Cevert la morte è stata immediata.
Stewart nei box è rabbioso ma vuole tornare in pista nonostante i meccanici, Ramirez in testa che sta esaminando quello che rimane della monoposto del francese, non sappiano se alla base dell’incidente vi sia un cedimento meccanico.
Lo scozzese arrivato alle Esses ha lo stesso problema; la sua monoposto si scompone ma lui quella sezione la percorre in quinta marcia.
In quinta la monoposto è più seduta, meno reattiva, più docile secondo le parole che lo stesso Stewart dirà in seguito.
La 006 di François viene trovata in quarta.
Negli anni verranno a galla decine di possibili spiegazioni compreso un problema critico alla caviglia infortunata solo un paio di settimane prima o un improvviso malessere del pilota al momento della compressione nella velocissima sezione del tracciato.
La spiegazione più probabile rimane un errore di guida fatale in una sezione nella quale non se ne possono commettere.
L’epilogo, come spesso accade in queste vicende, scorre sotto traccia.
Kenneth Tyrrell ritira le monoposto superstiti dalla gara statunitense. Sulla griglia di partenza domenica 7 ottobre 1973 ci sono gli spazi vuoti delle Tyrrell in quinta e dodicesima piazza: le piazzole dove avrebbero dovuto schierarsi Jackie Stewart e Chris Amon.
Lo scozzese annuncerà il suo ritiro pochi giorni dopo e per la famiglia Tyrrell da quel momento nulla sarà più lo stesso, avviata verso un lento ma inesorabile declino.
Jo Ramirez ricorda come poco prima di avviarsi verso le sue ultime qualifiche, François, sorridente come sempre, gli abbia detto che avrebbe fatto la Pole; d’altronde, aggiunse, guidava la Tyrrell numero 6, modello 006, col motore numerato 66 e la data era il 6 ottobre…
Sei come il suo numero fortunato; così amava ripetere.
Non arriverà mai al giro 6 di quella giornata.

 29 anni e 8 mesi
Je dois te dire quelque chose, Anne: ce garçon n’atteindra jamais 30 ans
La Voyante

La vicenda di François Cevert pare realmente tratta dalle sognanti pagine di Saint-Exupéry con i suoi personaggi onirici e convoluti.
E come nel racconto dell’aviatore francese ci sono cose invisibili ad occhi troppo distratti dal quadro generale; dalla tanto sopravvalutata visione d’insieme.
Il serpente che pare un cappello all’occhio dell’insegnate sono le parole di una cartomante che la sua amata Nanou ama frequentare.
Non arriverà a trent’anni.
Pare una condanna in contumace ma quando Nanou racconta la cosa al Piccolo Principe questi scrolla le spalle all’ennesima stranezza del mondo dei grandi; sempre troppo impegnati a pensare al futuro e pianificarlo, senza ammettere che il presente è l’unico intangibile attimo che realmente esiste.
Non importa: a trent’anni sarò già campione del mondo, risponde il Principe con il suo solito sorriso disarmante.
Jacqueline, la sua Rosa, la splendida e radiosa sorella a cui il Principe è immensamente legato, ricorderà anni dopo come alla vigilia della gara statunitense François fosse scuro in volto.
Che cosa hai?
Nulla, nulla di particolare.
Ma è il 1973 e non sono ancora diventato Campione del Mondo, risponderà il Principe; per una volta zavorrato dal mondo dei grandi che spengono lampioni, compilano carte geografiche e cercano l’essenziale senza riuscire a vederlo mai completamente.
Il 6 ottobre 1973 François Cevert aveva 29 anni.

 

531

Intro, 12 Maggio 1957
Sono le 4 e 27 del mattino.
Il marchese ha gli occhi sbarrati verso la chiazza scura sul pavimento.
I cocci candidi della tazza in frantumi sono un osceno e beffardo sorriso che si staglia sulla pozza che il cameriere sta frettolosamente asciugando.
Non si deve mai rovesciare il tè.
In Spagna questo è un segno del destino.
È il fato che si affaccia sul mondo dei mortali per comunicargli il suo racconto di sventura.
Il coraggio che gli ha permesso di sfrecciare in un folle volo acrobatico sotto un ponte per pura scommessa pare essere annegato dietro gli occhi sbarrati; annegato in una chiazza di tè.
Riprende il controllo perché, come nella poesia di Robert Frost, ha “promesse da mantenere e miglia da percorrere prima di dormire”.
Le miglia sono esattamente mille e le promesse sono quelle fatte al cavaliere.
Ma il tè.
Si gira di scatto verso Romolo Tavoni, testimone di scena insieme al suo fidato copilota Ed Nelson.
Dà poche e chiare indicazioni.
Dove è sua madre.
Dove trovare sua moglie.
Romolo abbozza una tiepida protesta ma lui lo zittisce immediatamente.
Gli ha detto cosa fare e chi contattare in caso dovesse capitargli un incidente.
Il sorriso beffardo del destino è ora un mucchio disordinato di ceramica in un vassoio elegante.

Crono
“Ferrari era un costruttore di macchine ma un disruttore di anime. Eppure se entravi nella sua orbita avresti dato tutto per non uscirne più”
Fiamma Breschi

Il suo nome è chilometrico e completo suona come Don Alfonso Antonio Cabeza de Vaca y Leighton, Carvajal y Ayre, XVII marchese de Portago, XII conte de la Mejorada.
Tutti lo chiamavano semplicemente Alfonso Portago; spesso solo Fon.
Il mondo feroce delle competizioni e della velocità lo ha rapito.
Dinoccolato, alto, moro con occhi verdi e capelli ricci e lunghi è il prototipo del gentleman driver. Gira costantemente il mondo e non ha nessun bagaglio. Quando gli serve qualcosa semplicemente la compra per poi dimenticarla in albergo alla volta della tappa successiva. Viaggia con il solo spazzolino da denti infilato nel giubbotto di pelle nera.
Ed è veloce.
Dannatamente veloce.
Ma per Enzo Ferrari la strada per entrare nella sua squadra ufficiale passa per la Mille Miglia.
Se Fon vuole la Formula deve correre per 11 ore di seguito su un percorso che è umanamente impossibile da imparare a memoria.
Improvvisare.
D’altronde la vita non è questo?
Trovarsi davanti ad un bivio e scegliere solo all’ultimo secondo da che parte andare.
La generosità di Ferrari è come sempre puramente funzionale.
La Ferrai 335 S, per Enzo semplicemente “la Sport”, come farebbe un padre che trova nomignoli per le proprie adorate creature, sarebbe destinata a Luigi Musso.
L’italiano era giunto due volte terzo, nel 1954 e nel 1956. Ma nel 1957 si ammala di paratifo e di colpo si libera un posto.
Ferrari vorrebbe dare la Sport di Musso a Olivier Gendebien e la Berlinetta del belga a Portago.
Ma Crono adora divorare i suoi figli e, prima di farlo, li cuoce a fuoco lento con la brace della competizione. Al momento dell’incontro con il cavaliere a Modena, Fon scopre che Olivier parteciperà con la Berlinetta con il preciso dettame di battere nella competizione Gran Turismo le agguerrite Mercedes, mentre a lui sarà riservata la Sport.
E, casualmente, come ama fare, lascia cadere distrattamente il fatto che non sarebbe sorpreso se Olivier sulla meno potente Berlinetta fosse andato più forte di lui sulla potente Sport.
Prendere o lasciare.
Prendere, ovviamente.
Correre per Ferrari è il sogno di tutti; anche di chi come Moss non lo ammetterebbe mai pubblicamente.
Ma la brace della competizione ha già iniziato ad intossicare lo Spagnolo.
A pranzo con Gendebien poche ore dopo l’incontro con Ferrari, Portago si sfoga e a nulla valgono gli inviti a non cadere nella trappola ordita dal Modenese.
Ferrari fa questo gioco con tutti, piloti, fornitori, persino con i dipendenti.
L’unico modo per vincere è non giocare.
Sarò davvero sorpreso se andrà con la Sport quanto Gendebien andrà con la Gran Turismo“.
Quelle parole che risuonano nella testa.
Una sfida; ad uno che ama vincere da parte di uno che non concepisce perdere.

531
“Nella squadra Ferrari non c’è un capitano. Per quanto mi riguarda i piloti sono tutti alla pari. In ogni stagione riparto da zero. Solo dopo il terzo Gran Premio comincio a fare una distinzione fra i conduttori.”
Enzo Ferrari

Alla Mille Miglia il numero di punzonatura coincide con l’ora di partenza dalla ripida pedana in legno posta in viale Rebuffone.
Le cinque e trentuno.
Quando parte Gendebien?
La Sport sfreccia veloce verso Padova dove von Trips conduce già la competizione.
Moss su Maserati si è appena ritirato per un banale problema al pedale del freno.
Al controllo di Ravenna alle sette e dieci le prime tre piazze sono per Taffy, Collins e Taruffi.
Fon è quarto.
A che distanza è Gendebien?
Correre su partenze sfalsate è ben diverso dalla aperta e sfrontata competizione in pista.
Non sai mai a che distanza sono i tuoi avversari diretti. Puoi solo averne una eco indistinta dai tempi di percorrenza. Ma quel distacco riguarda la sezione precedente.
Non sai mai quanto bene sei andato finché non è troppo tardi per recuperare.
A che distanza è Gendebien?
La percorrenza fino a Ferrara racconta di un vantaggio della Spagnolo di poco meno di due minuti.
Dannatamente poco.
Riparte alla volta di Pescara confidando nei lunghissimi rettilinei per scatenare i 4000cc della sua Sport.
Il vantaggio lo deve accumulare fino a Pescara perché dopo, la strada verso l’Aquila, diventa stretta, tortuosa; un filo di asfalto che si contorce e che la sua potente Sport fatica a domare come vorrebbe.
La coda che scivola come per scrollarsi di dosso quelle curve da mulattiera; Nelson, il suo fidato copilota che viene scosso nel sedile del passeggero senza cinture di sicurezza o un volante a cui aggrapparsi come invece fa Alfonso.
Al controllo di Roma, sulla Flaminia, il cartellino dei tempi recita il solito rosario pagano con i passaggi a Pescara. Il tedesco von Trips sempre in testa con Collins che ritorna velocissimo su lui e Taruffi.
A che distanza è Gendebien?
A soli 52 secondi da Portago.
Come sarà il distacco ora, dopo la complessa sezione verso l’Aquila?
Riparte più veloce che può.
Nemmeno il bacio a favore dei fotografi di Linda Christian, la sua splendida fiamma del momento, la donna più bella del mondo, riesce a distogliere il suo sguardo dalla strada verso Viterbo.
Al controllo la sorpresa. Nella sezione tortuosa fra l’Aquila e Roma ha nuovamente quasi due minuti su Gendebien mentre in testa campeggia il fenomenale Collins seguito da Taruffi e von Trips.
Riparte alla volta del controllo a Firenze sapendo che di lì in poi ci sarebbero state le vere sfide per la sua 335: la Futa e la Raticosa.
Taruffi è alla sua quindicesima partecipazione, Collins ha provato il percorso almeno tre volte nell’attesa della competizione; Gendebien ha letteralmente un manoscritto di trenta e passa pagine di note tecniche sulle curve, la marcia da utilizzare e la velocità di percorrenza.
Portago prima della gara è riuscito a fare il percorso intero solo una volta.
Non è abbastanza per domare quella biscia scura di bitume che si snoda sotto le sue Englebert a spalla alta.
Quando arriva al controllo di Bologna ad attenderlo c’è Ferrari in persona che dopo una rapida controllata alle gomme dà l’indicazione dei distacchi a Firenze.
Trionfo Ferrari con Collins, Taruffi e Taffy.
Lui è quarto.
Gendebien ricacciato a quasi cinque minuti nonostante la difficile sezione fino a Firenze.
Portago non sa che Gendebien su Futa e Raticosa ha costruito il suo capolavoro.
Con l’agile Berlinetta ha dato scacco a tutti con una percorrenza meravigliosa.
Portago riparte verso Piacenza senza sapere che nel corto tratto appenninico il Belga gli ha rifilato sei minuti.
Sei minuti.
Un’eternità.
Il punto è che Olivier ha rifilato sei minuti anche a Taruffi e von Trips; soltanto Collins ha limitato i danni su Futa e Raticosa perdendo solo quattro minuti.
Ma tutto questo lo possono sapere solo i cronometristi.
Non certo Portago che schiaccia l’acceleratore per scatenare tutti i suoi cavalli nei lunghissimi rettilinei che lo porteranno a Brescia.
Cremona, Mantova e poi solo settanta chilometri fino alla linea di arrivo.
E una curva fra Goito e Guidizzolo di Mantova verso Volta Mantovana con tre occhi di gatto che delimitano la carreggiata.
Tre occhi di gatto in vetro e acciaio che un mezzo agricolo ha da pochi giorni danneggiato rendendoli acuminati come rasoi.
Tre occhi di gatto fra Fon e il traguardo.

BO 81825
“Erano trascorse da pochissimi minuti le ore sedici allorché il concorrente Cabeza de Vaca Alfonso marchese de Portago pilotante un’autovettura da competizione Ferrari 4000cc targata BO 81825 contrassegnata con il numero di gara 531 e con a bordo il secondo pilota Nelson Edmund Gurner, stava percorrendo a velocità assai elevata la provinciale Mantova-Brescia, ed era giunto in prossimità della località denominata Corte Colomba, comune di Cavriana, alla progressiva chilometrica ventuno. […]”
Estratto della sentenza del 26 Luglio 1961

La Sport numero 531 sta giungendo a velocità massima verso Corte Colomba quando gli spettatori sentono un rumore secco; alcuni parlano di una esplosione. La macchina targata BO 81825 è un proiettile impazzito senza controllo.
La vulgata pagana racconta dell’intero film che scorre davanti agli occhi di chi, quel dono meraviglioso chiamato vita, lo sta perdendo. Portago nel suo film d’avventura potrebbe vedere la folle discesa della squadra di Bob letteralmente creata da lui, a sue spese, per rappresentare la Spagna alle olimpiadi invernali del 1956. Squadra che, guidata da Fon, arriverà ad un soffio dalla medaglia di bronzo. O i complimenti di Fangio, de Il Maestro in persona, che a Cuba nel 1956 lo presenta al galà dopo la gara come il vero vincitore. Oppure il Tour de France del 1956 in cui vince davanti a Moss e a Gendebien e il bacio appassionato alle procaci gemelle armene mandate a premiarlo sul podio a Montlhéry. O le mille splendide compagne di una notte che Portago colleziona con la facilità con cui un abile giocatore d’azzardo mette in fila cinque carte dello stesso seme. Oppure il folle passaggio con un aeroplano sotto un ponte; così, per scommessa; per mostrare che la morte è solo uno scherzo di cattivo gusto della vita.
Ma l’amara verità è che tutto è troppo veloce e violento, terribilmente violento, perché ci sia spazio per vedere alcunché.
La Sport impazzisce, vira a sinistra ormai ostinatamente insensibile alle violente correzioni con cui il marchese sta disperatamente cercando di riportarla alla ragione; prende in pieno un paracarro e decolla verso un palo del telegrafo. I fili in acciaio dilaniano il corpo di Fon che, ben più alto di Nelson, sporge dall’abitacolo. Lo tagliano in due all’altezza del petto mentre il palo e la successiva strisciata sull’asfalto portano via buona parte della testa del copilota.
Il serbatoio della 531 e una ruota di scorta, proiettati come obici nella battaglia di Verdun, piombano sugli spettatori e ne falciano tre, uccidendoli sul colpo. Altri sei spettatori erano stati travolti dalla vettura dopo il folle volo di venti metri causato dal paracarro.
La 335 S ormai senza vita si ferma nel fossato di destra a oltre duecentoventi metri dall’esplosione dello pneumatico.
Quello che si presenta agli occhi di Tavoni, il primo della squadra Ferrari a giungere sul luogo dell’incidente, è un paesaggio di guerra. Le gambe di Portago sono a duecento metri dalla macchina, il resto viene identificato grazie ai documenti che ha ancora nel giubbotto. Nelson è irriconoscibile. Dei nove spettatori uccisi, cinque sono bambini con meno di dieci anni. Le immagini lo tormenteranno per anni e in una intervista confesserà di aver passato mesi a svegliarsi nel cuore della notte urlando.
Ferrari alla notizia scoppia in lacrime.
Come suole fare a comando come un consumato attore di scena.
Non riesce a non ripensare all’episodio del tè raccontatogli da Tavoni.
O forse solo all’ennesima vittima di una sua creatura che presto verrà messa sotto accusa come già successo tante volte.
La morte ancora una volta, per l’ennesima volta, gli ha portato via un pilota.
Ed è stata tanto gentile o beffarda da recapitargli un promemoria poche ore prima.
A Brescia intanto Taruffi, Taffy, Collins e Gendebien festeggiano e ballano fino a notte tarda.
La morte è una compagna di viaggio dei piloti e non ci si ferma di certo quando uno di loro ne viene ghermito.

Rashomon
“…probabilmente morirò; ma almeno lo farò divertendomi. ”
Alfonso Portago in una intervista alla vigila della Mille Miglia a riguardo della sua pericolosità

La Mille Miglia per come era conosciuta nel suo glorioso periodo dal 1927, una delle corse più affascinanti ed evocative della storia delle competizioni a motore, di fatto finisce con la tragedia di Guidizzolo che reclama la vita di Portago, Nelson e nove spettatori.
Gli organizzatori si affrettano a stabilire che la tragedia è colpa del pilota; principalmente per evitare eventuali indennizzi alla vedova del copilota statunitense.
Ma come nel capolavoro di Akira Kurosawa, la verità è un’ombra indefinita che ad ogni domanda risponde con l’eco di un’altra domanda.
Come già successo per Castellotti poche settimane prima alla esse Stanguellini.
Come capiterà di lì ad un anno per Musso al curvone di Gueux, detta Calvaire.
Secondo la perizia di parte gli Englebert, gli pneumatici della 335 S erano in perfetto stato.
Con ancora quattro millimetri di battistrada e comunque in grado di finire la gara come da previsione della squadra Ferrari.
Un deschappamento non avrebbe prodotto una esplosione; e comunque non avrebbe prodotto una sollecitazione tanto improvvisa da impedire al pilota qualsiasi manovra di correzione della traiettoria nei centoquaranta metri dal primo punto di perdita di aderenza fino al fatale contatto con il paracarro,.
Gino Munaron in competizione poco dietro a Portago giunge per primo sul luogo dell’incidente. Non può procedere perché è un teatro di guerra ma ha le idee ben chiare da subito sulle cause dell’incidente. Per lui la colpa è da imputare alla scatola dello sterzo di tipo Gemmer che venivano modificate a Maranello per renderlo più preciso; e al contempo più fragile. Una verità che fosse divenuta di dominio pubblico avrebbe costretto Ferrari al pagamento di cifre di risarcimento che non avrebbe mai potuto permettersi. Per Munaron, Portago si trova in pieno rettilineo senza possibilità di direzione a causa della rottura del perno dello sterzo.
Juan Manuel Fangio si precipita a rendere omaggio all’amico e come di consueto è taciturno e riflessivo. Prima di aver visto il luogo dell’incidente ipotizza, come unica spiegazione, l’improvviso scoppio di uno pneumatico. Forse lo sfasamento fra il perno e il mozzo. Uno sfasamento che può aver consumato irregolarmente l’interno spalla in una maniera non facilmente identificabile da un esame approssimativo come quello ai vari punti di controllo lungo il tracciato.
Per Maurice Trintignant e Olivier Gendebien la causa va a ricercarsi invece nella posteriore sinistra che sarebbe stata consumata irregolarmente dal cedimento della sospensione e dal conseguente sfregamento del telaio contro la gomma.
Oltre alla competizione intossicante di Ferrari che avrebbe portato Portago a proseguire anche quando i segnali del cedimento della sospensione erano ormai manifesti.
Testimoni lungo il tragitto parleranno persino di un pezzo di lamiera nera che si stacca dalla Sport in pieno rettilineo pochi chilometri prima della tragedia. Una lamiera che staccandosi avrebbe tranciato una parte del copertone che poi ha ceduto scatenando la tragedia.
Ma la verità, quella che deve essere accettata in quanto scritta in una sentenza, parla chiaramente di scoppio dello pneumatico anteriore sinistro probabilmente causato da una sbandata controllata fatta pochi chilometri prima di Guidizzolo su degli occhi di gatto resi taglienti ed acuminati dal passaggio di un mezzo agricolo.
Quello che non è scritto nelle asettiche pagine della sentenza del 26 Luglio 1961 è che con Portago muore di fatto l’archetipo vivente di un mondo che sta scomparendo; muore il vero prototipo del gentleman driver; il pilota che corre non perché deve ma perché può; spinto solo dalla sua immensa e sfrenata passione.
Passione sul cui altare è disposto a sacrificare ogni cosa.
Non giudico un uomo da quanto guadagna, ma solo da come spende…
Le parole di Portago, il suo motto per l’esistenza, erano il manifesto di uno stile di vita sportivo che avrebbe avuto sempre meno spazio nel mondo delle competizioni.
Un mondo che dal 12 Maggio 1957 non avrebbe mai più avuto lo stesso volto.

Note: il lavoro trae in parte fonti e informazioni dal monumentale e meticoloso lavoro di ricostruzione storica fatto da Luca Delli Carri nel suo libro “Gli indisciplinati”; un compendio inestimabile delle sorti della “Ferrari Primavera”, la squadra Ferrari presentata il 2 Dicembre 1956 a Modena. Consiglio la lettura del testo a chiunque voglia approfondire un’epoca storica delle competizioni sportive troppo spesso dimenticata.